sabato 26 gennaio 2008

BRIGANTAGGIO IN CALABRIA PROVINCIA DI REGGIO

Calabria ultra olim Altera Magnae Graeciae pars.



Del circondario di Gerace era segnalato un Tommaso Romeo di Castelvetere e sui contrafforti dell’ultimo Appennino un Ferdinando Mittica di Platì: arrestato una volta dalle guardie di Ardore e chiuso in carcere a Gerace, fuggì e riuscì a formare un gruppo di contadini e soldati del vecchio esercito. Non si arrese nemmeno agli ordini del ricco liberale Francesco Oliva che aveva il compito di persuadere il brigante a sciogliere la comitiva, ma non si mosse perché avvertito che gli era stato teso un agguato tra le montagne di Cirella.

Dopo il 1861 la rivolta, scoppiata in tutto il territorio calabrese ed era fomentata dalle forze ostili all’unitificazione, come lo stato pontificio, la monarchia borbonica e i gruppi legittimisti di altri paesi. Lo Stato sabaudo per domare la ribellione impiegò 120.000 uomini e sottopose a dure rappresaglie la popolazione delle campagne. 53 paesi furono rasi al suolo, fucilazioni di massa, strupri. Il prefetto Cornero informava, in data 16 febbraio 1862, i Prefetti, i Sindaci, i Tesorieri, i Ricevitori e i Cassieri della provincia della Calabria Ultra Prima che il Ministero dell’interno stava per nominare una Commissione in Napoli coll’incarico di amministrare e distribuire le somme che si stavano raccogliendo a titolo di sottoscrizione per estirpare il "brigantaggio". Il 31 agosto dello stesso anno il generale d’armata, regio Commissario straordinario per le province siciliane, Cialdini, impartiva ai Comandanti delle divisioni e sotto Divisioni militari e ai Comandanti di corpi di truppa delle disposizioni su come sgominare i briganti. Ordinava tra l’altro che tutti gli avanzi delle bande garibaldine sarebbero stati considerati prigionieri di guerra, e come tali trattati, quando si fossero consegnati ad un’autorità militare nel termine di cinque giorni dalla pubblicazione del manifesto. Trascorso tale termine, sarebbero stati considerati come briganti. Nonostante i provvedimenti restrittivi, fenomeni di brigantaggio esplosero in tutti i distretti della Calabria Ultra e Citra, e furono segnalati telegraficamente. Un telegramma del 13 luglio 1864 informava i Carabinieri di Polistena e Cinquefrondi che il giorno precedente era avvenuto nel territorio di Mammola un conflitto tra dieci briganti e tre cittadini diretti alla fiera di Soriano, dei quali uno era rimasto morto, e un altro a nome Nicola di Domenico di Castelvetere ferito e spogliato si era rifugiato nel territorio di Maropati, nella casina di Vincenzo Cordiano. Si ignorava dove si fosse diretto il terzo. Si aggiungeva che si erano avute assicurazioni da Michele Manno fu Rocco di Giffone che non si conosceva la direzione presa dai briganti. Nella stessa data il Sindaco di Cinquefrondi telegrafava al Prefetto di Reggio di aver riferito al Capitano della terza Compagnia di Maropati che il 12 luglio era avvenuto un conflitto sulle montagne di Mammola in Contrada Croceferata con una banda di 10 "briganti" che dal vestire e dal linguaggio sembravano cosentini. Ma il giorno dopo, cioè il 14 luglio 1864, perveniva una smentita da parte del Sottoprefetto Giusti al Prefetto di Reggio Calabria. Il telegramma chiariva che non era mai comparsa la comitiva brigantesca sulle montagne di Mammola e aggiungeva: "Anche carabinieri hanno fatto assicurazioni simili. Trattasi affare privato. Nicola Taranto da Castelvetere trovasi già arrestato da carabinieri qual imputato di omicidio nel fatto che ha dato vita alla diceria comparsa comitive". In pari data il sottoprefetto Sicardi informava il Prefetto di Reggio che il Sindaco di Mammola aveva assicurato che quel tenimento era tranquillissimo. Non si riscontrava alcuno armato. "Di tal che forze regolari spedite neppur perlustrano montagne ove ieri guardaboschi sequestrarono un uomo ed un animale per danni forestali". In merito a Nicola Taranto il Prefetto telegrafava al Sottoprefetto di Palmi che quegli era stato arrestato dai carabinieri e ferito con palline sulla fronte. Sottolineava che l’imputato aveva riferito "non esistere voluto brigantaggio, essere stato ieri ore 16 aggredito nel suo fondo, poco distante da Castelvetere da Pietro Ciricosta, Domenico Nesci ed Ilario Capece suoi paesani, i due primi armati di fucili militari, l’ultimo di ronca, mandati da Ilario Ieraci per ammazzarlo. Sparò anch’egli un colpo di fucile e fuggì. Vuolsi uno morto. Sembrano svaniti i sospetti banda armata". Lo stesso Prefetto scriveva inoltre ai Procuratori di Gerace e di Palmi, confermando che non si era trattato di una banda di briganti, ma di un conflitto d’armi per inimicizia personale. Richiamava, perciò, l’attenzione sulle voci allarmanti di "presunte apparizioni di briganti e di bande armate di Mammola, che si ripetono con insistenza e forse col maligno scopo di suscitare allarmi". Si impegnava, quindi, di interessare il Pubblico Ministero ad aprire una formale inchiesta giudiziaria per scoprire i colpevoli e ristabilire la pubblica sicurezza. Come si evince da altre lettere successive, come per esempio da quella inviata il 20 dicembre 1889 dal Sottoprefetto del Circondario di Gerace al Prefetto, alcuni cittadini scontenti delle nuove sanzioni economiche, delle leggi sull’imposta che colpivano le classi povere, fomentavano l’ambiente. Si ribadisce, perciò, l’inesistenza di briganti nel territorio di Mammola e si definisce "sogno di mente inferma" un cartello affisso nella cittadina, che probabilmente denunciava fatti turbativi. La lettera suddetta concludeva infondendo fiducia nella Sicurezza Pubblica che procedeva di bene in meglio "avendo spiegata una sollecitudine commendevole". Assicurava, altresì che aveva richiamato i sindaci "all’esatta osservanza del debito che loro incombe di far rapporti giornalieri, nonché pronte circonstanziate relazioni dei fatti criminosi, degli avvenimenti fortuiti e di ogni altro rimarchevole accaduto". In altri rapporti fatti dal Sottoprefetto del Circondario di Gerace al Prefetto si comunicava che gli episodi delinquenziali provenivano dalla provincia di Catanzaro "funestata dal brigantaggio", con cui confina. In particolare, il 14 ottobre 1864, il Sindaco di Monasterace avvisava che "una banda di otto grassatori armati di tutto punto aveva aggredito la ciurma di Santoro Michele, mentre raccoglieva agrumi nelle vicinanze di fiume Assi che divide questo Circondario da quello di Catanzaro. Il Santoro erasi salvato con la fuga, ricoverandosi in Monasterace". Si era scoperto che una comitiva di sei persone era apparsa il giorno precedente nella contrada Botteria, territorio del confinante Comune di Guardavalle, per sequestrare il Santoro, ma avendo colà trovato una resistenza inattesa si era spinto oltre il fiume Asse invadendo il mandamento di Stilo. Il comandante delle Guardie nazionali di Stilo, Crea Bono, spedì diversi esploratori per raccogliere notizie intorno alla direzione presa dai malviventi, e dispose dei movimenti di milizie cittadine e dei carabinieri da eseguirsi di concerto con i funzionari della seconda Calabria. Nel suo rapporto definiva brigantesca comitiva quella che aveva tentato il rapimento, ed indigeni ladruncoli gli individui veduti il 28 settembre e il 3 ottobre in Stignano e Placanica. Nel 1865 cresceva il sospetto sul brigantaggio tant’ è che il Maggiore Pallavicini ordinò l’impiego delle Guardie nazionali, perché molte milizie cittadine avevano abbandonato la persecuzione dei briganti all’azione isolata dei soldati. La sottoprefettura del Circondario di Gerace fu incaricata il 5 aprile del 1865 di diramare ordini precisi con appositi corrieri ai Sindaci dei paesi di Stilo, Bivongi, Pazzano, Camini, Monasterace, Riace, Stignano, Grotteria, San Giovanni, Gioiosa, Martone, Mammola, Caulonia e al Maggiore della Guardia Nazionale di Stilo, i quali avevano assicurato "di aver disposto continue e benintese perlustrazioni in modo da respingere qualsiasi invasione di malviventi, dietro i necessari accordi colle rispettive Stazioni di Reali Carabinieri e comuni viciniori". La lettera inviata al Prefetto puntualizzava che il Sindaco e il Maggiore della Milizia cittadina di Stilo avevano dichiarato di essersi messi d’accordo con i delegati di Badolato e Serra, con i sindaci, le Guardie nazionali e i Carabinieri più vicini a quel territorio della limitrofa provincia di Catanzaro. Il consigliere reggente della Sottoprefettura del Circondario di Gerace aggiungeva "ho fiducia che il brigantaggio se anche perseguitato cercasse di spingersi in questo Circondario, ne verrebbe immediatamente respinto ed oppresso". Sempre nel 1865 da un rapporto eseguito dalla Prefettura scaturisce che a Mammola, anche se non venivano segnalati fatti di rilievo per quanto riguarda scontri e rappresaglie, sussistevano contrasti sociali e diatribe tra opposte fazioni. Infatti ecco cosa si scrive: "E’ un capoluogo di mandamento segnalato per spirito reazionario. Vi sono due partiti estremi: il Repubblicano ed il reazionario borbonico. Il primo (che si dice costituitosi in loggia massonica) è rappresentato dai signori: Piccolo Giuseppe medico; Agostino Carmelo medico; Piccolo Fortunato possidente; Carabetta Francesco sacerdote; Colaci Pasquale ufficiale; Albanese Antonio sacerdote e Bruzzese Nicodemo pittore. Essi tengono spesso delle riunioni specialmente nell’Ufficio postale e sono in corrispondenza col Calfapietra di Bovalino, il quale suole avere convegno fuori del paese. Il partito clericale borbonico sarebbe rappresentato dai Signori Scala Domenico e Cav. Spina La Scala. La Scala era sotto ufficiale nel disciolto esercito borbonico-capo d’ufficio di Intendenza per favore sovrano; dopo il 1860 emigrò in Roma, ove visse a spese dell’ex re Francesco secondo. A Napoli fu carcerato. In Mammola tuttora dimora il sedicente gentiluomo toscano sig. Conte Bordioli, cavaliere e agente del suddito spagnolo Conte Mathien di cui amministra i tenimenti in vicinanza di quel comune. E’ un personaggio sempre misterioso, malvisto in paese, da taluni segnalato per borbonico, da altri per murattista."

fonti da: www.sosed.it e dagli archivi di Reggi Calabria

venerdì 25 gennaio 2008

RESISTENZA CALABRESE ALL'INVASIONE FRANCESE DEL 1806

Michele pezza, in uniforme borbonica, detto "fra diavolo" uno dei principali "briganti" antifrancesi del 1806


Il 14 febbraio 1806 le truppe francesi occuparono Napoli e sul trono s'insediò il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte. Trovò in Calabria le prime e più irriducibili resistenze. La regione acquistò un'immensa notorietà e venne paragonata in tutta Europa alla Vandea, che si era opposta strenuamente all'avanzata della Rivoluzione. Si era da poco insediato il nuovo monarca che subito, insopprimibile, scoppiò una rivolta, che non accennò a placarsi fino alla fine della dominazione francese.

La scintilla scoccò a Soveria Mannelli, un villaggio della presila. Era il 22 marzo, secondo giorno di primavera e, secondo la tradizione, il francese che comandava il drappello che presidiava il borgo insidiò una bella e giovane donna del luogo. Alle grida della donna, accorsero i paesani guidati da un contadino, Carmine Caligiuri, e i quattordici francesi del drappello vennero massacrati. Da Soveria, l'insurrezione si diffuse come un fiume in piena in tutti i comuni vicini. A nulla servì che i francesi intervenissero in modo spietato, bruciando i villaggi e impiccando i rivoltosi. .A Maida il 4 aprile i Francesi furono sconfitti dai rivoltosi, sostenuti da truppe inglesi.

Il 31 luglio vi fu la proclamazione dello stato di guerra nella Calabria. Si tratta di uno dei pochi provvedimenti formali nella storia dell'umanità, per legittimare le azioni di ferocia inaudita che i Francesi inflissero alle popolazioni della Calabria.

Gli occupanti reagivano così anche perché, abituati a trionfare in tutta l'Europa, non potevano mai immaginare di incontrare una resistenza così tenace proprio in questa sperduta regione. Forse soltanto nella Galizia, ci fu qualcosa di simile, ma mentre in Spagna l'opposizione alla conquista francese è diventata una pagina luminosa della storia nazionale, da noi nei libri di scuola non se ne parla neppure. Nonostante questo, la Calabria restò in guerra fino alla fine della dominazione francese, sebbene nel 1808 diventasse re Gioacchino Murat.

I Francesi abolirono per legge la feudalità, come se un'istituzione secolare potesse essere eliminata per decreto; provvidero alla ridefinizione delle circoscrizioni comunali, aumentandone in modo considerevole il numero; migliorarono sensibilmente il più importante asse viario del tempo, che era stato in precedenza tracciato dai Borbone e che era la strada delle Calabrie (attuale strada statale 19); trasferirono la capitale della Calabria Ulteriore da Catanzaro a Monteleone. E poi misero in vendita i residui beni ecclesiastici.

E con questi provvedimenti, e simili argomenti, unitamente alla guerriglia che senza soste insanguinò la regione per l'intero decennio, la Calabria, secondo qualche storico, « usciva dal secolare isolamento».


da: http://www.soveratoweb.it/storiacalabria.htm


DUE BRIGANTI CALABRESI DEL 1806 POCO CONOSCIUTI

Giosafatte Talarico nato nell' odierno Panettieri ( ex Casale di Scigliano ), l'ultimo brigante condannato a morte e ucciso per decapitazione davanti al tribunale di Catanzaro.

Paolo Mancuso detto PARAFANTE, nacque a Serra di Scigliano nel 1783. Partecipò all’impresa del cardinale Ruffo e svolse diverse azioni per conto degli inglesi, brigante temutissimo era tra i più potenti della Calabria insieme a Fradiavolo, Panedigrano, Francatrippa. Un resoconto dettagliato delle sue gesta si può leggere nei detti documenti: Note Essenziali riportati da Mozzillo, "Cronache .... op. cit., pp- 1079-80 e 1091-1110 Il primo afferma che Parafante fu ucciso il 13 febbraio 1811 nel bosco di Migliuso dagli uomini dell’aiutante generale Iannelli: il secondo, il 14 nel bosco di Camello, vicino a Feroleto, dopo un violento scontro. Il suo corpo fu esposto in una gabbia di ferro a Scigliano. La sua testa fu portata per molti paesi, poi fu portata dal signor tenente generale Manhès in Cosenza, come pure la testa degli altri compagni. E questi le fecero a vari pezzi, e distribuiti per vari luoghi" . Questo racconto è confermato anche da L. M. GRECO, op. cit., II, p. 398, che ci informa che un fratello di Parafante era prete il quale finì impiccato a Nicastro dai francesi insieme ad una sorella, mentre gli altri quattro fratelli di Parafante erano di " d’indole brava."

fonte da www.scigliano.altervista.org


AMANTEA: CONTADINI, NOBILI E SOLDATI BORBONICI SI OPPOSERO UNITI ALL' ESERCITO NAPOLEONICO INVASORE

Il 15 dicembre 1805 Napoleone ordina all’esercito francese di invadere il Regno delle Due Sicilie. Il comando è assunto dal generale Massena, che muove con tre colonne per un totale di 37000 uomini. Il 12 febbraio 1806 si arrende la fortezza di Capua, il giorno successivo Pescara, il 14 le avanguardie francesi entrano nella capitale, da cui il Re era partito per la Sicilia sin dal 23 gennaio. Tre giorni dopo Massena invia distaccamenti in Puglia e Calabria, n sestultima regione il generale Regnier con 10000 uomini il 18 marzo batte i napoletani guidati da Ruggiero Damas a S. Lorenzo la Padula ed a Campotenese. Il giorno dopo i resti dell’esercito borbonico, circa 12000 soldati, insieme al loro comandante si imbarcano per la Sicilia. Tra il 29 ed il 30 marzo Napoleone dichiara decaduto Ferdinando IV, e nomina sovrano il fratello Giuseppe: tutto il regno di Napoli è in mani nemiche, ad eccezione di Civitella del Tronto, Gaeta e, nelle Calabrie, Maratea, Amantea e Scilla. Amantea si è preparata alla resistenza sin dai primi giorni di marzo, favorita dalla posizione e dai luoghi, poiché ad ovest ed a est ripidi dirupi e valloni rendono facile la difesa e difficile l’assalto, a nord e a sud mura merlate e bastioni proteggono l’abitato; sempre a nord il torrente Catecastro lambisce il paese, e la vicinanza del mare consente, pur tra rocce scoscese e sentieri impervi, un possibile rifornimento. La guarnigione, al comando del tenente colonnello Ridolfo Mirabelli, è stata rifornita di quanto occorrente via mare, mentre quattro cannoni da 18 libbre costituiscono l’artiglieria per la difesa. Per un po’ il nemico si accontenta solo di minacciare con attacchi sporadici, ma a novembre il generale Verdier invia tre battaglioni di fanteria, una compagnia di artiglieria, una di zappatori e dei dragoni per iniziare le operazioni di assedio. Nel mese di dicembre iniziano le ostilità e gli scontri, cui partecipano molti cittadini, guidati dal dott. Salvatori e dal frate Michele Ala. I francesi, dopo essere stati messi in grosse difficoltà dai difensori, una volta ricevuti 800 uomini di rinforzo tentarono, in una notte del mese, un attacco dalla parte del mare. Li guida il capitano della gendarmeria Razzo, nativo di Amantea, che riesce a far superare loro la rampa di San Pantaleo, ed a farli giungere sulle mura del paese. Le sentinelle, che non si attendevano un attacco dalla parte più difficile, stanno per essere sopraffatte quando l’urlo di una donna, Elisabetta de Noto, dà l’allarme, seguito da rullo di tamburi che chiama i difensori alle mura ed il lampo di un mortaio, segnale del nemico per l’assalto, rende palese il pericolo. Dopo tre ore di battaglia i nemici sono respinti sotto una gragnola di colpi, lasciando sul terreno un centinaio di morti e quasi il doppio di feriti. La resistenza preoccupa Verdier per il formarsi di bande partigiane in tutta la Calabria, principalmente a San Lucido, Fiumefreddo e sopra Amantea, per cui ordina l’inizio dei lavori di assedio della cittadina affidandone il compito alla brigata di Peyri, formata da 4 battaglioni, 300 corsi, una compagnia di cannonieri, una di zappatori napoletani e quattro ufficiali ingegneri, Montemajor, Cosenz, Mac Donald, Romei: in tutto 3200 uomini. Il 2 gennaio 1807 si inizia a stringere d’assedio Amantea, pur se l’alfiere delle milizie provinciali, Raffaele Stocco, riesce ad entrare in paese con un centinaio di soldati, attraversando le linee nemiche. I francesi scelgono per l’attacco la zona meridionale di Palaporto, iniziando la costruzione delle piazzole per l’artiglieria. I risultati ottenuti con il cannoneggiamento sono più che modesti, mentre frequenti sono le sortite dei difensori: perciò si intensificano i lavori di scavo per la posa di mine, mentre si prosegue nel tiro giorno e notte, e si costruisce un ridotto quadrato sulla spiaggia per impedire i rifornimenti via mare ai napoletani. In città l’assedio comincia a farsi sentire con la mancanza di pane ed acqua, cui si cerca di sopperire con gravi pericoli. All’alba del 15 gennaio le compagnie granatieri e cacciatori del 52° fanteria vanno all’assalto delle mura indebolite dal bombardamento, ma sono costrette a ritirarsi per la tenace difesa degli assediati. Non resta ai francesi che proseguire con il cannoneggiamento e con lo scavo delle gallerie per le mine. Alla fine il lavoro è compiuto nella notte del 29: un ultimo tentativo di convincere alla resa i napoletani non sortisce effetti positivi, nonostante gli uffici del colonnello della gendarmeria Luigi D’Amato, parente, amico e compagno d’armi del Mirabelli. I due calabresi che militano in campi avversi si incontrano fuori le mura, ma i ragionamenti e le promesse del D’Amato non ottengono l’effetto sperato; si affida allora a Montemajorla preparazione della mina che dovrà aprire una breccia nelle mura. Alle due pomeridiane del 6 febbraio si fanno brillare le cariche. Tutta la facciata del bastione vola in aria e poi rovina nel fossato per una lunghezza di 60 piedi e per una larghezza di 50, formando una comoda rampa di accesso alla città. I francesi si lanciano all’assalto alla baionetta, ma sono più lesti i difensori a ricacciarli indietro.
Due altri tentativi nella notte sono respinti con gravi perdite, tra cui il colonnello Montemajor, ferito nell’ultimo attacco. All’alba del 7 febbraio la resistenza può durare solo per un altro giorno, perciò si incarica di trattare la resa il tenente Trigona, che ottiene per la guarnigione l’autorizzazione a raggiungere l’armata borbonica in Sicilia. Ha così termine l’assedio di Amantea, durato ben 10 mesi, episodio misconosciuto della valorosa lotta sostenuta dai calabresi contro gli occupanti francesi. La resistenza armata della popolazione fu poi stroncata dallo straniero con metodi di inaudita ferocia e brutalità, paragonabili a quelli usati dai piemontesi negli anni 1861-67; ma di quelli e di questi la storia ufficiale tace, bollando quanti difesero la propria terra dall’invasore come “Briganti”. E’ ora finalmente di attribuire anche a questi valorosi la qualifica di Partigiani!


di Gaetano Fiorentino: il sud quotidiano del 2/8/21997

BRIGANTAGGIO IN CALABRIA: Domenico Straface detto Palma. Di Maria R. Calderoni

Il brigante, in Calabria, col pino e col lupo, faceva parte del paesaggio: era un truce eroe popolare, che, quando si dava alla macchia, non faceva una scelta, ma subiva un destino tragico. E questo terribile eroe rappresentava la vendetta per tutte le umiliazioni che gli altri, i miti e i deboli, dovevano subire". Così nel libro di Salvatore Scarpino ("Indietro Savoia! ", Leonardo) si introduce il capitolo sul brigantaggio in territorio calabrese, teatro delle gesta di Domenico Straface detto Palma. Un teatro affollatissimo, tra il 1860 e il 1870, dove i ribelli contadini organizzati in bande agguerrite e i reparti dell’esercito piemontese, rafforzati da carabinieri, squadriglieri e guardia nazionale, si diedero spietatamente la caccia per tutto il decennio. Con rappresaglie e eccidi da entrambe le parti.

Il generale Pallavicini
Gran fucilatore e inflessibile propugnatore di repressioni indiscriminate fu qui il gen. Emilio Pallavicini, lo stesso che l’anno prima aveva bloccato e catturato Garibaldi sull’Aspromonte, l’uomo che coi suoi reparti di guardie nazionali aveva attaccato per 35 volte le bande a cavallo del temibile Michele Caruso; l’inventore, in pratica, della nuova tattica antibrigantesca basata sulla "persecuzione incessante". Ma i banditi calabresi resistevano alla grande. Preti ricchi, baroni, avvocati, proprietari terrieri sono la loro preda; e sequestri, assalti alla diligenza, estorsioni, razzie e uccisioni di bestiame sono pane quotidiano. "La strada per Napoli di fatto era una sola, eppure non si riusciva a controllarla; le carrozze private e le corriere postali venivano sistematicamente assalite. Nel marzo 1865 fu attaccato un convoglio che portava a Catanzaro il procuratore generale del re, Camillo Longo... Fu una stagione infernale.". Una situazione che nell’agosto 1864 così sintetizza Vincenzo Padula ("Il brigantaggio in Calabria, 1861,1864", Padula): "Finora avemmo i briganti. Ora abbiamo il brigantaggio; e tra l’una e l’altra parola corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere e morire con la pancia piena; e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante é la causa del popolo, allorquando questo lo aiuta, gli assicura gli assalti, la ritirata, il furto e ne divide i guadagni. Ora noi siamo nella condizione del brigantaggio". Tra i tanti capibriganti della zona - da Pietro Corea (sequestrò un giudice, un deputato e due avvocati in un colpo solo), a Pietro Bianchi (uso a mozzare orecchie), Giovanni Bellusci e Bruno Pinnolo fucilati nel gennaio 1865, a Ferdinando Saccomanno "aiutante di campo" di Michele Caruso, ecc. - uno degli ultimi a morire è lui, appunto Domenico Straface detto Palma. Una biografia simile a quella di tanti altri: poverissimo contadino originario di Longobucco, Sila, si dà alla macchia nel 1847 poco più che ventenne, aggregandosi a varie bande (si dice che nel 1860 avesse tentato di offrirsi ai capi del nuovo governo come informatore, ma venne respinto). Muovendosi tra la Sila e la costa jonica fino alla Basilicata, ormai a capo di una banda propria, Palma riuscirà a tenere la campagna per oltre vent’anni. Gli danno la caccia con accanimento e lui non si sottrae agli scontri. Inseguito sulla Sila, per sganciarsi uccide quattro squadriglieri. Un’altra volta mentre è nei boschi con pochi gregari e una donna, i carabinieri lo circondano con 400 uomini; ma Palma come sempre riesce a filarsela.

L’agguato
Ha fama di imprendibile, è la Primula Rossa della Sila, un Eroe contadino. La gente lo crede dotato di protezioni magiche, lo salvano, raccontano, pietre, alberi, fossi; é un brigante di bella presenza e ardito, che colpisce la fantasia popolare. Un tipo originale, con un tocco di teatralità. "Il suo vestimento aveva qualcosa di bizzarro. Pantaloni fasciati rossi e blu e guarniti di madreperla; giubbone alla cacciatora con quattro fila di lire acconciate a bottoni e cadenti dal bavero in giù; cappello calabrese invellutato; due colpi e pistola inglese montati in argento, e coltella col manico intarsiato dello stesso metallo". Non alto, robusto, lineamenti ben fatti, Palma muore nel luglio 1869, sul ciglio del grande bosco di Macchia Sacra, sulla Sila. Muore come é nel suo destino di brigante, per la vile spiata. La lotta alle bande quell’anno é affidata al colonnello Bernardino Milon, capo di stato maggiore del gen. Sacchi. Dice di lui Franco Molfese ("Storia del brigantaggio dopo l’Unità", Feltrinelli): "Rinnovò i bandi e i metodi del Fumel con vera e propria ferocia e senza alcun scrupolo per la violazione delle garanzie legali". Bernardino Milon era uno che lavorava bene anche sul versante degli infiltrati e della delazione (in gran parte grazie alle taglie esorbitanti che pendono sulla testa dei principali "capi"), ed era quindi riuscito a trovare l’uomo della soffiata al momento giusto. Il momento giusto arriva quella sera, 12 luglio 1869.

Era "fatato"
Il brigante imprendibile quella sera, stanco e in compagnia di un solo uomo, si era appena inoltrato nel bosco, quando gli si para davanti un gruppo di carabinieri che sono lì appostati ad attenderlo. A sparargli é il guardiano del barone Guzzolini, tale Pietro Librandi; Palma é ferito non mortalmente, però é costretto a ripararsi in un fosso. "Per tutta la notte il ferito si lamentò, ma nessuno osò avvicinarglisi, aveva ancora il fucile. All’alba un carabiniere si fece sotto e gli spedì una palla pietosa. Pietro Librandi ebbe un premio di oltre 10.000 lire, una fortuna". "Era reputato di indole poco efferata e sanguinaria. Era contadino laborioso ed ossequiente: fu spinto al malandrinaggio dalle insinuazioni malvage dei tristi, che provocano il brigantaggio per specularvi. Presso il volgo godeva prestigio e popolarità; le donnette favoleggiavano di lui chiamandolo santo, fatato, invulnerabile e invincibile; aveva saputo procurarsi queste false credenze con continuate, generose elargizioni, e tenendo osservanza a un tenore di vita parco e temperato". Questo il "coccodrillo" che un giornale di Catanzaro qualche giorno dopo l’uccisione pubblicò in memoria del brigante Palma, Primula Rossa della Sila.

"Proclama"
"Catanzaresi, Alle promesse lusinghiere succedette il disinganno, alla ricchezza la povertà, alla libertà la schiavitù. Eccoci o calabresi al disinganno del dolore, all’Iliade più amara, sol chi è cieco non vede là dove ci han condotti i falsi liberali, quelli appunto che mettendosi un cencio rosso cercarono ed ebbersi la pagnotta. E di fatto, se non fu violento il Plebiscito, perché il malcontento di tutte le classi, meno la classe pagnottizia? Dov’è la ricchezza se l’erario è smunto, se spoglie sono tutte le casse pubbliche, depauperata la più ricca fra le metropoli, Napoli? Dunque, o calabri, ai fatti. Lo sanno gli scherani del Re Sabaudo; lo sanno i raccogliticci e melensi carabinieri; lo sa infine la piumata Guardia Nazionale che ad altro non è buona che a fare la sua comparsa plateale, ebbene noi marceremo...". Il proclama è firmato dal "generale in Capo Muraca Luigi", uno dei più famosi briganti calabresi: sarà fucilato nel 1865

di: Maria R. Calderoni - da: Liberazione martedì 30 luglio 2002

IL DESTINO DI CI FECE PARTE DELL'ESERCITO NAPOLITANO (I LAGER DEI SAVOIA)

Recenti ricerche sottolineano le pessime condizioni in cui nel 1861 furono «ospitati» a Fenestrelle i soldati di Francesco II: laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. La fortezza di Fenestrelle non ebbe altri reclusi se non militari: ufficiali condannati agli arresti di fortezza e particolari reparti di disciplina, il più noto dei quali è l'VIII, al quale furono aggregati i commilitoni del caporale Pietro Barsanti, l'organizzatore della fallita rivolta militare di Pavia, nel marzo del 1870. Uno di questi fu Augusto Franzoi che cadde dalle mura nel tentativo di evadere in una notte del novembre 1870. Il ferito fu abbandonato dai compagni e tosto nuovamente imprigionato. Durante la grande guerra vennero concentrati a Fenestrelle anche prigionieri austroungarici e italiani condannati dal tribunale di guerra. Tra questi, nel 1916, anche il generale Giulio Douhet ex bersagliere: reo di essersi contrapposto alle strategie ante Caporetto di Cadorna.

L’immagine che diede di se il pur forte esercito del Sud, va ascritta ai principali responsabili che sono pochi e di alto grado. In più occasioni la bassa forza ebbe di che indispettirsi per le improvvise ritirate (vedi la Palermo di Lanza) comprate dagli uomini di Garibaldi. (Garibaldi disponeva di mezzi di cui non è mai stata svelata a fondo la provenienza). Su un giornale satirico dell’epoca era rappresentata la caricatura dell’esercito: il soldato con la testa di leone, l’ufficiale con la testa d’asino, il generale senza testa. Agli ufficiali che non avevano già tradito venne "offerta" imposta dal Cialdini l’assunzione nel nuovo esercito Italiano.

Gli irriducibili che non si diedero alla macchia, dopo essere stati fatti prigionieri, furono deportati a Fenestrelle, campi di S. Maurizio Canavese, Alessandria e in Sardegna per un trattamento di «correzione e idoneità al servizio». Molti morirono. Alla leva «unitaria» del 1861 nel sud si presentarono in 20 mila sui 72 mila coscritti, gli altri si diedero alla macchia e «li chiamarono briganti».

Spunti dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti nato a Catanzaro il 14.3.1836

«Nella mia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per aver tradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erba dovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí un prete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci voleva condicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamo portato allo nostro patrone. Ci hanno portato innanzi a un carnefice Piemontesa condicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell'assassino di Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perché aveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornare indietro asservire sotto la Bandiera d'Italia. Il terzo giorno sono scappato, giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi redutto a quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Re no aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori; siamo fatto questioni e lo sono lasciato. Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggione mi anno fatto partire per il Piemonte. il 15 gennaio del 1862 ci anno portato affare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all'ospidale e in pregiona a pane e accua. principio del 1863 fuggito da sotto le armi di Vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato all'udienza del mio desiderato e amato dal Re Francesco e li ò raccontato tutti i miei ragioni.» [Fonte: Fulvio Izzo «I lager dei Savoia»]

VERITA' E GIUSTIZIA PER L'ITALIA MERIDIONALE
di Cesare Bertoletti, ufficiale piemontese a Napoli nel 1918, un testo commovente, nel quale l'autore pone cuore e intelletto per ritrovare, fra i meandri della palude risorgimentalista, le ragioni del Meridione.

"Sta di fatto che la storia dell’Italia meridionale dalla metà del 1700 ad oggi, e quindi la storia del Regno Borbonico, delle qualità del suo esercito, della sua marina (sia da guerra che mercantile), delle ricchezze o meno delle sue regioni e soprattutto dell’importanza nazionale ed europea del pensiero dei filosofi, degli economisti e dei politici meridionali, è sempre stata falsata, sia ufficialmente, sia dai singoli, e in modo tale da fare apparire tali regioni come misere, arretrate e dì peso, morale e materiale, per le altre province italiane, mentre invece, è vero esattamente il contrario. Ossia è vero che con l'unione dell’Italia meridionale al resto della penisola, tale regione ha dato enormi ricchezze e ne ha ricevuto in cambio la rovina delle proprie industrie e della propria agricoltura facendo sempre la parte della Cenerentola, subendo anche la mortificazione di ricevere aiuti dai vari governi che si sono succeduti in Italia, come un parente, povero e svogliato, ne può ricevere da un parente ricco che sa far pesare il suo dono; mentre, invece, l'Italia meridionale ha pieno diritto di riavere quanto le è stato tolto sia moralmente che materialmente. Chi scrive ha piena coscienza della gravità di quanto afferma, ma ha altrettanta piena coscienza di poter dimostrare come quanto afferma sia rispondente a verità, sicuro che, riconosciuta tale verità, si potrà con animo sereno giudicare fatti, personaggi e popolazioni in modo più vicino alla realtà, rendendo così giustizia ad un buon terzo della popolazione Italiana. E inoltre chi scrive tiene a far sapere di non essere un meridionale, ma di appartenere ad una famiglia piemontese e di non essere quindi spinto al presente studio da sentimenti o da interessi regionalistici, ma solo dall’amore per la verità storica e per la giustizia.”

I LAGER DEI SAVOIA DI FULVIO IZZO













lager de finastrelle

Fulvio Izzo, insegnante e ricercatore, ha firmato “I lager dei Savoia” dove, dopo aver messo insieme una documentazione imponente, descrive «la storia "infame" del Risorgimento - i campi di concentramento per i soldati Borbonici”
( tutti quei militari che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell'esercito sabaudo e quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II), nei forti del Nord. Il fatto che nella storiografia ufficiale si parli poco o troppo, del brigantaggio, per parte presa e non si sia mai accennato alle deportazioni e alle sofferenze dei prigionieri meridionali, dei quali molti deceduti nei campi di Finestrelle e San Maurizio in Piemonte, non è comprensibile e soprattutto non è giustificabile. Il forte di Fenestrelle, iniziato nel 1727 e terminato completamente nel 1854 si sviluppa per oltre 3 km. di lunghezza su 650 mt. di dislivello. 1.300.000 metri quadri di superficie con 1.700 uomini di presidio. Una scalinata coperta di oltre 4.000 gradini collega la piazza principale del forte San Carlo con il forte delle Valli attraverso fortini ridotte e batterie. In quasi tre secoli di vita, questa maestosa macchina da guerra non ha mai sparato un solo colpo. I detenuti meridionali tentarono anche di organizzare una rivolta, il 22 agosto del 1861, per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta ed il tentativo ebbe come risultato l'inasprimento delle pene. Fulvio Izzo , I lager dei Savoia, 1999, 8°, Ed. Controcorrente "... Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in grande quantità, si stipano ne' bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di que' spettacoli che lacerano l'anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio".

I SAVOIA E LA SOLUZIONE FINALE

Si è sempre creduto che le uniche colpe di cui si coprirono gli ignobili savoia, fossero riconducibili alle 2 guerre mondiali, l'uso di armi chimiche nelle guerre coloniali e non solo, la firma delle leggi raziali ed il fascismo. Ma i savoia fecero di molto peggio. Durante e dopo l'annessione del Regno delle due Sicilie si manifestò un problema inaspettato. I soldati Borbonici rimanevano fedeli al loro re e visto che per motivi di immagine non potevano essere massacrati sul posto, si decise di allestire per loro una SOLUZIONE FINALE. Furono trasferiti al nord tra milano genova e torino in appositi CAMPI DI CONCENTRAMENTO, con una sola certezza, dovevano entrarci in piedi ed uscirci stesi. L'italia era ormai unita e quelli erano italiani, ma italiani di serie B. Solo la fortezza delle finestrelle, ora emblema del piemonte e di torino, ingoiò tra 25000 e 50000 soldati Borbonici, risputandone solo i corpi esanimi. Il numero ufficiale dei morti nei LAGER è ancora coperto dal segreto di stato, malgrado questo decada dopo 50 anni, ma in fondo ne sono passati solo 170. Visto che alcuni dubitano su quanto scrivo vi allego il carteggio trà cavour e il generale lamarmora, riguardante questa tematica e anche la bibliografia, aspetto vostri commenti e domande.

lettera di Cavour a Farini, luogotenente a Napoli, datata 21 novembre 1860, n. 2551 vol. III:

"Carissimo amico. Io vi prego a nome pure dei miei colleghi a rifletterci ancora sopra prima di spedire qui tutte le truppe napoletane che il Papa e i Francesi ci restituiscono, è, a parer mio, atto impolitico sotto tutti gli aspetti. Il trattare tanta parte del popolo da prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del Regno. Il pensare di trasformarli in soldati dell'esercito nazionale è impossibile e inopportuno. Pochissimi consentono ad entrare volontariamente nel nostro esercito, il costringerli a farlo sarà dannoso anziché utile almeno per ciò che riflette gran parte di essi. Ho pregato Lamarmora di visitare lui stesso i prigionieri che sono a Milano. Lo fece con quella cura che reca nell'adempimento di tutti i suoi doveri. Poscia mi scrisse dichiarandomi che il vecchio soldato napoletano era canaglia di cui era impossibile trarre partito; che corromperebbe i nostri soldati se si mettesse in mezzo a loro. Credo che bisogna fare una scelta, mandare a casa tutti quelli che hanno piú di due anni di servizio, dichiarando loro che al menomo disordine sarebbero richiamati sotto le armi e mandati a battaglioni di rigore. Tenere sotto le armi quelli che non hanno compiti due anni di servizio e quelli fonderli nei reggimenti, costringendoli a servire per amore o per forza. Vi prego di comunicare queste idee a Fanti, invitandolo a nome del Consiglio a soprassedere almeno per qualche tempo dallo spedire a Genova quegli ospiti incomodi... Vi mando la lettera di Lamarmora sui prigionieri Napoletani... ". la lettera di lamarmora "... Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri Napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsenton a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d'occhi... e quel che è piú dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andar a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco secondo, gli rinfacciai che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavan a servire, che erano un branco di carogne che avressimo trovato modo di metterli alla ragione. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia, e per carità non si pensi a levare da questi Reggimenti altre Compagnie surrogandole con questa feccia. I giovani forse potremo utilizzarli, ma i vecchi, e son molti, bisogna disfarsene al piú presto".




DOMENICO NICOLETTI UNO TRA I POCHI PATRIOTI DELLO STATO MAGGIORE BORBONICO

Nacque a Napoli il 5 agosto 1808 e quale figlio di ufficiale borbonico fu destinato alla carriera militare tanto che ad appena 8 anni lo troviamo già iscritto come "Figlio di Truppa" nel Battaglione Allievi Militari.
Frequentò diverse scuole ed il I° giugno 1821 fu ammesso alla Real Accademia Militare, da dove ne uscì tre anni dopo col grado di Sergente.Il 6 maggio del 1841 venne promosso 2° Tenente ed il 27 aprile 1846 1° Tenente.
Nel 1848 partì per la repressione dei moti rivoluzionari siciliani al seguito del Generale Carlo Filangieri, che lo volle suo addetto allo Stato Maggiore e dove rimase fino al 1860.
Nella veste di addetto allo Stato Maggiore ebbe a svolgere delicati quanto ingrati compiti come quello di incontrare e trattare con lo stesso Garibaldi che egli sprezzantemente chiamava "IL PIRATA DI NIZZA".
Abbandonata la Sicilia e poi anche Napoli, fu promosso Maggiore e gli fu dato il comando del suo 6° Reggimento di Linea "Farnese" che fu protagonista assoluto nei giorni 1 e 2 ottobre 1860 al Castello di Morrone e sulle confinanti colline di Caserta.
Con la vittoria su Bronzetti egli fu l’unico comandante borbonico ad uscire vincitore dallo sfacelo della battaglia del Volturno.
Per le sue azioni in Sicilia ebbe parecchi encomi e fu insignito di varie onorificenze oltre che di una medaglia di bronzo, della medaglia d’oro dei distinti di 1^ classe ed alla fine della carriera; per ciò che aveva fatto al Castello di Morrone, fu ricevuto personalmente dal Re Francesco II a Gaeta che gli regalò una medaglia d’oro in ringraziamento e come suo ricordo personale.

Dopo la resa di Gaeta gli fu offerto di passare col grado di Colonnello nel nuovo esercito italiano, ma rifiutò e si ritirò in pensione mantenendo, fino alla morte, avvenuta nel 1874, un dignitoso silenzio.

giovedì 24 gennaio 2008

IL REGIO ESERCITO BORBONICO NELL'ESERCITO CONFEDERATO di Pierluigi Rossi

Il 18 Marzo 1861, arrivò a New Orleans la nave "Elisabetta", dalla quale sbarcarono 87 ex soldati borbonici. Per decreto del governatore della Luisiana Thomas Moore fu costituito il 6 reggimento "Italian Guards" dell'esercito confederato del quale vennero a far parte gli sbarcati ed altri meridionali giunti a New Orleans. Tutti i meridionali che combatterono per gli Stati Confederati si distinsero con onore durante la guerra 1861-1865, combattendo per la libertà di un'altro sud.

Riporto le parole pronunciate dalla discendente del presidente degli Stati Confederati d'America, sig.ra Betty Russo (sposata con un oriundo siciliano, discendente dei fratelli Russo in forza alla "Italian Guards" i quali avevano militato nell'esercito delle Due Sicilie.

“È con profondo rispetto e senso dell'onore che mi rivolgo a voi. Voglio esprimere la mia sincera stima e gratitudine per il supporto e l'aiuto di tutti gli ex soldati di Borbonici che combatterono per la libertà della nostra patria durante la guerra di aggressione nordista. L'amore della patria, della libertà, e l'indipendenza furono i principali motivi di quei valorosi soldati che combatterono tanti anni fa al nostro fianco. I vostri compatrioti combatterono con onore e si distinsero sui campi di battaglia per 4 lunghi anni per difendere la nostra libertà. Questo non è stato dimenticato, e con le parole del Generale Lee: "non li dimenticheremo mai". Il sacrificio degli ex soldati borbonici durante la guerra non sono stati dimenticati. La loro storia è finalmente riemersa negli Stati Uniti. La loro storia, ed è stata narrata alla convenzione nazionale del UDC e dei discendenti dei veterani Confederati. La loro storia è stata presentata alla riunione nazionale del movimento neoconfederato in Huston e ripetuta alla convenzione dei discendenti di veterani confederati, ove sarà fatto l'appello di tutti quei vostri compatrioti che combatterono con noi. Siate fieri del vostro passato e del vostro retaggio. La loro memoria ed i loro sacrifici sono con noi".

Reclutamento e reparti

Il reclutamento iniziò con l'arrivo a Napoli dell'americano Chatham Roberdeau Wheat il 14 ottobre 1860 a bordo della nave "Emperor", assieme ai 650 uomini della legione britannica. Wheat partecipò anche ad azioni militari come le battaglie del Volturno e del Garigliano, ed all’assedio di Capua, col grado di generale conferitogli da Garibaldi che aveva conosciuto a New York nel 1850.

Il Gen.Wheat aveva come aiutante il Capitano Bradford Smith Hoskiss veterano dell'esercito britannico. Alla notizia dell'elezione di Lincoln a presidente negli Stati Uniti, Wheat come sostenitore dell'altro candidato Breckinridge, era cosciente che se fosse avvenuta la secessione degli stati del sud, come preannunziata, la guerra civile sarebbe divenuta una concreta possibilità. Pertanto fece richiesta a Garibaldi di poter reclutare prigionieri e sbandati dell'esercito Borbonico da inviare in Luisiana. Garibaldi incaricò Liborio Romano [ex ministro degli Interni del regno delle Due Sicilie, n.d.r.] di assistere il Cap. Hoskiss nel reclutamento. In quel momento i prigionieri borbonici erano in gran numero, ed era stata perfino avanzata l'ipotesi di deportarli in Australia. Anche gli sbandati costituivano un problema, pertanto la soluzione di sbarazzarsene era vista di buon occhio.

L'esodo fu organizzato e divenne operativo con le prime partenze, delle navi Charles &Jane – Utile – Olyphant – Franklin – Washington – Elisabetta e Monroe. La navi giunsero a New Orleans da gennaio a maggio 1861 prima che il blocco navale del Nord riducesse considerevolmente il traffico navale ai porti del sud. Le partenze furono poi sospese a seguito della protesta al governo di Cavour del console Statunitense a Napoli Joseph Chandler.

Intanto circa 1800 ex soldati borbonici erano sbarcati a New Orleans e avviati alle formazioni militari in allestimento della Luisiana. Essendoci tra i volontari anche molti oriundi Francesi ed Inglesi, su pressione dei rispettivi Consoli George Coppel e conte Valjean, il governatore della Luisiana Thomas Moore dovette raggiungere un accordo con le rappresentanze consolari. Pertanto dal luglio 1861, gli stranieri residenti a New Orleans furono organizzati in battaglioni e reggimenti con riferimenti al paese di origine dei soldati, al comando del Generale belga Paul Juge.
La maggior concentrazione di ex soldati borbonici e meridionali furono nel 10 e nel 22 reggimento della Luisiana, ove i nostri connazionali si distinsero pel valore e lo spirito di sacrificio.

I restanti ex soldati borbonici e meridionali furono arruolati in diverse unità militari confederate. Una di queste era il 10° reggimento fanteria della Luisiana, organizzato a Camp Moore in Luisiana dal colonello Mandeville De Marigny . Questo reggimento fu immediatamente inviato in Virginia al fronte, ed ebbe un ruolo primario nella vittoria confederata di Manassas ove i Nordisti furono messi in rotta. La guerra potrebbe essere finita lì se i Sudisti avessero incalzato le divisioni in fuga ed occupato Washington. Ma il presidente Jeffersin Davis, avocava una guerra strettamente difensiva. Un'occasione simile non si sarebbe più presentata.

Il 10° reggimento fanteria della Luisiana aveva un totale di 976 effettivi nel 1861. Alla resa del Generale Lee ad Appomatox, il 10/4/1865 erano rimasti solo 18 sopravissuti, di cui Ferri Salvatore, nativo di Licata già del 2 reggimento di linea del regio esercito Borbonico, unico sopravissuto della compagnia I.

da: da www.ilportaledelsud.org