martedì 27 ottobre 2009

Le scorie sepolte a colpi di dinamite L' affare finito dopo il caso Alpi


I profitti Il procuratore Macrì: con questi traffici la ' ndrangheta ha realizzato profitti enormi fino all' inizio degli anni Novanta

MILANO - «Dov' è la sorpresa?». Lo sappiamo da anni, dice Vincenzo Macrì. Il procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia esibisce una giusta dose di cauto ottimismo mischiata ad una consapevolezza che deriva da decenni passati alle prese con le mafie calabresi. La scoperta del mercantile affondato al largo dalla costa di Cetraro può essere la conferma ulteriore di qualcosa che si conosce già da tempo. La ' ndrangheta si occupa di rifiuti. Attività che è sempre stata sepolta nel profondo, sotto una coltre di omertà. Numerosi pentiti hanno raccontato il business «ecologico» delle cosche, ma non sono mai emersi elementi di riscontro certi sull' ubicazione delle scorie. Il luogo della sepoltura, quello non s' è mai trovato. «Sappiamo ad esempio che molte località dell' Aspromonte sono un giacimento di rifiuti. Ma nessun collaboratore di giustizia ha mai saputo indicare con precisione un sito». Le navi carretta affondate negli anni Ottanta e Novanta e oggi adagiate nei fondali del Mediterraneo a circa 200 metri di profondità sembravano essere diventate una specie di leggenda urbana, una chimera moderna. Nel 2007, il notevole quantitativo di metalli pesanti rilevato nel pescato proveniente dalle coste tirreniche della Calabria destò sospetto, ma la circostanza rimase al livello embrionale di indizio. Mancava la prova. Ad oggi, l' unico punto fermo sull' esistenza di un traffico illegale che ha portato fiumi di denaro alle cosche, era il sotterramento di 30.000 tonnellate di ferrite di zinco, rifiuti speciali provenienti da un' azienda di Crotone, presi in gestione dalle ' ndrine e sepolti nei campi tra Cassano Ionio e Cerchiara di Calabria. Una specie di Gronchi rosa. Adesso le cose potrebbero cambiare. Le parole di Francesco Fonti, il pentito che in una sua memoria è stato il primo a parlare di «navi a perdere» che venivano affondate con la dinamite, potrebbero essere lette in una nuova luce. L' ex trafficante di stupefacenti, originario della Locride, collabora dal 1995. Ha sempre parlato di rifiuti, con i giudici di Cosenza e quelli di Milano, ma gli inquirenti, pur credendolo affidabile, non sono mai riusciti a trovare pezze d' appoggio per le sue rivelazioni. «Forse - dice Macrì - se il rinvenimento di ieri viene confermato per quello che è, siamo davanti ad una prima volta, molto importante. Una scoperta fondamentale per ricostruire il passato». Il passato, perché di questo si tratta. I rifiuti sono stati l' oro della ' ndrangheta, il propellente che negli anni Settanta e Ottanta ha permesso alla mafia calabrese di arricchirsi smodatamente. Dice Macrì: «Mentre la camorra si è concentrata sui rifiuti solidi urbani e secondariamente sulla monnezza "sporca", la ' ndrangheta ha trattato sempre e soltanto rifiuti tossici, autentiche bombe ecologiche». All' inizio degli anni Novanta c' è stata la ritirata, anch' essa certificata dalle parole di alcuni pentiti. Uno di loro identifica lo spartiacque nella morte di Ilaria Alpi. La vicenda della giornalista del Tg3 uccisa in Somalia accese i riflettori sui traffici illegali di rifiuti ad alto potenziale venefico. Una pubblicità indiretta che allarmò qualche capobastone. Aumentò la pressione degli inquirenti, vi fu qualche protesta dal territorio, perché l' elevata tossicità del materiale interrato o inabissato danneggiava le famiglie stesse dei mafiosi. Macrì è categorico: «La stagione delle scorie gestite dalle cosche è finita da un pezzo. Ma costituisce uno dei periodi meno conosciuti della mafia calabrese. Con questo business la ' ndrangheta ha realizzato profitti enormi, che le hanno permesso di internazionalizzarsi e di diversificare all' estero le proprie attività. È diventata il colosso criminale di oggi grazie ai rifiuti tossici. E al cortese aiuto fornito da aziende, imprenditori e amministratori pubblici, complici o conniventi». Marco Imarisio RIPRODUZIONE RISERVATA La scheda La nave Il relitto di una nave è stato trovato a 14 miglia dalla costa di Cetraro (Cosenza). Potrebbe essere la Cursky, la nave di cui parlò anni addietro il pentito dell' ndrangheta Francesco Fonti Il robot Un robot sottomarino (foto) si è calato a 480 metri di profondità per fotografare il relitto. Dallo squarcio a prua fuoriescono due fusti

Imarisio Marco
Pagina 19(13 settembre 2009) - Corriere della Ser

martedì 20 ottobre 2009

Memorie “tossiche “di un pentito.

Di Giovanni Tizian

Francesco Fonti è un pentito di ‘ndrangheta dal 1994. Non apparteneva ad una famiglia mafiosa era semplicemente un affiliato di ‘ndrine potenti, quali quelle di Siderno e di San Luca.

Durante i suoi primi anni di collaborazione ha prodotto un memoriale in cui si svelano oltre ai soliti traffici anche le nuove frontiere del commercio illegale. Nel memoriale,infatti , Fonti parla di smaltimento di rifiuti tossici. Scorie radioattive da occultare in fondo al mare, in Somalia o nel brullo e misterioso Aspromonte.

Il Fonti si attribuisce tra il 1980 e il 1990 molti dei traffici avvenuti su ordine di alcune ‘ndrine. “Le scorie- dichiara Fonti- erano smistate dal centro Enea di Rotondella, in Basilicata” e probabilmente finite in Somalia. Ipotesi tenuta in considerazione anche dagli inquirenti che indagano sul duplice omicidio dei reporters Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. I due giornalisti uccisi in Somalia si presume fossero a conoscenza dei loschi traffici rifiuti-dollari tra Italia e Somalia.

La dinamica è tanto semplice quanto disumana: lo stato italiano tramite la ‘ndrangheta trasportava le scorie fino in Somalia dove successivamentevenivano magicamente smaltiti. Non aveva importanza dove venissero occultate le scorie, se in mezzo ai campi o in fondo al mare, non interessava neanche la salute della povera gente già afflitta da miseria e disperazione, ciò che più importava era il denaro e le armi.

Le indagini rivelano uno spaccato inquietante ancor più alla luce degli avvisi di garanzia emessi in questi giorni dalla direzione antimafia di Potenza a carico di otto ex dirigenti del centro dell’Enea della Trisaia di Rotondella e di due presunti affiliati alla ‘ndrangheta. Tra i reati ipotizzati ci sono lo smaltimento dei rifiuti tossici, il commercio di armi, il traffico di sostanze radioattive e la produzione clandestina di plutonio. Il plutonio, secondo gli inquirenti, sarebbe stato passato dalla mafia calabrese all’Iraq di Saddam Hussein, all’epoca in pace con gli Usa eritenuto dall’occidente alleato “democratico”.

Secondo quanto riportava la Gazzetta del mezzogiorno risulterebbero indagati, tra gli ex dirigenti Enea, Giuseppe Orsenigo, Raffaele Simonetta, Bruno dello Vicario, Giuseppe Lapolla, Giuseppe Rolandi, Giuseppe Lippolis e Tommaso Candelieri.

Con loro sono indagati due appartenenti alla ‘ndrangheta Bruno Musitano della ‘ndrina di Plati il cui capo, prima di essere ucciso, era Domenico Musitano detto “u fascista”e Giuseppe Arcadi. Musitano e Arcadi sono citati nel memoriale di Fonti. Nel materiale inviato alla Direzione nazionale antimafia da parte del pentito si trovala spiegazione dell’enorme potere d’infiltrazione delle ‘ndrine ioniche.

Le dichiarazioni erano state pubblicate da L’espresso nel 2005 e riguardavano gli affari illegali delle ‘ndrine di San Luca con gli alti poteri dello Stato. “Nirta mi spiegò- scrive Fonti- che gli era stato proposto dal ministro della Difesa di stoccare bidoni di rifiuti tossici. L’ipotesi era quella di sotterrarle in alcuni punti dell’Aspromonte e nelle fosse naturali marine che c’erano davanti alla costa jonica della Calabria.” Le diverse ‘ndrine si ritrovarono per pianificare il progetto lucroso a Polsi senza tuttavia mettersi d’accordo su un azione unica. Ogni famiglia, secondo le dichiarazioni del Fonti, avrebbe provveduto in piena indipendenza ai propri traffici.

Fu così che Fonti cominciò a lavorare per la famiglia Musitano di Platì. Il capobastone era Domenico Musitano, “u fascista”, il quale non potendo tornare in Calabria risiedeva a Nova Siri in Basilicata e chiese a Fonti di “ far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi. Mi spiegò- continua Fonti- che era stato avvicinato da uno dei dirigenti dell’Enea, Tommaso Candelieri ( tra gli indagati), che aveva l’urgenza di far sparire questi fusti che erano depositati in due capannoni dell’Enea stessa. Quanto ai soldi, avrei dovuto intascare 660 milioni “.

Per quanto riguarda il trasporto Fonti scrive :” Come appoggio, Musitano mi diede la disponibilità del genero, Giuseppe Arcadi, il quale mi aiutò trovare i camion e gli autisti per il trasporto dei rifiuti.” La pianificazione era perfetta, ma qualcosa cambiò le carte in tavola : “u fascista” venne ucciso davanti al tribunale di Reggio Calabria e l’affare fu rinviato di pochi mesi. Nel 1987 , tra il 10 e l’11 gennaio, l’operazione “tossica” è stata portata a termine. Il memoriale venne fuori diciotto anni dopo, provocando, allo stesso tempo, polemiche tra i politici riguardo l’attendibilità dei pentiti enuove indagine dai possibili risvolti eclatanti.

Francesco Fonti ècollaboratore di giustizia dal 1994. Dalle indagini e dalle sue dichiarazioni risulta essere elemento di spicco della ‘ndrangheta nel traffico di stupefacenti nel Nord Italia. Tra Modena, Reggio Emilia e Milano il Fonti reggeva il traffico di droga per la ‘ndrina dei Romeo, il cui boss era Sebastiano Romeo detto “u staccu”, molto vicini ai Nirta, altra storica famiglia ’ndranghetista. Non sempre le sue dichiarazioni sono state ritenute veritiere, tuttavia in alcune descrizioni gli elementi di rilievo coincidono con le indagini fatte e con le dichiarazioni degli altri, se pur pochi, pentiti della ‘ndrangheta. Riguardo, ad esempio, un omicidio di un bancario avvenuto a Locri nel 1989 il Fonti lo giustifica come omicidio avvenuto a causa di un opposizione a vari tentativi di richiesta di riciclaggio da parte di Barbaro di Platì.

Nonostante tali dichiarazioni le indagini insistevano nel percorrere il binario del delitto passionale che però lasciava vivi molteplici dubbi e innumerevoli domande. L’evidenza della dinamica, entro cui è maturato quello omicidio, e le confessioni del pentito Fonti non sono state sufficienti a far aprire le porte alla verità. La vittima era responsabile dell’ufficio fidi e venne ammazzato in macchina mentre tornava da lavoro. Si trattava di una tipica esecuzione mafiosa ma venne fatta passare come altro.

Nel 1989 non esisteva neanche la legge 197 / 1991 sull’antiriciclaggio perciò risulta semplice capire come le banche, in Calabria, erano vere e proprie lavanderie di denaro sporco, e l’opposizione da parte di un impiegato all’illegalità mafiosa non era praticabile se non a rischio della propria vita. Chi si opponeva al riciclaggio o alla concessione di un fido senza garanzie doveva morire, ecco le regole che il pentito Fonti dimentica di raccontare, volutamente per coprire i pesci grossi o involontariamente perché soffre di amnesia.

Fantasie sui rifiuti o cruda realtà ? Se le indagini vanno avanti vuol dire che qualcosa è emerso dalle torbide acque del malaffare. Di certo ci sono gli avvisi di garanzia firmati da Francesco Basentini, sostituto procuratore della direzione antimafia lucana. Il fascicolo apparteneva, prima che fossero trasferiti a causa del coinvolgimento nell’inchiesta “toghe lucane”, al procuratore della dda potentina Giuseppe Galante e dal suo sostituto Felicia Genovese.

I rifiuti tossici sono la nuova fonte di guadagno da parte della ‘ndrangheta e non più solo monopolio della camorra. Gli introiti si raddoppiano con il traffico dei rifiuti. Più “monnezza”produciamo più soldi entrano alle due organizzazioni criminali che dalla spazzatura estraggono oro. Le responsabilità sono anche degli imprenditori del Nord, quelli che fingono di essere socialmente responsabili e poi per pagare la metà di tasse sui rifiuti si affidano alle mafie per smaltire il loro “schifo”tossico e puzzolente imputridendo le terre e gli animi altrui.

http://www.democrazialegalita.it/giovanniT/tizian_Pentito_Francesco%20Forte_scorie%20radioattive=11ottobre2007.htm

Morabito insiste: " Nirta fra i rapitori di Moro "

Morabito Saverio parla di nuovo del caso Moro Aldo al giudice del processo Moro quater: Nirta Antonio, detto N' Toni Due Nasi, fu infiltrato tra le Brigate Rosse. le dichiarazioni dell' altro pentito Inzaghi Mario 48 anni

Il pentito torna a coinvolgere il generale Delfino. Riscontri sui legami tra il boss e i carabinieri TITOLO: Morabito insiste: "Nirta fra i rapitori di Moro"- MILANO . Dieci ore di interrogatorio. Parla Saverio Morabito, il pentito della ' ndrangheta che con le sue confessioni ha fatto scattare poche settimane fa un blitz da quasi 200 arresti. E parla di nuovo del caso Moro. Stavolta con il giudice Antonio Marini, pm al processo Moro quater, che lo interroga come semplice teste in un rifugio segreto, sotto la protezione della Dia. Morabito ripete quanto gia' raccontato al pm milanese Alberto Nobili: "Seppi che grazie ai suoi contatti con i servizi, e verosimilmente con il generale Delfino, Antonio Nirta fu infiltrato tra le Brigate rosse e fu fisicamente presente al sequestro dell' onorevole Moro. Ho saputo tutto questo da Domenico Papalia e Paolo Sergi". Due uomini d' onore, dunque, gli avrebbero fatto queste rivelazioni. E Morabito le ripete ancora, con tutto il loro carico di polemiche, veleni e polveroni, aggiungendo spiegazioni, dando chiarimenti ad Antonio Marini. Davvero un boss della ' ndrangheta come Nirta, soprannominato Toni Due Nasi, entro' in scena la mattina di via Fani? E credibile Morabito? Per i giudici di Milano la risposta e' "si' ". Proprio ieri le sue confessioni hanno trovato un riscontro prezioso. S' e' pentito pure un suo socio di sempre, un vecchio compagno d' armi e di sequestri come Mario Inzaghi, 48 anni, emiliano, trapiantato a Corsico, da sempre vicinissimo ai clan calabresi che dettano legge nell' hinterland di Milano. Inzaghi ripete: "Si' , sapevamo che Nirta era un collaboratore dei carabinieri. Era un organizzatore di sequestri. In seguito, diverso tempo dopo, seppi il perche' dei fallimenti e degli arresti per quei sequestri. Nirta faceva il doppio gioco. Gia' all' epoca mi era sembrato assai strano che solo lui fosse rimasto fuori dal giro degli arresti". La polemica ha coinvolto gia' nelle scorse settimane il generale Francesco Delfino, che al tempo dei rapimenti organizzati dai calabresi comandava il nucleo operativo di Milano. Delfino, che s' era distinto proprio per la sua abilita' nel risolvere i sequestri di persona, e' stato interrogato da Nobili e ha spiegato: "Si' , ho saputo poi che Nirta era un informatore del nucleo operativo, nell' Arma circolava questa voce. Ma non era certo un mio confidente. Io non lo conoscevo". Intanto le confessioni di Inzaghi producono i loro effetti. Su richiesta di Nobili, il gip Guido Piffer ha fatto partire 7 ordini di cattura. Nell' elenco c' e' Antonio Nirta e, con lui, Michele Amandini, Agostino Catanzariti, Rocco e Antonio Papalia, Vincenzo Saffioti, Domenico Trimboli. Grazie a Inzaghi i giudici ricostruiscono la storia di due sequestri di persona del maggio ' 77: quello di Angelo Galli, a Cesano Boscone, e quello di Giuseppe Scalari, a Trezzano sul Naviglio. E trovano nuove conferme al racconto di Morabito sull' omicidio del boss Toto' D' Agostino, ucciso a Roma nel 1976. Il nuovo pentito era stato condannato a Milano per riciclaggio. Il suo nome era collegato a quello di Jordan Fortuny, uno strano finanziere di Andorra che aveva in valigia 358 milioni in contanti. Tra quelle banconote i poliziotti ne avevano trovate 263 segnate, perche' venivano da tredici sequestri, tra cui quelli di Cesare Casella, Esteranne Ricca e Carlo Celadon.

Buccini Goffredo

Pagina 13
(12 novembre 1993) - Corriere della Sera

lunedì 7 settembre 2009

I FIGLI DEI TERRONI

RIPORTO EPISODI VERI DI VITA QUOTIDIANA, ESPERIENZE, CON PERSONE CHE VIVONO AL NORD ITALIA ECCO UNO STRALCIO DELL'IMMAGGINARIO COLLETTIVO SETTENTRIONALE SUI MERIDIONALI: EPISODI DI VITA RACCONTATI SOPRATUTTO DAI FIGLI DELLA PRIMA GENERAZIONE DI IMMIGRATI ARRIVATI AL NORD DA TUTTO IL MEZZOGIORNO:


1)
Bologna ai tempi dell'università era piena di gente stravagante, tra esse Silvia abruzzese 24enne studentessa di arte fece un giorno uno dei discorsi più stupidi che io avessi mai ascoltato in vita mia. Ospiti di amici, era arrivato in città un mio conterraneo, suo padre era morente in ospedale e quando giunse il fatidico momento si proponeva il problema di come trasportare la salma in terra patria. Silvia fidanzata allora con uno degli studenti che ospitava il figlio del defunto esclamò, davanti al povero ragazzo: "Voi calabresi siete i soliti mente chiusa! e che ci vuole a trasportare il caro estinto in macchina fino in Calabria senza affrontare le spese del trasporto del feretro!"......Immaginate la salma magari seduta con le cinture di sicurezza e con il capo che sbatte per tutto il tempo del viaggio?....lo so c'è poco da scherzare...in tutti i sensi.

2)
Alessandra è una bella ragazza sui 30anni fa la contabile con scarso successo in una impresa di scarso successo nel comasco. Figlia di padre sbirro siciliano e madre casalinga siciliana, collega di lavoro mi racconta che era molto piu' bella quando aveva 17anni e narra della sua allora presunta innocenza, incoscienza giovanile che una sera d'estate, mentre si trovava in vacanza in Sicilia, la spinse a spogliarsi per cambiarsi d'abito nella stanza di casa sua con il moroso 18enne siculo presente! : " ti rendi conto! pensa che stupida che ero allora! spogliarmi nuda in Sicilia in una stanza davanti ad un siciliano! per fortuna che non mi capitò niente!".....

3)
Primo giorno di lavoro in un'azienda del nord, Carmen napoletana vive da 12 anni a Lecco da venti fa la contabile ed è sposata con un siciliano. Io sono in pausa sigaretta fuori all'aperto, avevo appena terminato le mie prime due ore di lavoro quando questa si avvicina sparando: "Ciao piacere io sono Carmen....io quest'anno voto lega nord! perchè calabresi e siciliani non vogliono fare un cazzo nella vita!" Rimango stupito con la sigaretta nelle mani guardandola esterrefatto, lei nota il mio sguardo, era il periodo dell'emergenza rifiuti a Napoli, mi fissa con la faccia di una che forse ha esagerato un po, cerca di riparare dicendo :" Scusa io non c'è l'ho con te ma con tutti quei meridionali, i napoletani che io conosco bene in primis, che non fanno niente!"....In quel momento ho pensato a tutti quei ragazzi che al sud lavorano in nero per 300 euro al mese...sig....

4)
Riporto un messaggio trovato suL forum: http://www.krol.it/forum/terroni-un-popolo-da-sterminare-t146153.html?s=ddb32eff299421b0942f4b3cb4588c11&

Mario
Guest

""N.B. Sono meridionale, ma non terrone...Nel senso che so' parlare in
italiano, so' come si fa' la raccolta differenziata, e so' stare al
mio posto, in modo civile ed in silenzio...E soprattutto sto cercando
disperatamente di andare VIA DAL SUD ITALIA/NORD AFRICA!
Ho appena avuto una discussione con la mia vicina del piano di sotto,
una parente terrona e cicciona, la classica femmina (non donna)
meridionale che non sa' parlare in italiano, ma solo urlare nel suo
idioma terrone, offendendo chiunque mostra un minimo di educazione, e
non si comporta come una scimmia africana, cioe' un terrone (non me ne
vogliano le scimmie africane)...
L'animale in questione non vuole permettermi di vendere la casa (spero
a qualche famiglia d'immigrati, visto che al sud la maggior parte
degli immigrati sono piu' onesti degli indigeni locali), ed andarmene
in Padania (o meglio ancora via dall'italia), lontano dall'incivilta'
dei terroni (che, per inciso, votano tutti PdL), e dell'inettitudine
degli amministratori locali...La proprieta' della palazzina in cui
viviamo e' condivisa tra varie persone, tra cui la terrona in
questione, che non vuole mettere la sua firma su un pezzo di carta
(forse perche' non sa' scrivere, ma piu' probabilmente perche' cosi'
non avrebbe piu' qualcuno da vessare e di cui sparlare)...
Inoltre, la terrona non vuole che si parli male dei suoi figli,
nullafacenti ignoranti buoni solo ad urlare come fa' la madre, perche'
ovviamente, come ogni buona cagna terrona, per lei i figli hanno
sempre ragione, anche se ammazzano/rubano/stuprano, i figli dei
terroni hanno sempre ragione...
Non si potrebbero rimettere in funzione i treni per Auschwitz,
mettendo pero' i terroni invece degli Ebrei (che possiedono un'etica
del lavoro ed una coesione d'intenti che i terroni si sognano...gli
Ebrei hanno trasformato il deserto in giardini, hanno costruito e
difeso uno stato democratico tra le dittature arabe...i terroni che
hanno fatto invece in questi 60 anni?)?
Perche' gli immigrati clandestini si possono espellere, ma i terroni
no? Ah, vero...poi dove li andrebbe a prendere i voti il PdL?""

.....CONTINUA!......

venerdì 5 dicembre 2008

Così il Nord inquina il Sud La mappa dei traffici illegali

Dopo la denuncia di Napolitano, basta seguire il filo delle inchieste per scoprire i mille rivoli atraverso cui, negli anni, la malavita e aziende con pochi scrupoli hanno trasportato al Sud tonnellate di rifiuti tossici prodotti nelle regioni settentrionali

L'ultima l'inchiesta si chiama "Eco boss" e ha portato, due mesi fa, all'arresto di un presunto boss dei Casalesi, al sequestro di aziende attive nel settore dei rifiuti e di terreni a destinazione agricola dove per anni è stato seppellito materiale proveniente dal nord Italia.
Ma bisogna risalire indietro nel tempo per scoprire le vie del traffico illegale di rifiiuti tossici dal Nord verso il Sud dell'Italia.
Diciassette anni fa l'autista di camion Mario Tamburrino, si presentò in ospedale dicendo di aver subito un fortissimo abbassamento della vista dopo aver scaricato alcuni bidoni di scorie tossiche provenienti dalla ditta Ecomovil di Cuneo in una discarica di Sant'Anastasia.
Dopo le parole di Napolitano, basta seguire il filo delle inchieste per scoprire che tra i veleni di Napoli non mancano i "contributi"di aziende del Settetrione,


ECOBOSS L'inchiesta Ecoboss, ad esempio, si basa su alcune intercettazioni risalenti a diversi anni fa e su recenti rivelazioni del pentito Domenico Bidognetti, cugino del boss Cicciotto è Mezzanotte. Per non sostenere il costo del regolare smaltimento dei rifiuti - sostiene l'accusa dei pm di Napoli - l'organizzazione ha simulato nel tempo attività di compostaggio in realtà mai effettuate, smaltendo invece abusivamente, su terreni agricoli rifiuti costituiti, tra l'altro, da fanghi di depurazione provenienti in gran parte da aziende della Lombardia, per un quantitativo di oltre 8.000 tonnellate di rifiuti ed un guadagno di circa 400mila euro.
Dagli atti dell'inchiesta emerge che da dicembre 2002 a febbraio 2003 l'impianto "Rfg srl" (uno di quelli sequestrati, ndr) ha 'giratò in una cava del casertano circa 6mila tonnellate di rifiuti urbani provenienti dal consorzio "Milano Pulita".
Lo racconta Elio Roma (il gestore della Rfg, indagato nell'inchiesta, ndr): "ricordo che nel dicembre 2002 Cardiello (un intermediario, ndr) mi propose di ricevere il materiale dal consorzio Milano Pulita. Fu per questo che effettuammo alcuni viaggi e scaricammo nel mio impianto. Poichè non mi convinceva l'odore del materiale dissi a Cardiello di bloccare i conferimenti ma lui mi pregò di ricevere i materiali dicendo che 'aveva degli impegni da rispettarè. Io gli dissi chiaramente che non potevo perchè il materiale puzzava e la gente del paese si sarebbe ribellata".
Ma anche le cave di Pianura, dove a gennaio scoppiò la rivolta, hanno un legame con il Nord.
L'inchiesta è affidata al pm Stefania Buda che dal racconto di alcuni testimoni ha scoperto che almeno dal 1987 al 1994 nella discarica sono finite centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti ospedalieri, fanghi speciali, polveri di amianto, residui di verniciatura, alimenti avariati o scaduti provenienti, tra l'altro da aziende presenti in alcuni comuni del torinese (Chivasso, Robossomero, Orbassano), del milanese (San Giuliano Milanese, Opera, Cuzzago di Premosello, Riva di Parabbiago, del pavese (Parona) e del bolognese (Pianoro). E sempre a Pianura sarebbero i rifiuti dell'Acna di Cengio.

RE MIDA L'inchiesta "Re Mida" ha accertato che dal novembre 2002 al maggio 2003 sarebbero arrivati in Campania dal centro nord 40mila tonnellate di rifiuti, tra cui oli minerali derivati dalla lavorazione di idrocarburi, Pcb (pliclorofenili), fanghi industriali.

ADELPHI L'operazione "Adhelphi" nel '93 portò invece alla luce gli intrecci tra camorra e politica anche per quanto riguarda il controllo delle discariche: furono emesse 116 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esponenti della malavita, amministratori e imprenditori.

I PENTITI Anche i pentiti hanno detto la loro sulla provenienza dei rifiuti. E non si tratta di pentiti qualunque: nell'inchiesta 'Spartacus', Carmine Schiavone, il cugino di Francesco "Sandokan" Schiavone, mise a verbale: "la camorra ha riempito gli scavi realizzati per la costruzione della superstrada Nola-Villa Literno sostituendo il terriccio con tonnellate di rifiuti trasportati da tutta Italia".

fonte:http://www.laprovinciadivarese.it/stories/Attualit%C3%A0/12502/

Unioncamere: Italia a due velocita', il divario Nord-Sud aumenta

Si allarga la forbice tra Nord e Sud: nel 2007, la media nazionale del Pil tra le due zone del Paese ha mostrato una differenza di 713 euro a testa. Se per ogni italiano il Pil pro capite è di 25.921 euro, quello del Centro-Nord è stato di 30.505 euro, quasi il doppio dei 17.433 euro del Mezzogiorno.

Secondo le stime di Unioncamere, rese note in occasione dell'Assemblea, rispetto al 2006, nelle regioni più sviluppate del Paese l'incremento della ricchezza prodotta per abitante è stato di 1.143 euro, nel Mezzogiorno di 430. Ovvero, la forbice della ricchezza prodotta tra Centro-Nord e Sud si è allargata in un anno di ulteriori 713 euro a testa. Tra la prima e ultima provincia italiana, il divario continua a crescere anche quest'anno: la ricchezza prodotta nel 2007 attribuibile a un crotonese (14.548) e' pari al 36,9% di quella prodotta da un milanese (39.442 euro). Il gap nel 2006 era del 37,6%.

Le prime 65 posizioni della classifica nazionale, secondo la ricerca realizzata da Unioncamere e Istituto Tagliacarne, sono occupate tutte da province del Centro-Nord. Alle spalle di Milano, le province ad alto livello di ricchezza prodotta sono Bologna, Bolzano, Aosta e Modena. Quindi Roma, che mantiene un saldo sesto posto, seguita da Firenze. Al capo opposto, Crotone, preceduta da Enna, Agrigento, Foggia e Lecce.

Unioncamere evidenzia che nella graduatoria del Pil provinciale totale Cremona si impone come la provincia che fa segnare, rispetto al 2006, la performance più significativa (+7,0%) in una classifica che vede solamente aree del Centro-Nord fra le tredici province più dinamiche. Il Lazio ottiene un ottimo risultato che non è da ascrivere solamente a Roma (seconda in classifica per dinamiche di crescita con un +6,9%), ma anche a Frosinone (terza con il 6,8%) e Rieti (ottava con un +6%). Per il Veneto da segnalare Verona (quarta, +6,8%), Padova (nona, +6%) e Belluno (undicesima, +5,7%). Anche la Lombardia ha una significativa presenza nella top ten delle variazioni del prodotto interno lordo totale, con ben quattro province (Cremona, prima, e Bergamo, Brescia e Sondrio rispettivamente quinta, settima e decima in termini di dinamica) alle quali si aggiungono Pavia e Lodi (dodicesima e tredicesima). Non brillanti risultano invece, in un confronto su base annua, le dinamiche delle province liguri, che si collocano tutte a partire dalla settantacinquesima posizione di Imperia con Savona, La Spezia e Genova posizionate dal 98esimo al 100esimo posto.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno, Taranto è la provincia con la maggior crescita (+5,5%,) seguita da Sassari (+5,1%) e Cagliari (+4,8%). Agli ultimi due posti della graduatoria nazionale in termini di crescita si collocano Caltanissetta ed Enna (quest'ultima presenta addirittura una minima recessione in termini monetari).

Fra le migliori performance, quelle di Sondrio e Pisa (dieci le posizioni recuperate). Il capo opposto della graduatoria è occupato da Lecco e Alessandria, scese entrambe di undici posti, Nuoro (meno dieci posizioni) e Trento (meno nove).

fonte:http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=76696

IL SUD DOPO L'UNITA' D'ITALIA -UNA STORIA CHE NON FU.


La politica economico-sociale nel meridione del nuovo stato italiano dopo
la conquista dei territori borbonici. Fu colonialista il regno venuto dal nord?


di STEFANIA MAFFEO

Una storia che non fu. Un'espressione adatta a definire la storia negata del Sud Italia. Si può affermare che i governi "nordisti" hanno praticato il "colonialismo in casa?" Noi vogliamo andare oltre, scoprire quanto questa politica ha ritardato lo sviluppo del Meridione, il senso più nascosto di questo tema che gli studiosi ed i politici italiani scoprono e denunciano, e poi, subito dopo, dimenticano, rilanciano, per poi tornare a dimenticare.

L'economia del Sud è stata sempre una forma di pura sopravvivenza, è stata tagliata fuori dai ritmi e dai livelli del mercato comune nazionale ed europeo. È sempre stata convinzione comune che il problema del Sud fosse un problema locale e settoriale, una questione straordinaria e territorialmente circoscritta, come se il Mezzogiorno fosse una riserva indiana. In realtà è un problema centrale di indirizzo, di orientamento politico ed economico fondamentale dello Stato.

Al fine di chiarire i punti citati è necessario un excursus storico della situazione socio - economico - industriale negli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie per poi affrontare il tema delle varie politiche economico - sociali dello Stato italiano nel Meridione dopo l'unificazione. I problemi del Mezzogiorno erano quelli della ristrettezza economica, della staticità delle strutture burocratiche e ministeriali, del protezionismo e del fiscalismo, che non agevolarono certo la formazione di vasti ceti imprenditoriali moderni, come anche non permisero di assimilare e tradurre in atto i progetti dei riformatori: caratteristiche che assunsero forme ancora più gravi ed acute quando il confronto si fece con le aree del Nord e con le leggi dello Stato post - unitario.
A questo punto il problema dei problemi divenne politico, perché investiva la responsabilità dell'intera classe politica nazionale, i suoi governi ed il Parlamento. Il Sud borbonico era un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il più avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera.

Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento di industrie, le quali erano sufficientemente grandi e diffuse. Il sistema economico del Regno delle Due Sicilie era basato, analogamente a quello degli altri Stati italiani, sul settore primario. Il settore agricolo era infatti la fonte più importante e in talune zone l'unica fonte di lavoro e di ricchezza. Il sistema produttivo del Regno delle Due Sicilie era costituito precedentemente da imprese di medie e piccole dimensioni; tra queste svettava per il numero di occupati quella delle costruzioni, seguita da quella tessile e da quella alimentare.
L'industria siderurgica e metallurgica era il settore più prestigioso e tali imprese erano specializzate nella fornitura di materiali ferroviari all'esercito ed alla marina militare e mercantile. L'industria tessile si suddivideva tra il comparto della seta, del cotone e della lana.

Il sistema tributario, elaborato e supervisionato da Luigi de' Medici, era poggiato principalmente sul connubio tra Imposte Dirette e Imposte Indirette sui consumi; queste ultime fondate quasi esclusivamente sui Dazi. Minore importanza avevano le imposte indirette sui trasferimenti di ricchezza, quali l'imposta di registro e di bollo.
Negli ultimi anni pre-unitari si andò accentuando la tendenza del governo borbonico a favorire la capitale e le zone vicino a scapito del resto del Regno, quasi i due terzi delle spese statali, provinciali e comunali per le opere pubbliche venivano assorbite da Napoli e dalla provincia di Terra di Lavoro. Vi era una sola banca, il Banco delle Due Sicilie per i domini al di qua del Faro, con una sola succursale a Bari.
In Campania si concentrarono le linee ferroviarie costruite prima del 1848 (Napoli-Torre Annunziata-Castellamare e Napoli-Caserta-Capua), mentre altre erano in costruzione: la Torre Annunziata-Salerno e la Capua-Ceprano; da non dimenticare che la prima linea ferroviaria è datata 1839 ed è la Napoli-Portici.

L'ultimo decennio borbonico si svolge in una capitale assonnata, priva dei suoi figli migliori, dominata dalla polizia regia, non più amata dal sovrano i cui fratelli, compreso il liberaleggiante Leopoldo, non danno esempi di buona vita, imperanti i rancori, i sospetti, le denunzie. Ma le province sono meno inerti e si preparano in gran segreto, i grandi esuli collaborano al piano unitario che Cavour va pazientemente intessendo; altri diffondono il verbo mazziniano.
Nel 1859 muore Ferdinando II e gli succede Francesco II; la favolosa impresa dei Mille conclude il suo iter il 7 settembre 1860, quando Garibaldi entra trionfalmente a Napoli senza colpo ferire, proclamando l'annessione della città al regno sabaudo ed il prossimo plebiscito d'approvazione (1).
Dopo un'accanita resistenza di mesi, l'ultimo Borbone si arrende e, nel 1861, lascia per sempre il suo regno.

Il 1860 rappresenta per il Mezzogiorno d'Italia uno spartiacque storico. Il vecchio mondo borbonico, con le sue tradizioni e consuetudini, lascia il passo a nuovi uomini e nuove culture. Al di là dell'inevitabile retorica, il passaggio è traumatico. Sulle rovine dell'antico regime si impone uno Stato unitario e centralista, relativamente moderno, ma culturalmente distante dalla realtà del Sud Italia.
Nel 1860 la società meridionale viene incorporata in un sistema più ampio, nel quale erano presenti i germi di uno sviluppo capitalistico e di una trasformazione della monarchia amministrativa in un regime liberale - cioè i germi di un "altro" modello di sviluppo - e ciò determina la subordinazione economica e politica del Sud nei confronti delle altre parti d'Italia, anche a causa della <> denunciata dal giurista Pasquale Stanislao Mancini (1817/1888), che aveva prodotto <>.

Duro il trapasso, duro l'inizio del nuovo regime. Già è difficile assuefarsi di colpo alla libertà, già è difficile osservare i doveri che essa comporta, ma per il Meridione la cosa era più grave, in quanto le libere istituzioni venivano ad applicarsi in un'area e ad un popolo da secoli abituati ad un'amministrazione paternalistica ed autoritaria insieme, al timore ed all'inosservanza delle leggi e dei regolamenti.
Intanto le prime elezioni del 1861 videro il trionfo della linea cavouriana ed il progressivo allontanamento dai luoghi decisionali della sinistra costituzionale: si aprì così per il Meridione un periodo di profondi travagli. Sicuramente la rivoluzione industriale nacque in Italia con forti ritardi e condizionamenti. L'economia italiana, infatti, al compimento dell'unità nazionale, era basata su attività agricole di tipo tradizionale. La mancanza di unità politica, la carenza di materie prime, di grandi capitali disponibili per gli investimenti necessari e di adeguate infrastrutture ( rete stradale e ferroviaria, sistema dei trasporti, ecc…) avevano ostacolato il formarsi di un apparato industriale moderno.

L'inizio dello sviluppo industriale italiano toccò solo alcune zone e non conobbe una diffusione uniforme; avvenne soprattutto nei settori tessile ed alimentare, che richiedevano tecnologie non molto avanzate, una forte utilizzazione della forza - lavoro e la possibilità di sfruttare forme di energia naturale come quella idrica. Solo in seguito si svilupperanno altri settori, come quello metallurgico, meccanico e chimico, in seguito alla svolta impressa dall'utilizzo dell'elettricità nel progresso dell'industria. La sua introduzione fu un fattore che rese competitive le nostre fabbriche con quelle degli altri paesi europei. Non possiamo, però, dimenticare che il processo industriale al Nord fu favorito dal sistema delle comunicazioni, che avvicinò ulteriormente il Piemonte, la Lombardia ed il Veneto ai mercati di sbocco.

Già negli anni Ottanta del XIX secolo l'intera valle del Po costituiva il polmone dell'industria manifatturiera nazionale e, attorno agli anni Novanta, in Italia del Nord la grande industria meccanica aveva fatto salti da gigante.
Questo balzo in avanti non si spiega ancora senza tenere conto di un altro importante fattore, quello politico, che è rappresentato, nel periodo crispino, dalle finalità dello Stato nazionale, impegnato a conseguire un livello di grande potenza, finalità che non sarebbe stata possibile conseguire senza l'introduzione di una siderurgia pubblica, senza l'incremento delle spese militari e la costruzione di fabbriche d'armi, senza il potenziamento delle infrastrutture, senza il rafforzamento della finanza attraverso la fondazione della Banca Commerciale e del Credito Italiano, per iniziativa delle grandi banche tedesche. Necessariamente anche la composizione del capitale cambiò: quello fisso (le macchine) assunse un peso più decisivo nei nuovi settori della produzione industriale.

In breve, all'origine del grande balzo economico del Nord è un complesso di fattori che non sono solo riferibili alle condizioni economiche locali, più o meno favorevoli, ma anche a certe scelte politiche fondamentali, che indubbiamente avvantaggiarono le aree potenzialmente più promettenti e socialmente avanzate, che erano quelle settentrionali del famoso triangolo industriale (Milano - Torino - Genova).

Potremmo sintetizzare in questi termini l'arretratezza del Mezzogiorno rispetto all'economia lombarda e piemontese: agricoltura latifondista e piccola proprietà contadina frammentata, commercio agricolo molto scarso e, peraltro, nelle mani di grossi mercanti, che speculavano soprattutto sul grano. Solo alcune zone producevano per il mercato, perlopiù quelle che avevano sbocco al mare. Le zone più interne, sprovviste di un efficiente sistema viario, erano appena in grado di produrre per i propri consumi. Se si confronta il Mezzogiorno con la situazione del Nord, ci si può rendere conto di come, nel caso di quest'ultima, la vicinanza dei mercati centroeuropei abbia facilitato il più rapido progresso dei commerci e l'accumulazione della ricchezza.

Sicuramente va anche considerata la politica dei governi borbonici (costantemente in apprensione per lo spettro delle carestie e delle ribellioni del popolo), che si era sempre preoccupata di mantenere basso il prezzo del grano e dei generi alimentari, non favorendo l'esportazione.
Il settore rispetto al quale i governi "unitari" succedutisi dopo l'eliminazione del Regno delle Due Sicilie hanno fatto sentire maggiormente i loro effetti negativi è proprio quello industriale, abbastanza discreto a livello produttivo prima dell'Unificazione.
Nella politica economica successiva alla conquista del 1860 manca una strategia capace di rendere più moderni i modi di produzione e di allargare i mercati dei settori artigianali e domestici. Mancano anche interventi finalizzati al mantenimento di quelle condizioni che avevano favorito la localizzazione dei settori dell'industria moderna nel Meridione. I motivi veri dell'enorme divario tra Nord e Sud sono da ricercare in diversi fattori che vanno oltre le affermazioni di Benedetto Croce che ne attribuisce le cause alle strutture istituzionali ed organizzative; oppure di Antonio Gramsci che, comunque, concorda col Croce sulla diversità organizzativa delle città e dei centri urbani nel Nord ed il sistema feudale del Sud. Effettivamente l'Italia unita segnò, in altri termini, il trionfo di una proprietà di "parvenus" emersi in seguito alla lenta erosione giuridica ed al ridimensionamento economico dell'eredità feudale del Medio Evo perseguiti ininterrottamente nelle Due Sicilie dal 1734 in poi.

Si trattava di piccoli borghesi avidi e senza tradizioni cui i governi francesi di occupazione spalancarono le porte nel 1806, con il pretesto delle leggi eversive della feudalità, e che costituirono la quinta colonna su cui poterono fare affidamento i registi che, da Torino, telecomandarono prima la spedizione dei Mille e poi l'invasione piemontese. L'unico scopo di questa classe fu quello di sottrarre la maggiore quantità di prodotti a contadini sempre più declassati ed impoveriti. È stato affermato, non a torto, che questa borghesia rapace ed opportunista, spina nel fianco dei governi borbonici e trionfatrice dopo l'annessione, non gestì la terra, ma organizzò il saccheggio sistematico delle risorse naturali del Sud, impadronendosi delle terre di uso comune. Lo fece attraverso l'oppressione sistematica dei contadini ormai disarticolati e costretti a lavorare di zappa frammenti di terra diversi ogni anno, senza alcuna possibilità di organizzare la propria attività produttiva. Altre cause di differenziazione vanno ricercate nella morfologia del suolo e del clima, secco, arido e privo di minerali per il Sud; la distanza dai mercati europei, nonché dai luoghi che avevano iniziato la rivoluzione industriale. Queste differenze non fecero altro che accelerare l'evoluzione del Settentrione, a fronte di un forte ritardo del Meridione; si verificò quello che alcuni chiamarono effetto cumulativo del processo di crescita e che portò ad uno sviluppo del tipo "Gesellschaft" ( evoluzione rapporti sociali e propensione al mutamento) al Nord e "Gemeinschaft" ( organizzazione familiare dominata da costumi e tradizioni) al Sud (2). Se poi a questo si aggiunge la politica di governo, nel decennio 1878/1887, con l'aumento tariffario che, aumentando i dazi su grano e beni industriali, significò per il Sud la chiusura dei mercati esteri (Francia in particolare), allora ecco che si spiega il fallimento del Meridione. Al Sud non si era verificato alcun processo di sviluppo agrario, anche grazie agli accordi intercorsi tra Cavour e la borghesia terriera meridionale.
Sta di fatto che, dopo il 1861, dopo l'unione forzata in un "grande Stato", di fronte alla spoliazione economica cinicamente progettata dai gruppi di potere che sponsorizzavano il nuovo governo "unitario" di Torino, alle masse popolari del Sud non restò altro che la strada della resistenza armata che gli storici del nuovo regime chiamarono "brigantaggio". Si trattò, in realtà, di una feroce guerra civile durata quasi un quindicennio, che provocò migliaia di morti e decine di migliaia di carcerazioni.

Nel 1861 Diomede Pantaleone scrisse a Minghetti: <<>>. Quando questa eroica resistenza fu piegata in un mare di sangue e di inaudite sofferenze, alla sconfitta militare e politica i diseredati meridionali, privati violentemente delle non infondate speranze di sviluppo costruite pazientemente per decenni dai governi delle Due Sicilie, risposero con l'emigrazione di massa, che dette il colpo fondamentale anche per la conseguente crescita di una massa inattiva che viveva sulle rimesse e sui pochissimi lavoratori rimasti. Tutto questo portò all'enunciazione dell'economista classico-liberal americano G. Hildebrand: << …in mancanza di un drastico intervento dello Stato, il Mezzogiorno era condannato fin dall'inizio; incapace com'era di difendersi, poteva solo tentare di diminuire in qualche modo l'enorme divario che lo separava dal Nord più fortunato>>.

Riassumendo, dopo l'Unità d'Italia, la divaricazione fra Nord e Sud era data essenzialmente dalla diversità dei quadri sociali ed economici che, mentre nel Settentrione avevano assunto già una configurazione di tipo capitalistico, nel Meridione si erano fermati ad uno stadio precapitalistico di tipo feudale caratterizzato da una tendenza conservatrice e di gretto immobilismo negli alti gradi della borghesia. Il ceto medio meridionale, inoltre, a differenza di quello settentrionale, era subordinato all'aristocrazia nobiliare e, quindi, incapace di poter assurgere al rango di nucleo propulsore dello sviluppo e dell'indispensabile processo di rinnovamento.
La politica adottata dalla classe dirigente post-unitaria non solo ignorò, di fatto, il problema del divario sorto con l'unificazione, ma lo accentuò mettendo in crisi l'iniziativa industriale del Sud già esistente, come nel caso dell'unificazione dei sistemi finanziari e del nuovo sistema tributario.
Nel prelievo fiscale, infatti, nella seconda metà dello '800 si realizza una forte sperequazione Nord e Sud, soprattutto per quel che riguarda la spesa pubblica. Nello stesso periodo, inoltre, si realizzava il trasferimento verso il Nord di notevoli mezzi finanziari dal Meridione per sanare il deficit pubblico del Piemonte, rilevante a causa delle guerre sostenute e dal continuo potenziamento dell'esercito.
Per il Sud, così, si veniva a creare una situazione di sudditanza finanziaria che, oltre a mortificare gli slanci imprenditoriali, ne impediva lo sviluppo. Le industrie esistenti nel Regno delle Due Sicilie, in modo particolare quelle napoletane e salernitane, operanti nel campo meccanico, siderurgico e della lavorazione di lino e canapa, denotavano una certa vitalità e prosperità, anche se la loro attività era protetta dalle tariffe doganali borboniche e da una forte domanda dello Stato stesso.

Il più moderno nucleo industriale del settore tessile era ubicato in Campania, avente come base la direttrice geografica Napoli - Salerno. In quest'area, quasi tutta nelle mani di imprenditori svizzeri, la filatura meccanica era tecnologicamente avanzatissima. Il ramo metalmeccanico costituiva l'altro punto di forza dell'industria meridionale post-unitaria, anche se era totalmente affidata alla gestione pubblica o esercitata da abili imprenditori e tecnici inglesi, come Thomas Richard Guppy e John Pattison. Va detto, tuttavia, che la lavorazione dei metalli era più o meno praticata in tutto il Mezzogiorno, dove esistevano nuclei di piccole officine e ferriere, addette, per lo più, alla produzione di meccanica varia e di utensili correnti. Non trascurabile la lavorazione del vetro e del cristallo, nonché la produzione di carta.

Con il passare degli anni, in particolare, nel penultimo decennio del secolo, la situazione divenne disastrosa.
Crollarono diversi istituti di credito e l'industria si trovò in grandi difficoltà. La grande industria metalmeccanica soffriva di crisi produttive crescenti con l'affievolirsi della politica espansionistica di Crispi; i nuclei di industria tessile e della carta non avevano esteso i propri traffici, occupando un numero di addetti non superiore a quello del periodo borbonico. Anche per quel che riguarda le società per azioni, il divario fra Nord e Sud si allargava sempre di più. Nel 1865 l'87,1% del capitale delle società per azioni era concentrato nel Nord - Ovest, il 2,2% nel Nord - Est, il 6,5% nel Centro ed il 4,2% nel Sud.

* Credo non ci sia conclusione migliore che riportare il pensiero di uno storico del "nostro Mezzogiorno", come amava definirsi, di uno storico della crisi del Meridione, questa crisi di oggi e di ieri, che viene comunemente definita "questione meridionale", Gabriele De Rosa: <<>>.
De Rosa immaginava il corso di un'altra storia per il Sud, una storia che non fu: <>>. Ma questa storia ideale e sognata non fu e, in luogo di essa, invece, fu << una storia irreale e violenta, dettata ed imposta dalle leggi del mercato più forte, dalle leggi del protezionismo di ferro, usuraio e sfruttatore, applicato con la prassi del più sconcio trasformismo clientelare, a servizio di uno sviluppo capitalistico pressoché uniforme al Nord, a singhiozzo alle isole ed al Sud (3).


STEFANIA MAFFEO

NOTE
1 - Il plebiscito sarà effettuato il 21 ottobre 1861, cui seguì l'entrata di Vittorio Emanuele il 7 novembre.
2 - La notizia è stata attinta da un sito: www.lastoriadinapoli.it.
3 - I brani di De Rosa sono tratti da un saggio di Bruno Gatta pubblicato sulla rivista bimestrale promossa dall'Assessorato per il Turismo della Regione Campania, a cura degli Enti Provinciali per il Turismo di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno, "Civiltà della Campania", N°.1, dicembre 1974, in occasione del conferimento del "Premio Padula", assegnato all'antologia storica dei meridionalisti di due secoli, pubblicata dall'editore napoletano Guida e curata da Gabriele De Rosa ed Antonio Cestaro, dal titolo "Territorio e società nella storia del Mezzogiorno".

fonte:http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/garibal5.htm