lunedì 7 settembre 2009

I FIGLI DEI TERRONI

RIPORTO EPISODI VERI DI VITA QUOTIDIANA, ESPERIENZE, CON PERSONE CHE VIVONO AL NORD ITALIA ECCO UNO STRALCIO DELL'IMMAGGINARIO COLLETTIVO SETTENTRIONALE SUI MERIDIONALI: EPISODI DI VITA RACCONTATI SOPRATUTTO DAI FIGLI DELLA PRIMA GENERAZIONE DI IMMIGRATI ARRIVATI AL NORD DA TUTTO IL MEZZOGIORNO:


1)
Bologna ai tempi dell'università era piena di gente stravagante, tra esse Silvia abruzzese 24enne studentessa di arte fece un giorno uno dei discorsi più stupidi che io avessi mai ascoltato in vita mia. Ospiti di amici, era arrivato in città un mio conterraneo, suo padre era morente in ospedale e quando giunse il fatidico momento si proponeva il problema di come trasportare la salma in terra patria. Silvia fidanzata allora con uno degli studenti che ospitava il figlio del defunto esclamò, davanti al povero ragazzo: "Voi calabresi siete i soliti mente chiusa! e che ci vuole a trasportare il caro estinto in macchina fino in Calabria senza affrontare le spese del trasporto del feretro!"......Immaginate la salma magari seduta con le cinture di sicurezza e con il capo che sbatte per tutto il tempo del viaggio?....lo so c'è poco da scherzare...in tutti i sensi.

2)
Alessandra è una bella ragazza sui 30anni fa la contabile con scarso successo in una impresa di scarso successo nel comasco. Figlia di padre sbirro siciliano e madre casalinga siciliana, collega di lavoro mi racconta che era molto piu' bella quando aveva 17anni e narra della sua allora presunta innocenza, incoscienza giovanile che una sera d'estate, mentre si trovava in vacanza in Sicilia, la spinse a spogliarsi per cambiarsi d'abito nella stanza di casa sua con il moroso 18enne siculo presente! : " ti rendi conto! pensa che stupida che ero allora! spogliarmi nuda in Sicilia in una stanza davanti ad un siciliano! per fortuna che non mi capitò niente!".....

3)
Primo giorno di lavoro in un'azienda del nord, Carmen napoletana vive da 12 anni a Lecco da venti fa la contabile ed è sposata con un siciliano. Io sono in pausa sigaretta fuori all'aperto, avevo appena terminato le mie prime due ore di lavoro quando questa si avvicina sparando: "Ciao piacere io sono Carmen....io quest'anno voto lega nord! perchè calabresi e siciliani non vogliono fare un cazzo nella vita!" Rimango stupito con la sigaretta nelle mani guardandola esterrefatto, lei nota il mio sguardo, era il periodo dell'emergenza rifiuti a Napoli, mi fissa con la faccia di una che forse ha esagerato un po, cerca di riparare dicendo :" Scusa io non c'è l'ho con te ma con tutti quei meridionali, i napoletani che io conosco bene in primis, che non fanno niente!"....In quel momento ho pensato a tutti quei ragazzi che al sud lavorano in nero per 300 euro al mese...sig....

4)
Riporto un messaggio trovato suL forum: http://www.krol.it/forum/terroni-un-popolo-da-sterminare-t146153.html?s=ddb32eff299421b0942f4b3cb4588c11&

Mario
Guest

""N.B. Sono meridionale, ma non terrone...Nel senso che so' parlare in
italiano, so' come si fa' la raccolta differenziata, e so' stare al
mio posto, in modo civile ed in silenzio...E soprattutto sto cercando
disperatamente di andare VIA DAL SUD ITALIA/NORD AFRICA!
Ho appena avuto una discussione con la mia vicina del piano di sotto,
una parente terrona e cicciona, la classica femmina (non donna)
meridionale che non sa' parlare in italiano, ma solo urlare nel suo
idioma terrone, offendendo chiunque mostra un minimo di educazione, e
non si comporta come una scimmia africana, cioe' un terrone (non me ne
vogliano le scimmie africane)...
L'animale in questione non vuole permettermi di vendere la casa (spero
a qualche famiglia d'immigrati, visto che al sud la maggior parte
degli immigrati sono piu' onesti degli indigeni locali), ed andarmene
in Padania (o meglio ancora via dall'italia), lontano dall'incivilta'
dei terroni (che, per inciso, votano tutti PdL), e dell'inettitudine
degli amministratori locali...La proprieta' della palazzina in cui
viviamo e' condivisa tra varie persone, tra cui la terrona in
questione, che non vuole mettere la sua firma su un pezzo di carta
(forse perche' non sa' scrivere, ma piu' probabilmente perche' cosi'
non avrebbe piu' qualcuno da vessare e di cui sparlare)...
Inoltre, la terrona non vuole che si parli male dei suoi figli,
nullafacenti ignoranti buoni solo ad urlare come fa' la madre, perche'
ovviamente, come ogni buona cagna terrona, per lei i figli hanno
sempre ragione, anche se ammazzano/rubano/stuprano, i figli dei
terroni hanno sempre ragione...
Non si potrebbero rimettere in funzione i treni per Auschwitz,
mettendo pero' i terroni invece degli Ebrei (che possiedono un'etica
del lavoro ed una coesione d'intenti che i terroni si sognano...gli
Ebrei hanno trasformato il deserto in giardini, hanno costruito e
difeso uno stato democratico tra le dittature arabe...i terroni che
hanno fatto invece in questi 60 anni?)?
Perche' gli immigrati clandestini si possono espellere, ma i terroni
no? Ah, vero...poi dove li andrebbe a prendere i voti il PdL?""

.....CONTINUA!......

venerdì 5 dicembre 2008

Così il Nord inquina il Sud La mappa dei traffici illegali

Dopo la denuncia di Napolitano, basta seguire il filo delle inchieste per scoprire i mille rivoli atraverso cui, negli anni, la malavita e aziende con pochi scrupoli hanno trasportato al Sud tonnellate di rifiuti tossici prodotti nelle regioni settentrionali

L'ultima l'inchiesta si chiama "Eco boss" e ha portato, due mesi fa, all'arresto di un presunto boss dei Casalesi, al sequestro di aziende attive nel settore dei rifiuti e di terreni a destinazione agricola dove per anni è stato seppellito materiale proveniente dal nord Italia.
Ma bisogna risalire indietro nel tempo per scoprire le vie del traffico illegale di rifiiuti tossici dal Nord verso il Sud dell'Italia.
Diciassette anni fa l'autista di camion Mario Tamburrino, si presentò in ospedale dicendo di aver subito un fortissimo abbassamento della vista dopo aver scaricato alcuni bidoni di scorie tossiche provenienti dalla ditta Ecomovil di Cuneo in una discarica di Sant'Anastasia.
Dopo le parole di Napolitano, basta seguire il filo delle inchieste per scoprire che tra i veleni di Napoli non mancano i "contributi"di aziende del Settetrione,


ECOBOSS L'inchiesta Ecoboss, ad esempio, si basa su alcune intercettazioni risalenti a diversi anni fa e su recenti rivelazioni del pentito Domenico Bidognetti, cugino del boss Cicciotto è Mezzanotte. Per non sostenere il costo del regolare smaltimento dei rifiuti - sostiene l'accusa dei pm di Napoli - l'organizzazione ha simulato nel tempo attività di compostaggio in realtà mai effettuate, smaltendo invece abusivamente, su terreni agricoli rifiuti costituiti, tra l'altro, da fanghi di depurazione provenienti in gran parte da aziende della Lombardia, per un quantitativo di oltre 8.000 tonnellate di rifiuti ed un guadagno di circa 400mila euro.
Dagli atti dell'inchiesta emerge che da dicembre 2002 a febbraio 2003 l'impianto "Rfg srl" (uno di quelli sequestrati, ndr) ha 'giratò in una cava del casertano circa 6mila tonnellate di rifiuti urbani provenienti dal consorzio "Milano Pulita".
Lo racconta Elio Roma (il gestore della Rfg, indagato nell'inchiesta, ndr): "ricordo che nel dicembre 2002 Cardiello (un intermediario, ndr) mi propose di ricevere il materiale dal consorzio Milano Pulita. Fu per questo che effettuammo alcuni viaggi e scaricammo nel mio impianto. Poichè non mi convinceva l'odore del materiale dissi a Cardiello di bloccare i conferimenti ma lui mi pregò di ricevere i materiali dicendo che 'aveva degli impegni da rispettarè. Io gli dissi chiaramente che non potevo perchè il materiale puzzava e la gente del paese si sarebbe ribellata".
Ma anche le cave di Pianura, dove a gennaio scoppiò la rivolta, hanno un legame con il Nord.
L'inchiesta è affidata al pm Stefania Buda che dal racconto di alcuni testimoni ha scoperto che almeno dal 1987 al 1994 nella discarica sono finite centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti ospedalieri, fanghi speciali, polveri di amianto, residui di verniciatura, alimenti avariati o scaduti provenienti, tra l'altro da aziende presenti in alcuni comuni del torinese (Chivasso, Robossomero, Orbassano), del milanese (San Giuliano Milanese, Opera, Cuzzago di Premosello, Riva di Parabbiago, del pavese (Parona) e del bolognese (Pianoro). E sempre a Pianura sarebbero i rifiuti dell'Acna di Cengio.

RE MIDA L'inchiesta "Re Mida" ha accertato che dal novembre 2002 al maggio 2003 sarebbero arrivati in Campania dal centro nord 40mila tonnellate di rifiuti, tra cui oli minerali derivati dalla lavorazione di idrocarburi, Pcb (pliclorofenili), fanghi industriali.

ADELPHI L'operazione "Adhelphi" nel '93 portò invece alla luce gli intrecci tra camorra e politica anche per quanto riguarda il controllo delle discariche: furono emesse 116 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esponenti della malavita, amministratori e imprenditori.

I PENTITI Anche i pentiti hanno detto la loro sulla provenienza dei rifiuti. E non si tratta di pentiti qualunque: nell'inchiesta 'Spartacus', Carmine Schiavone, il cugino di Francesco "Sandokan" Schiavone, mise a verbale: "la camorra ha riempito gli scavi realizzati per la costruzione della superstrada Nola-Villa Literno sostituendo il terriccio con tonnellate di rifiuti trasportati da tutta Italia".

fonte:http://www.laprovinciadivarese.it/stories/Attualit%C3%A0/12502/

Unioncamere: Italia a due velocita', il divario Nord-Sud aumenta

Si allarga la forbice tra Nord e Sud: nel 2007, la media nazionale del Pil tra le due zone del Paese ha mostrato una differenza di 713 euro a testa. Se per ogni italiano il Pil pro capite è di 25.921 euro, quello del Centro-Nord è stato di 30.505 euro, quasi il doppio dei 17.433 euro del Mezzogiorno.

Secondo le stime di Unioncamere, rese note in occasione dell'Assemblea, rispetto al 2006, nelle regioni più sviluppate del Paese l'incremento della ricchezza prodotta per abitante è stato di 1.143 euro, nel Mezzogiorno di 430. Ovvero, la forbice della ricchezza prodotta tra Centro-Nord e Sud si è allargata in un anno di ulteriori 713 euro a testa. Tra la prima e ultima provincia italiana, il divario continua a crescere anche quest'anno: la ricchezza prodotta nel 2007 attribuibile a un crotonese (14.548) e' pari al 36,9% di quella prodotta da un milanese (39.442 euro). Il gap nel 2006 era del 37,6%.

Le prime 65 posizioni della classifica nazionale, secondo la ricerca realizzata da Unioncamere e Istituto Tagliacarne, sono occupate tutte da province del Centro-Nord. Alle spalle di Milano, le province ad alto livello di ricchezza prodotta sono Bologna, Bolzano, Aosta e Modena. Quindi Roma, che mantiene un saldo sesto posto, seguita da Firenze. Al capo opposto, Crotone, preceduta da Enna, Agrigento, Foggia e Lecce.

Unioncamere evidenzia che nella graduatoria del Pil provinciale totale Cremona si impone come la provincia che fa segnare, rispetto al 2006, la performance più significativa (+7,0%) in una classifica che vede solamente aree del Centro-Nord fra le tredici province più dinamiche. Il Lazio ottiene un ottimo risultato che non è da ascrivere solamente a Roma (seconda in classifica per dinamiche di crescita con un +6,9%), ma anche a Frosinone (terza con il 6,8%) e Rieti (ottava con un +6%). Per il Veneto da segnalare Verona (quarta, +6,8%), Padova (nona, +6%) e Belluno (undicesima, +5,7%). Anche la Lombardia ha una significativa presenza nella top ten delle variazioni del prodotto interno lordo totale, con ben quattro province (Cremona, prima, e Bergamo, Brescia e Sondrio rispettivamente quinta, settima e decima in termini di dinamica) alle quali si aggiungono Pavia e Lodi (dodicesima e tredicesima). Non brillanti risultano invece, in un confronto su base annua, le dinamiche delle province liguri, che si collocano tutte a partire dalla settantacinquesima posizione di Imperia con Savona, La Spezia e Genova posizionate dal 98esimo al 100esimo posto.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno, Taranto è la provincia con la maggior crescita (+5,5%,) seguita da Sassari (+5,1%) e Cagliari (+4,8%). Agli ultimi due posti della graduatoria nazionale in termini di crescita si collocano Caltanissetta ed Enna (quest'ultima presenta addirittura una minima recessione in termini monetari).

Fra le migliori performance, quelle di Sondrio e Pisa (dieci le posizioni recuperate). Il capo opposto della graduatoria è occupato da Lecco e Alessandria, scese entrambe di undici posti, Nuoro (meno dieci posizioni) e Trento (meno nove).

fonte:http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=76696

IL SUD DOPO L'UNITA' D'ITALIA -UNA STORIA CHE NON FU.


La politica economico-sociale nel meridione del nuovo stato italiano dopo
la conquista dei territori borbonici. Fu colonialista il regno venuto dal nord?


di STEFANIA MAFFEO

Una storia che non fu. Un'espressione adatta a definire la storia negata del Sud Italia. Si può affermare che i governi "nordisti" hanno praticato il "colonialismo in casa?" Noi vogliamo andare oltre, scoprire quanto questa politica ha ritardato lo sviluppo del Meridione, il senso più nascosto di questo tema che gli studiosi ed i politici italiani scoprono e denunciano, e poi, subito dopo, dimenticano, rilanciano, per poi tornare a dimenticare.

L'economia del Sud è stata sempre una forma di pura sopravvivenza, è stata tagliata fuori dai ritmi e dai livelli del mercato comune nazionale ed europeo. È sempre stata convinzione comune che il problema del Sud fosse un problema locale e settoriale, una questione straordinaria e territorialmente circoscritta, come se il Mezzogiorno fosse una riserva indiana. In realtà è un problema centrale di indirizzo, di orientamento politico ed economico fondamentale dello Stato.

Al fine di chiarire i punti citati è necessario un excursus storico della situazione socio - economico - industriale negli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie per poi affrontare il tema delle varie politiche economico - sociali dello Stato italiano nel Meridione dopo l'unificazione. I problemi del Mezzogiorno erano quelli della ristrettezza economica, della staticità delle strutture burocratiche e ministeriali, del protezionismo e del fiscalismo, che non agevolarono certo la formazione di vasti ceti imprenditoriali moderni, come anche non permisero di assimilare e tradurre in atto i progetti dei riformatori: caratteristiche che assunsero forme ancora più gravi ed acute quando il confronto si fece con le aree del Nord e con le leggi dello Stato post - unitario.
A questo punto il problema dei problemi divenne politico, perché investiva la responsabilità dell'intera classe politica nazionale, i suoi governi ed il Parlamento. Il Sud borbonico era un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il più avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera.

Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento di industrie, le quali erano sufficientemente grandi e diffuse. Il sistema economico del Regno delle Due Sicilie era basato, analogamente a quello degli altri Stati italiani, sul settore primario. Il settore agricolo era infatti la fonte più importante e in talune zone l'unica fonte di lavoro e di ricchezza. Il sistema produttivo del Regno delle Due Sicilie era costituito precedentemente da imprese di medie e piccole dimensioni; tra queste svettava per il numero di occupati quella delle costruzioni, seguita da quella tessile e da quella alimentare.
L'industria siderurgica e metallurgica era il settore più prestigioso e tali imprese erano specializzate nella fornitura di materiali ferroviari all'esercito ed alla marina militare e mercantile. L'industria tessile si suddivideva tra il comparto della seta, del cotone e della lana.

Il sistema tributario, elaborato e supervisionato da Luigi de' Medici, era poggiato principalmente sul connubio tra Imposte Dirette e Imposte Indirette sui consumi; queste ultime fondate quasi esclusivamente sui Dazi. Minore importanza avevano le imposte indirette sui trasferimenti di ricchezza, quali l'imposta di registro e di bollo.
Negli ultimi anni pre-unitari si andò accentuando la tendenza del governo borbonico a favorire la capitale e le zone vicino a scapito del resto del Regno, quasi i due terzi delle spese statali, provinciali e comunali per le opere pubbliche venivano assorbite da Napoli e dalla provincia di Terra di Lavoro. Vi era una sola banca, il Banco delle Due Sicilie per i domini al di qua del Faro, con una sola succursale a Bari.
In Campania si concentrarono le linee ferroviarie costruite prima del 1848 (Napoli-Torre Annunziata-Castellamare e Napoli-Caserta-Capua), mentre altre erano in costruzione: la Torre Annunziata-Salerno e la Capua-Ceprano; da non dimenticare che la prima linea ferroviaria è datata 1839 ed è la Napoli-Portici.

L'ultimo decennio borbonico si svolge in una capitale assonnata, priva dei suoi figli migliori, dominata dalla polizia regia, non più amata dal sovrano i cui fratelli, compreso il liberaleggiante Leopoldo, non danno esempi di buona vita, imperanti i rancori, i sospetti, le denunzie. Ma le province sono meno inerti e si preparano in gran segreto, i grandi esuli collaborano al piano unitario che Cavour va pazientemente intessendo; altri diffondono il verbo mazziniano.
Nel 1859 muore Ferdinando II e gli succede Francesco II; la favolosa impresa dei Mille conclude il suo iter il 7 settembre 1860, quando Garibaldi entra trionfalmente a Napoli senza colpo ferire, proclamando l'annessione della città al regno sabaudo ed il prossimo plebiscito d'approvazione (1).
Dopo un'accanita resistenza di mesi, l'ultimo Borbone si arrende e, nel 1861, lascia per sempre il suo regno.

Il 1860 rappresenta per il Mezzogiorno d'Italia uno spartiacque storico. Il vecchio mondo borbonico, con le sue tradizioni e consuetudini, lascia il passo a nuovi uomini e nuove culture. Al di là dell'inevitabile retorica, il passaggio è traumatico. Sulle rovine dell'antico regime si impone uno Stato unitario e centralista, relativamente moderno, ma culturalmente distante dalla realtà del Sud Italia.
Nel 1860 la società meridionale viene incorporata in un sistema più ampio, nel quale erano presenti i germi di uno sviluppo capitalistico e di una trasformazione della monarchia amministrativa in un regime liberale - cioè i germi di un "altro" modello di sviluppo - e ciò determina la subordinazione economica e politica del Sud nei confronti delle altre parti d'Italia, anche a causa della <> denunciata dal giurista Pasquale Stanislao Mancini (1817/1888), che aveva prodotto <>.

Duro il trapasso, duro l'inizio del nuovo regime. Già è difficile assuefarsi di colpo alla libertà, già è difficile osservare i doveri che essa comporta, ma per il Meridione la cosa era più grave, in quanto le libere istituzioni venivano ad applicarsi in un'area e ad un popolo da secoli abituati ad un'amministrazione paternalistica ed autoritaria insieme, al timore ed all'inosservanza delle leggi e dei regolamenti.
Intanto le prime elezioni del 1861 videro il trionfo della linea cavouriana ed il progressivo allontanamento dai luoghi decisionali della sinistra costituzionale: si aprì così per il Meridione un periodo di profondi travagli. Sicuramente la rivoluzione industriale nacque in Italia con forti ritardi e condizionamenti. L'economia italiana, infatti, al compimento dell'unità nazionale, era basata su attività agricole di tipo tradizionale. La mancanza di unità politica, la carenza di materie prime, di grandi capitali disponibili per gli investimenti necessari e di adeguate infrastrutture ( rete stradale e ferroviaria, sistema dei trasporti, ecc…) avevano ostacolato il formarsi di un apparato industriale moderno.

L'inizio dello sviluppo industriale italiano toccò solo alcune zone e non conobbe una diffusione uniforme; avvenne soprattutto nei settori tessile ed alimentare, che richiedevano tecnologie non molto avanzate, una forte utilizzazione della forza - lavoro e la possibilità di sfruttare forme di energia naturale come quella idrica. Solo in seguito si svilupperanno altri settori, come quello metallurgico, meccanico e chimico, in seguito alla svolta impressa dall'utilizzo dell'elettricità nel progresso dell'industria. La sua introduzione fu un fattore che rese competitive le nostre fabbriche con quelle degli altri paesi europei. Non possiamo, però, dimenticare che il processo industriale al Nord fu favorito dal sistema delle comunicazioni, che avvicinò ulteriormente il Piemonte, la Lombardia ed il Veneto ai mercati di sbocco.

Già negli anni Ottanta del XIX secolo l'intera valle del Po costituiva il polmone dell'industria manifatturiera nazionale e, attorno agli anni Novanta, in Italia del Nord la grande industria meccanica aveva fatto salti da gigante.
Questo balzo in avanti non si spiega ancora senza tenere conto di un altro importante fattore, quello politico, che è rappresentato, nel periodo crispino, dalle finalità dello Stato nazionale, impegnato a conseguire un livello di grande potenza, finalità che non sarebbe stata possibile conseguire senza l'introduzione di una siderurgia pubblica, senza l'incremento delle spese militari e la costruzione di fabbriche d'armi, senza il potenziamento delle infrastrutture, senza il rafforzamento della finanza attraverso la fondazione della Banca Commerciale e del Credito Italiano, per iniziativa delle grandi banche tedesche. Necessariamente anche la composizione del capitale cambiò: quello fisso (le macchine) assunse un peso più decisivo nei nuovi settori della produzione industriale.

In breve, all'origine del grande balzo economico del Nord è un complesso di fattori che non sono solo riferibili alle condizioni economiche locali, più o meno favorevoli, ma anche a certe scelte politiche fondamentali, che indubbiamente avvantaggiarono le aree potenzialmente più promettenti e socialmente avanzate, che erano quelle settentrionali del famoso triangolo industriale (Milano - Torino - Genova).

Potremmo sintetizzare in questi termini l'arretratezza del Mezzogiorno rispetto all'economia lombarda e piemontese: agricoltura latifondista e piccola proprietà contadina frammentata, commercio agricolo molto scarso e, peraltro, nelle mani di grossi mercanti, che speculavano soprattutto sul grano. Solo alcune zone producevano per il mercato, perlopiù quelle che avevano sbocco al mare. Le zone più interne, sprovviste di un efficiente sistema viario, erano appena in grado di produrre per i propri consumi. Se si confronta il Mezzogiorno con la situazione del Nord, ci si può rendere conto di come, nel caso di quest'ultima, la vicinanza dei mercati centroeuropei abbia facilitato il più rapido progresso dei commerci e l'accumulazione della ricchezza.

Sicuramente va anche considerata la politica dei governi borbonici (costantemente in apprensione per lo spettro delle carestie e delle ribellioni del popolo), che si era sempre preoccupata di mantenere basso il prezzo del grano e dei generi alimentari, non favorendo l'esportazione.
Il settore rispetto al quale i governi "unitari" succedutisi dopo l'eliminazione del Regno delle Due Sicilie hanno fatto sentire maggiormente i loro effetti negativi è proprio quello industriale, abbastanza discreto a livello produttivo prima dell'Unificazione.
Nella politica economica successiva alla conquista del 1860 manca una strategia capace di rendere più moderni i modi di produzione e di allargare i mercati dei settori artigianali e domestici. Mancano anche interventi finalizzati al mantenimento di quelle condizioni che avevano favorito la localizzazione dei settori dell'industria moderna nel Meridione. I motivi veri dell'enorme divario tra Nord e Sud sono da ricercare in diversi fattori che vanno oltre le affermazioni di Benedetto Croce che ne attribuisce le cause alle strutture istituzionali ed organizzative; oppure di Antonio Gramsci che, comunque, concorda col Croce sulla diversità organizzativa delle città e dei centri urbani nel Nord ed il sistema feudale del Sud. Effettivamente l'Italia unita segnò, in altri termini, il trionfo di una proprietà di "parvenus" emersi in seguito alla lenta erosione giuridica ed al ridimensionamento economico dell'eredità feudale del Medio Evo perseguiti ininterrottamente nelle Due Sicilie dal 1734 in poi.

Si trattava di piccoli borghesi avidi e senza tradizioni cui i governi francesi di occupazione spalancarono le porte nel 1806, con il pretesto delle leggi eversive della feudalità, e che costituirono la quinta colonna su cui poterono fare affidamento i registi che, da Torino, telecomandarono prima la spedizione dei Mille e poi l'invasione piemontese. L'unico scopo di questa classe fu quello di sottrarre la maggiore quantità di prodotti a contadini sempre più declassati ed impoveriti. È stato affermato, non a torto, che questa borghesia rapace ed opportunista, spina nel fianco dei governi borbonici e trionfatrice dopo l'annessione, non gestì la terra, ma organizzò il saccheggio sistematico delle risorse naturali del Sud, impadronendosi delle terre di uso comune. Lo fece attraverso l'oppressione sistematica dei contadini ormai disarticolati e costretti a lavorare di zappa frammenti di terra diversi ogni anno, senza alcuna possibilità di organizzare la propria attività produttiva. Altre cause di differenziazione vanno ricercate nella morfologia del suolo e del clima, secco, arido e privo di minerali per il Sud; la distanza dai mercati europei, nonché dai luoghi che avevano iniziato la rivoluzione industriale. Queste differenze non fecero altro che accelerare l'evoluzione del Settentrione, a fronte di un forte ritardo del Meridione; si verificò quello che alcuni chiamarono effetto cumulativo del processo di crescita e che portò ad uno sviluppo del tipo "Gesellschaft" ( evoluzione rapporti sociali e propensione al mutamento) al Nord e "Gemeinschaft" ( organizzazione familiare dominata da costumi e tradizioni) al Sud (2). Se poi a questo si aggiunge la politica di governo, nel decennio 1878/1887, con l'aumento tariffario che, aumentando i dazi su grano e beni industriali, significò per il Sud la chiusura dei mercati esteri (Francia in particolare), allora ecco che si spiega il fallimento del Meridione. Al Sud non si era verificato alcun processo di sviluppo agrario, anche grazie agli accordi intercorsi tra Cavour e la borghesia terriera meridionale.
Sta di fatto che, dopo il 1861, dopo l'unione forzata in un "grande Stato", di fronte alla spoliazione economica cinicamente progettata dai gruppi di potere che sponsorizzavano il nuovo governo "unitario" di Torino, alle masse popolari del Sud non restò altro che la strada della resistenza armata che gli storici del nuovo regime chiamarono "brigantaggio". Si trattò, in realtà, di una feroce guerra civile durata quasi un quindicennio, che provocò migliaia di morti e decine di migliaia di carcerazioni.

Nel 1861 Diomede Pantaleone scrisse a Minghetti: <<>>. Quando questa eroica resistenza fu piegata in un mare di sangue e di inaudite sofferenze, alla sconfitta militare e politica i diseredati meridionali, privati violentemente delle non infondate speranze di sviluppo costruite pazientemente per decenni dai governi delle Due Sicilie, risposero con l'emigrazione di massa, che dette il colpo fondamentale anche per la conseguente crescita di una massa inattiva che viveva sulle rimesse e sui pochissimi lavoratori rimasti. Tutto questo portò all'enunciazione dell'economista classico-liberal americano G. Hildebrand: << …in mancanza di un drastico intervento dello Stato, il Mezzogiorno era condannato fin dall'inizio; incapace com'era di difendersi, poteva solo tentare di diminuire in qualche modo l'enorme divario che lo separava dal Nord più fortunato>>.

Riassumendo, dopo l'Unità d'Italia, la divaricazione fra Nord e Sud era data essenzialmente dalla diversità dei quadri sociali ed economici che, mentre nel Settentrione avevano assunto già una configurazione di tipo capitalistico, nel Meridione si erano fermati ad uno stadio precapitalistico di tipo feudale caratterizzato da una tendenza conservatrice e di gretto immobilismo negli alti gradi della borghesia. Il ceto medio meridionale, inoltre, a differenza di quello settentrionale, era subordinato all'aristocrazia nobiliare e, quindi, incapace di poter assurgere al rango di nucleo propulsore dello sviluppo e dell'indispensabile processo di rinnovamento.
La politica adottata dalla classe dirigente post-unitaria non solo ignorò, di fatto, il problema del divario sorto con l'unificazione, ma lo accentuò mettendo in crisi l'iniziativa industriale del Sud già esistente, come nel caso dell'unificazione dei sistemi finanziari e del nuovo sistema tributario.
Nel prelievo fiscale, infatti, nella seconda metà dello '800 si realizza una forte sperequazione Nord e Sud, soprattutto per quel che riguarda la spesa pubblica. Nello stesso periodo, inoltre, si realizzava il trasferimento verso il Nord di notevoli mezzi finanziari dal Meridione per sanare il deficit pubblico del Piemonte, rilevante a causa delle guerre sostenute e dal continuo potenziamento dell'esercito.
Per il Sud, così, si veniva a creare una situazione di sudditanza finanziaria che, oltre a mortificare gli slanci imprenditoriali, ne impediva lo sviluppo. Le industrie esistenti nel Regno delle Due Sicilie, in modo particolare quelle napoletane e salernitane, operanti nel campo meccanico, siderurgico e della lavorazione di lino e canapa, denotavano una certa vitalità e prosperità, anche se la loro attività era protetta dalle tariffe doganali borboniche e da una forte domanda dello Stato stesso.

Il più moderno nucleo industriale del settore tessile era ubicato in Campania, avente come base la direttrice geografica Napoli - Salerno. In quest'area, quasi tutta nelle mani di imprenditori svizzeri, la filatura meccanica era tecnologicamente avanzatissima. Il ramo metalmeccanico costituiva l'altro punto di forza dell'industria meridionale post-unitaria, anche se era totalmente affidata alla gestione pubblica o esercitata da abili imprenditori e tecnici inglesi, come Thomas Richard Guppy e John Pattison. Va detto, tuttavia, che la lavorazione dei metalli era più o meno praticata in tutto il Mezzogiorno, dove esistevano nuclei di piccole officine e ferriere, addette, per lo più, alla produzione di meccanica varia e di utensili correnti. Non trascurabile la lavorazione del vetro e del cristallo, nonché la produzione di carta.

Con il passare degli anni, in particolare, nel penultimo decennio del secolo, la situazione divenne disastrosa.
Crollarono diversi istituti di credito e l'industria si trovò in grandi difficoltà. La grande industria metalmeccanica soffriva di crisi produttive crescenti con l'affievolirsi della politica espansionistica di Crispi; i nuclei di industria tessile e della carta non avevano esteso i propri traffici, occupando un numero di addetti non superiore a quello del periodo borbonico. Anche per quel che riguarda le società per azioni, il divario fra Nord e Sud si allargava sempre di più. Nel 1865 l'87,1% del capitale delle società per azioni era concentrato nel Nord - Ovest, il 2,2% nel Nord - Est, il 6,5% nel Centro ed il 4,2% nel Sud.

* Credo non ci sia conclusione migliore che riportare il pensiero di uno storico del "nostro Mezzogiorno", come amava definirsi, di uno storico della crisi del Meridione, questa crisi di oggi e di ieri, che viene comunemente definita "questione meridionale", Gabriele De Rosa: <<>>.
De Rosa immaginava il corso di un'altra storia per il Sud, una storia che non fu: <>>. Ma questa storia ideale e sognata non fu e, in luogo di essa, invece, fu << una storia irreale e violenta, dettata ed imposta dalle leggi del mercato più forte, dalle leggi del protezionismo di ferro, usuraio e sfruttatore, applicato con la prassi del più sconcio trasformismo clientelare, a servizio di uno sviluppo capitalistico pressoché uniforme al Nord, a singhiozzo alle isole ed al Sud (3).


STEFANIA MAFFEO

NOTE
1 - Il plebiscito sarà effettuato il 21 ottobre 1861, cui seguì l'entrata di Vittorio Emanuele il 7 novembre.
2 - La notizia è stata attinta da un sito: www.lastoriadinapoli.it.
3 - I brani di De Rosa sono tratti da un saggio di Bruno Gatta pubblicato sulla rivista bimestrale promossa dall'Assessorato per il Turismo della Regione Campania, a cura degli Enti Provinciali per il Turismo di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno, "Civiltà della Campania", N°.1, dicembre 1974, in occasione del conferimento del "Premio Padula", assegnato all'antologia storica dei meridionalisti di due secoli, pubblicata dall'editore napoletano Guida e curata da Gabriele De Rosa ed Antonio Cestaro, dal titolo "Territorio e società nella storia del Mezzogiorno".

fonte:http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/garibal5.htm

venerdì 10 ottobre 2008

emanuele filiberto a San Luca e Bovalino

Il "principino" Emanuele Filiberto a San Luca parla dei "valori" della Costituzione. 260 milioni di euro che ha chiesto al Governo per l'esilio e dimentica l'arresto del vice-presidente della sua fondazione e sopratutto dimentica chi ha messo il sud a ferro e fuco per decenni: i suoi antenati


Quel gran bravo ragazzio di Emanuele Filiberto di Savoia ha
concluso la sua due giorni in provincia di Reggio Calabria. Venerdì 3 a Bovalino per il ventennale della fondazione del Gruppo Volontari del Soccorso e la mattina di sabato a San Luca per la presentazione de “Il Grande Libro della Costituzione Italiana”.
Tutti entusiasti per la visita del rampollo della ex Famiglia Reale della quale ricordiamo la vigliaccherìa, prima, e la codardia, dopo, nella gestione dell’ascesa (e crollo) di Mussolini al potere.
Certo, colpe non sue. Come non sono sue le colpe per le “allegre” frequentazioni del padre, il “Re” (delle marchette), a Campione d’Italia.
Tutti a dirgli quanto è bravo, quanto è bello, quanto è composto, quando è umile.
Dettagli essenziali che non sfuggono ai cronisti locali:
(…)La cerimonia svoltasi venerdì sera è stata veloce ed informale, con il principe che, a suo agio, si aggirava tra gli ospiti. E’ stata proprio l’umiltà e disponibilità, dimostrata dal Savoia insieme al suo senso di adattamento, l’argomento di discussione tra i presenti.
Il rampollo infatti al momento del buffet si è rispettosamente messo in fila per servirsi da solo, cosi come ogni altro invitato.(…)
CalabriaOra - Annalisa Costanzo
Proprio per ricordare i vecchi tempi i bambini di San Luca gli hanno anche dato del “Voi”:
«La vostra illustre presenza, il fatto che venite da lontano per darci testimonianza della vostra amicizia e solidarietà è un fatto importante che da forza alla nostra speranza » dice Angela una bambina di San Luca.
«Dovete sapere che potete sempre contare su di me – risponde Emanuele Filiberto - come un vostro fratello maggiore».
Il vice-sindaco, Francesco Giampaolo, gli ha confessato di essere contento della sua visista ma che “a San Luca servono strutture sportive per i nostri ragazzi”.
Lui si è detto «felice di incontrare i giovani di San Luca per fargli capire che non sono soli. Io non ho le chiavi dello stato, ma faremo delle cose insieme».
Cosa? E’ forse troppo presto per saperlo.
Continuando a leggere CalabriaOra ci accorgiamo che qualcuno si insospettisce della sua affabilità. Si sà, le “fimmine” di San Luca non sono tipini che si fanno prendere per i fondelli. No no no.
«Una persona umile» dichiara una ragazza dopo essersi fatta la foto con il reale.
A lei fa eco una donna più anziana: «Mi ha fatto una buona impressione, non me l’aspettavo così disponibile, ma sarà vero? O lo fa per attirare consensi per un’eventuale candidatura politica?».
A questo punto non si può non ricordare che - dopo avere promesso (e poi smentito, fa spesso così) - che non si sarebbe interessato di politica, rispettando appunto le motivazioni alla base del suo divieto di rientro in Italia, alle scorse politiche si è candidato in una delle circoscrizioni estere alla Camera dei Deputati.
Ha raccolto, nella circoscrizione “Europa”, lo 0,4% (zero virgola quattro!) dei consensi.
Si era presentato con la lista “Valori e Futuro con Emanuele Filibero” che prendeva il nome appunto dalla fondazione di cui è presidente.
E della quale fondazione, con il ruolo di vice-presidente, faceva parte Mariano Turrisi.
Uno che negli Stati Uniti, scrive il Sole 24 Ore
è stato oggetto di diverse indagini dall’anno 1984, per riciclaggio, traffico di droga, richieste estorsive di ampliamento dei crediti, uso di documenti e valuta contraffatti, di assegni scoperti e truffe, ma sempre senza o quasi alcun risultato… (In Italia) risulta avere pregiudizi per reati contro il patrimonio (1994) ed essere stato condannato per reati contro la famiglia (1987). Da archivi dell’Fbi… risulta essere stato tratto in arresto più volte negli Usa.
Il 22 ottobre del 2007 viene arrestato con l’accusa di fare parte di una associazione mafiosa legata al clan italo-canadese dei Rizzuto che con una società (Made in Italy group), con sede a pochi passi da Palazzo Chigi, avrebbe riciclato enormi somme di denaro.
Valori e futuro, insomma.
Ne ha parlato, il Principe. Eccome.
«Oggi è l’occasione per sottolineare che in un territorio difficile come l’Aspromonte, con problematiche complesse di ardua soluzione, è necessario rafforzare i valori fondanti del popolo italiano che sono imprescindibili nella crescita di tutti voi ragazzi.»
Siete voi gli autori del vostro futuro e del futuro dei vostri figli e non potete mai dimenticare parole centrali nell’essere umano come quelle su cui si fonda la nostra Costituzione e il nostro popolo italiano: il rispetto, la famiglia, l’amore per il prossimo, la solidarietà, l’onestà e il lavoro».
Gazzetta del Sud - Antonio Strangio
Ed Emanuele Filiberto di Savoia, della Costituzione, conosce bene appunto i “valori”.
E lui, infatti, dopo avere ottenuto l’ingresso nel territorio italiano nel 2002 con una legge costituzionale che ha modificato gli effetti della XII disposizione transitoria, ad avere chiesto un anno fa al Governo Italiano la somma di 260 milioni di euro a titolo di risarcimento dei danni morali subiti a causa dell’esilio e la restituzione dei beni confiscati a Casa Savoia.
Peccato che, invece che additarlo a modello per i bambini sanluchesi, nessuno gli abbia ricordato alcune cosette.


antonino monteleone da http://oknotizie.alice.it/

martedì 5 agosto 2008

Il busto di Ferdinando II di Borbone nel palazzo municipale di Locri

Locri e Gerace unite nella "riscoperta e nel recupero della propria memoria storica nonché delle tradizioni storiche-culturali-economiche della propria terra". Questo il senso della cerimonia di presentazione del Busto di Ferdinando II° di Borbone, (busto in ghisa realizzato nel 1854 nelle Reali fonderie di Mongiana e ritrovato nel marzo del 2003 a Locri dalle maestranze dell'impresa Varacalli durante i lavori di ristrutturazione dello storico Palazzo della città), sottolineato dagli interventi dei sindaci di Locri e Gerace, rispettivamente Carmine Barbaro e Salvatore Galluzzo. All'appuntamento, organizzato dalla città di Locri con l'adesione di quella di Gerace e col patrocinio della Regione e del Sacro Ordine Militare Costantiniano di San Giorgio e la partecipazione dell'associazione culturale "Due Sicilie" e del Circolo di Studi storici "Le Calabrie", tenutosi giovedì sera nei giardini di Palazzo Capogreco, c'erano anche i parlamentari Bova, Meduri e Crinò, numerosi sindaci della Locride, personalità del mondo della cultura. Ad illustrare le grandi doti di statista di Ferdinando II°, Nicola Zitara, presidente della "Due Sicilie", Filippo Racco, presidente de "Le Calabrie", la cattedratica dell'Università "Federico II°" di Napoli, Mariolina Spadaro, l'ispettore archivistico onorario Vincenzo Cataldo, l'architetto della Scuola di Alta formazione in Architettura e Archeologia dell'Università di Reggio, Vincenzo De Nittis, e l'ispettore onorario delle Belle Arti, Maria Carmela Monteleone. "A 150 anni dalla fine del regno delle Due Sicilie - dice Zitara - il Re Burlone (anche cos' è stato definito Ferdinando II°), decide di uscire dalla sepoltura e rifarsi vivo (il busto sarà collocato nel salone dello storico Palazzo municipale in via di rifacimento), nel suo ex regno quasi a voler ammonire tutti a fare tesoro del passato, a riscoprire le nostre tradizioni e l'orgoglio di gente positiva, laboriosa, tenace, che ha fatto grande la storia di queste contrade e che può indicare alle generazioni future la via del riscatto, della civiltà, del progresso".

da "Il Quotidiano della Calabria", 7 agosto 2004

venerdì 1 agosto 2008

Capo d’Orlando Messina: il Sindaco “piccona” la targa di Garibaldi

Palermo, 31 lug. - (Adnkronos) - Il sindaco di Capo d'Orlando, in provincia di Messina, vuole riscrivere la storia partendo dalle piazze. Ieri Enzo Sindoni ha preso a picconate la targa di piazza Giuseppe Garibaldi, maledicendo l'eroe risorgimentale come "un feroce assassino al servizio di massoneria e servizi inglesi". Presa a martellate la vecchia targa in memoria dell'eroe in camicia rossa, Sindoni ha rinominato la piazza 'IV luglio'. "Riferimento ermetico - scrive il 'Corriere' - a un evento dimenticato, una battaglia navale del 1299 con seimila morti. Sgusciato da varie peripezie giudiziarie, Sindoni, eletto con lista civica, assessori di diverse estrazioni, si infuria con chi lo accusa di iniziative folkloristiche e non teme le reazioni dei comitati pro-Garibaldi appena nati, fiero di incoraggiamenti autorevoli che arrivano persino dalla Regione".

Da Palermo, lo storico italiano Francesco Renda invita tutti "a studiare la storia, anche a rivederla, a riscriverla, non a frantumare targhe" e propone al governatore Raffaele Lombardo di evitare "manifestazioni inutilmente offensive. Capisco che le sue origini - puntualizza Renda - non stanno nel Risorgimento, ma nel separatismo. Bene, studiamolo, ristudiamolo. Improvvisando - chiosa lo storico - c'e' solo presunzione e ignoranza".

''Ma forse a Capo d'Orlando - scrive il 'Corriere della sera - preferiscono agganciarsi a un altro professore di Storia moderna, Daniele Tranchida, cuore a destra, studenti all'universita' di Messina: 'Studiamo da tanti anni e infatti ormai sappiamo che fu strumento almeno inconsapevole di disegni antimeridionali". La piazza della cittadina in provincia di Messina e' stata "strappata a Garibaldi e ridotta a un numero, il 4 luglio - termina il 'Corriere' - che pero', per ironia del destino coincide con la sua data di nascita. Come fosse lo sberleffo di 'don Peppino'".