sabato 9 febbraio 2008

FU PULIZIA ETNICA?

Una pagina non è stata scritta dalla storiografia conformista, appiattita sulle versioni ufficiali dei "vincitori", la pagina relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati "vinti". Questa pagina l'ha scritta recentemente Fulvio Izzo pubblicando "I Lager dei Savoia" (1999). Si fece grande rumore quando lord Gladstone pubblicò nelle sue lettere e relazioni da Napoli le condizioni delle prigioni, certamente non buone. Ma Gladstone, che scriveva per incarico di Lord Palmerston, il quale a sua volta aveva un interesse politico, scriveva per sentito dire, riferendo ed amplificando quanto gli era stato raccontato da prigionieri politici che avevano in odio i Borbone, e le sue relazioni fecero definire il regime borbonico "negazione di Dio". A nulla valse che egli successivamente scrivesse che non era stato in nessun carcere e nessun ergastolo e che "aveva dato per veduto quello che gli avevano detto", a nulla valse la confutazione che fu fatta con la "Rassegna degli errori e delle fallacie pubblicate dal signor Gladstone" uscita immediatamente dopo le relazioni, nel 1851. I vinti e gli oppositori, ieri come oggi, non hanno diritto di parola; se parlano o scrivono, vanno coperti dal silenzio ostile. Certamente il governo dovette affrontare improvvisamente un problema vasto e complesso con i prigionieri, 1700 ufficiali dell'esercito borbonico e 24000 soldati, senza contare quelli che ancora resistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina, e Civitella del Tronto. Ma affrontò il problema con la durezza piemontese, con la boria del vincitore, non con la "pietas" che sarebbe stata più utile, forse necessaria. Ci fu un trattamento duro e spietato che questa volta non trovò nessun Gladstone con un megafono amplificatore. Un tentativo di risolvere il problema fu fatto con il decreto 20 dicembre 1860 e la chiamata alle armi degli uomini che sarebbero stati di leva negli anni 1857, 1858, 1859, 1860 nell'esercito delle Due Sicilie, e fu un fallimento. Si sarebbero dovuti presentare 72.000 uomini, se ne presentarono 20.000. A migliaia questi uomini furono prima concentrati nei depositi di Napoli o nelle carceri, poi trasferiti nei depositi di Genova, Alessandria, Milano, per il decreto 20 gennaio 1861 che istituì "Depositi d'uffiziali d'ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie". Poi furono istituiti due veri e propri campi di concentramento, uno a Fenestrelle ed un altro a San Maurizio. Il forte di Fenestrelle era stato costruito da Vittorio Amedeo nei primi anni del 700, sulla sinistra del Chisone. Più che un forte, era un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni e uniti da una scala, scavata nella roccia, di quattromila gradini. Era una ciclopica cortina bastionata cui la naturale asperità dei luoghi e il rigore del clima conferivano un aspetto sinistro. Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia, ed ebbe a provarla il Cardinale Pacca prigioniero di Napoleone. Non era più gradevole il campo impiantato nelle "lande di San Martino" presso Torino per la "rieducazione" dei militari sbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà. Così, in questi luoghi terribili i fratelli "liberati" venivano rieducati e tormentati dai fratelli "liberatori"! Vi arrivavano, i "liberati", laceri, cenciosi, affamati, affaticati. Altre migliaia di "liberati" venivano confinati nelle isole, Gorgona, Capraia, Giglio, del tutto inospitali, all'Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Fu "pulizia etnica", come si dice oggi con ipocrita neologismo. In Parlamento si facevano molte polemiche, molte discussioni, anche aspre, ma nulla si diceva per questi infelici, neppure dai deputati meridionali, soggiogati dal mito sabaudo. Solo Francesco Proto Carafa duca di Maddaloni gridava: "Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospiti terre del Piemonte... Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l'inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?" Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli Atti parlamentari, vietandosene la discussione in aula. Era la politica del silenzio! Era la criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammettere l'esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai "liberati" di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. Si volle trarre pretesto dall'operato di autentici malfattori per confondere soldati, contadini, operai, braccianti, proscritti, sotto l'unica denominazione di "briganti", si accomunarono ai briganti i soldati di un esercito sconfitto e gli scontenti di una situazione nuova, con lo stesso nome di "reazionari"

FONTE www.brigantaggio.net

LA BORBONICA GUERRA PER BANDE

" Viva 'o re" fu il grido con cui i reggimenti napoletani del "felicissimo Regno delle due Sicilia" usavano andare all'assalto.

Questo grido risuonerà rauco e disperato nelle terre del Sud anche dopo l'annessione al Regno d'Italia. A gridarlo saranno bande di irregolari, per lo più ex soldati dell'esercito borbonico, che non intendono arrendersi.
Sono i romantici disperati dell'ultima barricata, malgrado tutto sia irrimediabilmente perduto. Per essi non ci sarà né onore né gloria, ma soltanto una crudele guerra per bande.

" Brigantaggio" lo chiameranno sprezzantemente i Piemontesi. E con il termine "briganti" i legittimisti saranno consegnati alla Storia. Il "vae victis" di Brenna non è soltanto un aneddoto storico, è una costante nella storia dell'umanità. I vinti passeranno alla storia sempre e soltanto attraverso le pagine scritti dai vincitori e dovranno sempre giustificare il perché si siano battuti "per la parte sbagliata".

Dunque, briganti ! Dopo averli massacrati si cercò quindi di liquidarne definitivamente la memoria storica con la taccia infamante di essere banditi da strada. Per questi motivi l'ossequiente storiografia ufficiale ha sempre etichettato per il passato, salvo rare e lodevoli eccezioni quali un Alianello e la sua "Conquista del Sud", ricca di spunti di riflessioni, con lo spregevole termine di "brigantaggio" quel decennio di storia italiana delle provincie meridionali, che seguì alla caduta del Regno delle Due Sicilie.

Eppure in quel complesso fenomeno politico-militare si riversò di tutto. Da certo brigantaggio vero e proprio, secolare male endemico per le nostre contrade, alla resistenza popolare di fronte ai "diversi" Piemontesi, che avevano portato tra l'altro nuove e pesanti tasse e l'odiosa coscrizione obbligatoria, per finire all'idealismo di giovani ufficiali e soldati dell'ex esercito borbonico, irriducibili innamorati, "patuti" con voce popolare, della bianca bandiera gigliata, a cui un giorno avevano giurato eterna fedeltà.

In questo esplosivo, e a volte sanguinoso, cocktail, accanto ad avanzi di galera e grassatori analfabeti, che non poche volte però riscattano il proprio passato con una morte onorevole, si riscontrano luminose figure di veri e propri "combattenti politici". Sono quest'ultimi a dare il sapore di epopea popolare alla sudista guerra per bande.
Essi non hanno letto né tantomeno studiato Clausewitz, ma la guerra o per meglio dire la guerriglia sanno farla. E bene anche. Molti capibanda legittimisti si fanno ripetutamente beffa dei migliori strateghi avversari.
Questa volta i meridionali si battono bene, li guidano capi decisi e non titubanti traditori. Viene così smentita clamorosamente la diceria che i Napoletani siano "cattivi e vili combattenti". D'altronde i Piemontesi se ne
sono già accorti alla sanguinosa battaglia del Volturno, quando l'armata di Francesco II ha dimostrato di non essere un esercito di parata o da operetta. Le migliaia di morti e feriti d'ambo le parti, contati dopo la
cruenta battaglia, testimoniano che ai Napoletani è mancata la fortuna non il valore.

Anche la guerriglia esige un altissimo tributo di lacrime e di sangue. Da tutti, dai legittimisti e dagli "invasori", ma soprattutto dalle popolazioni meridionali, che parteggiano in maggioranza per i primi.
I capi delle bande, dai soprannomi impossibili, quali solo la fantasia popolare può inventare (Pizzichicchio, Cicquagna, Pirichillo, Coppa, Diavolillo, Pilone, etc), provengono nella quasi totalità dai quadri del disciolto esercito borbonico. Dunque soldati del re ancora in armi, malgrado il " tutti a casa", che segue fatalmente ad ogni definitivo tracollo militare. Essi sono capi amati e rispettati, e perché no temuti, ma sempre per libera scelta da parte di tutti gli altri componenti. La scelta, trattandosi di formazioni volontarie, ricade sempre, e non può essere altrimenti, sui più abili, determinati e coraggiosi.

Lo spontaneismo che si osserva nella strutturazione delle bande non significa assolutamente anarchia. Come ogni vero gruppo di combattimento che si rispetti, in esse regna una ferrea disciplina militare, cosa d'altronde più che logica in quanto ne va della sopravvivenza stessa dei componenti.
Disciplina e organizzazione militare più che efficienti, come hanno riconosciuto rigorosi storici, che non si può certo accusare di essere corrivi al fascino del "mito sudista". Dell'esistenza di questa rigida disciplina ne sono prova le pagine del diario scritto dal Sergente Romano, alias Pasquale Domenico Romano, Primo Sergente ed Alfiere nella I Compagnia del V Reggimento di linea borbonico. Uno dei migliori capibanda, che
scorrazza con i suoi 500 uomini a cavallo nelle pianure pugliesi.

Gli stessi storici sono stati costretti ad ammettere che la tanto vituperata "ferocia sanguinaria" dei cosiddetti briganti è dovuta alle piccole bande di malfattori, che vivono come parassite ai margini delle grandi bande
legittimiste. Formate per lo più da delinquenti comuni, approfittano del caos di quei tempi burrascosi per meglio perpetrare i loro delitti, ammantandoli di una falsa coloritura politica.
Le razzie, i saccheggi, le uccisioni e i sequestri compiuti anche dalle bande legittimiste rispondono quasi sempre alle tragiche necessità della guerriglia e dell'autofinanziamento.
Il segreto del successo per cui i ribelli tengono per così lungo tempo in scacco notevoli forze avversarie sta nella perfetta conoscenza del terreno, nella loro straordinaria mobilità, nella copertura, che spesso rasenta la complicità, delle popolazioni. Non solo le montagne e i boschi, luoghi naturalmente elettivi per ogni forma di guerriglia, sono teatro delle loro gesta. Anche in campo aperto, come le vasti distese della Puglia, i legittimisti dimostrano un buona padronanza della tattica militare, tanto da impegnare in combattimenti frontali interi reparti della cavalleria sabauda, tra i quali i lancieri di Montecelio e i Cavalleggeri di Saluzzo.

La carta decisiva e vincente della mobilità fa sì che il combattente legittimista viva praticamente sempre in marcia. Spesso egli, per più giorni, forma un tutt'unico con la propria cavalcatura, bardata con la doppia bisaccia, in cui trovano posto i pochi viveri e le preziose munizioni. Non è eccezionale per le bande percorrere senza soste, in solo dodici ore e di notte, anche 50 miglia su terreno impervio. Se al frugale
desinare e al poco riposo, aggiungiamo il clima inclemente e rigido, che nella stagione invernale investe le zone montuose interne del Meridione, ci si rende conto quale tempra di uomini fossero i combattenti filo-borbonici.
E si capisce del perché fosse necessario anche una dura disciplina e la presenza di un capo carismatico, riconosciuto spontaneamente per tale da tutti, per superare, senza gli inevitabili sbandamenti e diserzioni, i molti momenti di stanchezza e di sconforto. Ma soprattutto si capisce quale genuina idealità animasse il grosso delle formazioni ribelli.
La flessibilità del numero degli elementi formanti una banda è un'altra caratteristica degna di menzione. Al nucleo originario, che costituisce lo zoccolo duro della resistenza, si aggrega nella stagione propizia,
soprattutto nei primissimi anni successivi al 1860, altra gente, contadini quasi sempre, che fanno bravamente la loro guerra contro i nemici di re Francesco.

Malgrado le inevitabili rivalità esistenti tra di loro, non sono poche le volte in cui diverse bande si concentrano in un'unica grossa forza da battaglia per colpire più duramente il nemico. Raggiunto lo scopo, ci si disperde rapidamente, riformando i gruppi originari. Normalmente la tecnica di combattimento è quella di sempre della guerriglia. Imboscate, attacco ai fianchi di colonne in marcia, rapide incursioni con ancor più rapide ritirate sulle montagne.
Come tutti i combattenti irregolari i legittimisti non hanno una vera e propria divisa, anche se qualcuno indossa ancora orgogliosamente qualche vecchio e lacero capo della divisa dell'ex reggimento borbonico in cui ha militato. Quasi tutti però portano il cappello nero a larghe tese ornato da un nastro rosso. I capibanda più famosi ostentano sul petto le onorificenze concesse dal sovrano borbonico in esilio. Anche le bandiere di combattimento sono le più diverse e fantasiose. Accanto all'immancabile ed amata bianca bandiera gigliata, sventolano colorati stendardi con diafane figure di santi protettori e di bellissime madonne.
Nella sudista guerra per bande anche la fede va in battaglia.

di Orazio Ferrara

(Tratto dal libro dello stesso autore Viva 'o Rre. Episodi dimenticati della
borbonica guerra per bande - Centro Studi I Dioscuri, 1997, vincitore 2°
posto saggistica politica del Premio Internazionale Letterario Tito Casini
di Firenze Edizione 1997)

sabato 2 febbraio 2008

La «Chanson d’Aspremont»

Anche l'Aspromonte ha la sua "chanson de gestes" : la «Chanson d’Aspremont» che si ricollega alla «Chanson de Roland» .

E a sfatare il mito che i poemi epico-cavalIereschi di chiaro stampo carolingio fossero di chiara pertinenza della catena montuosa dei Pirenei è stata la preside dell’Istituto Magistrale professoressa Carmelina Sicari che ha relazionato sull'opera letteraria . La <> assume anche dei significati esoterici visto che fu recitata di fronte all’Aspromonte nell’inverno 1190-91 per i crociati di Riccardo Cuor di Leone e di Filippo Augusto e nella stessa ballata si fa menzione di una santa croce portata dall’arcivescovo Turpino la quale, nel momento culminante della battaglia, emana fino al cielo una luce fiammeggiante, mettendo lo scompiglio nelle schiere saracene; così come si fa menzione di un’abbazia fondata dal duca Girart per seppellirvi i morti. Tutto ciò fa avanzare alcune ipotesi che il sito religioso potrebbe essere l’attuale abbazia aspromontana di Polsi dove, prima del culto mariano, si praticava il rito della Santa Croce. Ed altri riferimenti si hanno nella mezzaluna con cui termina l’estremità superiore della Croce di Polsi (la stessa modalità figurativa appare, accanto alla croce, in sigilli dell’Ordine iniziatico dei Templari) . Una mezzaluna, posta sopra la testa di Cristo, si trova anche nella Croce processionale d’argento di S.Marco Argentano (nella provincia cosentina), forse donata da Federico II all’abbazia di S.Maria della Matita ed i legami del sovrano con i Tempalri sono abbastanza noti (tra l’altro una svastica di epoca sveva è scolpita nel portale gotico della Chiesa di S.Francesco a Gerace ) . Altri elementi di particolare interesse sono da annotare nella figura di S.Giorgio, il cui culto risultava particolarmente vivo anche durante il periodo bizantino (come viene menzionato da un’amuleto bizantino proveniente dal monastero basiliano di Calanna e conservato presso il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria : esso è il patrono della città della Fata Morgana (sorella di Re Artù e quindi elemento che si trova anche nelle leggende bretoni) . San Giorgio avrebbe supportato anche Ruggero il Normanno nella battaglia del 1088 che sancì la sconfitta dei Saraceni e la loro cacciata dalla città reggina : gli abitanti della città dello Stretto lo effigiarono nel loro stemma civico a cavallo nell’atto di uccidere il drago (il nemico).
Secondo Domenico Rotundo in «La "Chanson d’Aspromont": leggenda o realtà?» (pubblicato in Calabria Sconosciuta 1979, n. 5 pagina 78) sostiene l’ipotesi che nello stemma reggino siano raffigurati due episodi relativi alla vicenda d’Aspromonte entrambi decisivi per la storia
della città: la vittoria della cavalleria cristiana, guidata da S.Giorgio sugli Arabi, e la conversione al Cristianesimo della regina saracena di Reggio, la vedova di Agolant, che era rimasta nella grande torre del Castello aragonese . La ballata, facente parte del ciclo carolingio, fu composta durante la terza crociata, quindi in ambito normanno. I Normanni che si sentivano gli eredi e continuatori di Carlo Magno, intendevano tracciare una loro epopea come difensori della fede e della terra . Il poema in ottave ha subito diversi rifacimenti e veniva narrata dai cantori medievali e la Sicari ha rintracciato il testo del poema nella biblioteca di Ferrara, ma arrivare a tale importante scoperta è partita da un'importante traccia ubicata nell'opera di Ludovico Ariosto "L'Orlando Furioso": poema scritto in ottave, come il nostro poema cavalleresco, dove il letterato della città estense dice che Orlando ha strappato l'elmo al suo nemico Almonte proprio sull'Aspromonte. A questa importante affermazione la relatrice Carmelina Sicari aggiunge un'altra importante traccia: quella di Andrea Barberino autore di un poema "L'Aspromonte" dove descrive le gurre tra cristiani e saraceni indicando un esatta ubicazione geografica: lo sbarco dei barbareschi nei pressi del torrente Calopinace, interessante ricordare anche che l'Ariosto attinse al poema epico-cavalleresco reggino non soltanto per la citazione l'elmo di Orlando preso sull'Aspromonte) ma anche quella di Bradamante, la guerriera da cui discenderà la stirpe degli Estensi, è Gallicella, la guerriera che poi sposerà Ruggiero di Risa (Reggio), il solo che è riuscito a sconfiggerla nelle armi.L’opera letteraria di un anonimo che poteva essere o un trovatore o un maestro d'arme appartiene al filone carolingio delle "Chançon des gestes" (come la famosa "Chançon de Roland") anche se di certo vi è la penetrazione normanna che si era consolidata nel Sud della Penisola e che ha in Reggio il suo punto centrale di interesse In tale opera cavalleresca si narra che Reggio, chiamata Risa, sede di un tesoro fattovi seppellire da Annibale, descritta come fastosa ed importante città cristiana, del suo castello ed un eroe invincibile e santo, tale Ruggero di Risa, il cui corpo rimase intatto anche dopo il suo decesso.
Alla corte di Carlo Magno giungono emissari dall'Oriente per trattare e minacciare lo scontro definitivo che partirà dall'Aspromonte. Le truppe cristiane si preparano e Rolandino, l'Orlando ancora giovane, vuole unirsi ai paladini, ma tutto ciò non gli viene consentito per la sua giovane età ma egli riesce a fuggire dal castello di Reggio unendosi coi paladini nello scontro finali contro i mori. Si combatté intorno alla città e nei combattimenti si distinsero Ruggieri che si innamorò della guerriera moresca Gallicella, Namo, altro eroe cristiano che salendo sulla montagna uccise il Grifone, miticoRolandino uccise nei cruenti scontri l'eroe saraceno Almonte.

fonte www.circoloculturalelagora.it

Locri: la fine del castello teotino, la nascita dell'ospedale di locri

No cari amici, non è una delle solite fiabe che una volta si raccontavano ai bambini prima del calar della notte.
Piuttosto è una, breve e concisa storia di un Castello, un bel Castello che sorgeva dove ora è ubicato l'Ospedale Civile di Locri.
Anzi, per meglio dire, fu esso stesso adibito a nosocomio prima che sorgesse la nuova costruzione, ma poi, per far spazio al costruendo nuovo ospedale, e con molto rispetto dei “beni culturali”, fu allegramente abbattuto dalle ruspe un bel mattino, di buon ora, verso la fine dell'anno 1970.

La storia

Il Castello Teotino era una villa signorile che sorgeva sulla collina di contrada Verga, ad una quota di 55 m sul livello del mare, costituito da un edificio centrale isolato e da una serie di bassi edifici rurali circostanti.
Esso aveva l'aspetto di un fortilizio possedendo 3 piccole torri con una merlatura ghibellina. Tutt'intorno a se, a mo di decorazione, un giardino esotico.
Sebbene il Castello risalisse ad epoche diverse il nucleo principale portava, sulla porta d'ingresso, la data di fondazione: A.D. 1846.
In quel tempo i primi geracesi di avvicinarono alla zona marina per dare origine all'attuale Locri ed in contrada Verga era sorta una vasta casa coloniale di campagna circondata da uliveti, agrumeti e vigne.
Verso la fine dell'Ottocento un erede del fondatore, Francesco Teotino, sposò la baronessa Marianna del Balzo Squillacioti e la villa di conseguenza fu ristrutturata e trasformata in Castello.
Negli anni 30 il Teotino, a causa di cattive operazioni commerciali, si vide costretto a cedere molta parte delle sue proprietà che furono messe all'asta e acquistate dal commendatore Rocco Capua. Dall'incanto vennero esclusi i fondi portati in dote dalla moglie, fra cui Contrada Verga con annesso Castello in questione.
Successivamente il Capua comprò anche tali beni, con esclusione del solo Castello.
Rimasto in possesso del solo Castello, il Teotino lo amministrò fin verso la fine del 1946 quando, ormai ammalato,e acciaccato dagli anni, morì.
Fu allora che gli eredi Teotino, anche per saldare grossi debiti di tasse non pagate, si risolsero a vendere il Castello che venne acquistato dal Comune di Locri.
Come appare dalla figura, all'atto di vendita, il Castello aveva attorno a se un'area di pochi metri quadri e 7 piccole costruzioni la più vasta delle quali era un frantoio con annessa casa colonica.
Due costruzioni (la 2 e la 3) erano usate come stalla e deposito di foraggi e tali costruzioni furono subito abbattute per ricavare spazio interno.
Per quanto riguarda lo stato dell'edificio centrale, ossia il castello, la metà sud di esso era edificata con mattoni pieni, (blocchi squadrati e malta cementizia), mentre la metà nord era stata edificata in modo affrettato e con materiale vile comprendendo anche i mattoni di fango chiamati “ bresti”.
A ciò si aggiunga che gli edifici in questione erano anche danneggiati dal bombardamento del 1943.
Il Castello, subendo anche alcune ulteriori modifiche, fù sede dell'Ospedale di Locri.
La nuova struttura adibita a nosocomio, fu aperta il 1 settembre 1949 e rimase tale fin verso l'autunno del 1970 allorquando le ruspe iniziarono in maniera repentina il suo abbattimento .

fonte da: www.giovanilocride.net

martedì 29 gennaio 2008

IL SERGENTE ROMANO

Pasquale Domenico Romano nacque a Gioia del Colle il 24 Agosto 1833
Nel 1851 si arruolò nell'Esercito Borbonico dove intraprese una brillante carriera assumendo ben presto il grado di "primo sergente" e dove, per le sue particolari doti militari, ebbe l'onore di diventare "Alfiere" della Prima Compagnia del 5° di Linea. Disciolto l'Esercito del Regno delle Due Sicilie non si diede per vinto diventando comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle Tuttavia, avvertendo i tempi stretti, la gravità della situazione e mai sopportando l'inoperosità degli adepti del Comitato, dopo poco tempo abbandonò i "salotti" e passò senza esitare alla lotta armata, dando il via alla sua guerra partigiana contro i piemontesi.
Le azioni di guerra fulminee ed imprevedibili, la spietatezza e nel contempo la lealtà e l'alto senso dell'onore, la ferrea disciplina militare a cui erano sottoposti i suoi uomini, le motivazioni legittimiste e religiose che lo spingevano a lottare con coraggio e determinazione, l'assoluta fedeltà al suo sovrano Francesco II ed al Papa lo fecero diventare un mito: l'eroe che difendeva gli oppressi, la giusta rivalsa sui conquistatori, il partigiano imprendibile e coraggioso, il guerriero invincibile, la volpe dei monti e dei boschi, il "brigante" degno dell'ammirazione delle popolazioni meridionali.
Il 4 Gennaio 1862 lungo la strada che porta al Santuario del Melitto, nei pressi di Cassano, tese un'imboscata alla guardia nazionale di Altamura. Nello scontro furibondo che ne scaturì i militi fatti letteralmente a pezzi dai partigiani che si abbandonarono a violenze indescrivibili dettate da un odio e da un desiderio di rivalsa profondi ed incolmabili. Sapendo di avere addosso tutte le truppe della zona il Sergente, a notte fonda si sposto nel bosco di Vallata presso Gioia del Colle nello stesso posto da dove nel 1861 erano partite le sue prime incursioni. Ma anche questo suo spostamento fu intercettato e nel giro di qualche ora il bosco fu circondato da un intero reparto di cavallegeri di Saluzzo, comandato dal capitanp Bolasco, e da un plotone di guardie nazionali accorse in forze da Gioia del Colle. Il Sergente Romano ed i suoi uomini sentendo i nemici addentrarsi nella fitta vegetazione da tutte le direzioni intuirono la grave situazione e aspettarono immobili nei loro nascondigli fino all'ultimo momento. Lo scontro a fuoco fu micidiale e, terminate le scariche di fucileria, seguìun furioso corpo a corpo all'arma bianca. Uno alla volta i Borbonici caddero sotto i colpi sferzanti della soverchiante truppa nemica. Il Romano circondato dai militi piemontesi si battè con forza sovraumana fino a quando, coperto di sangue e ferito al grido di "Evvivorre!", cadde gloriosamente. Alla sua morte gli uomini smisero di combattere e si lasciarono arrestare. Il corpo del partigiano fu miseramente spogliato della divisa borbonica e, issato come una preda ad un palo sopra un carretto, fu portato a Gioia del Colle, in via della Candelora, sotto le finestre della sua abitazione dove rimase esposto per una settimana. Nonostante ciò la popolazione non volle credere alla morte del proprio eroe e continuò a raccontare le sue gesta, ad aspettare il suo ritorno, a sperare in un futuro di giustizia. Ma il Sergente Romano era effettivamente morto e con lui era finita la resistenza armata all'invasore piemontese in terra di Puglia.

FONTE: www.brigantaggio.net

lunedì 28 gennaio 2008

IL "BRIGANTE" CHIAVONE

Luigi Alonzi, detto Chiavone, nacque a Sora nel 1825 in contrada Selva, confinante con l’ex Stato Pontificio. Era stato Guardia Nazionale nel suo paese, che abbandonò all'arrivo dei piemontesi ritirandosi a Casamari. Successivamente, tornò a Sora da trionfatore. Dopo la vittoria di Bauco (Bovelle Ernica), continuò a combattere contro i piemontesi del colonnello Quintili, e si rifugiò nello Stato Pontificio. Era un contadino, ma non aveva mai perduto la vocazione militare. Si fece fare un'uniforme da generale, con galloni d'oro, bottoni, speroni, e scudiscio. Della sua banda, alcuni indossavano uniformi francesi comprate nel ghetto di Roma, altri indossavano l'uniforme da cacciatori dell'esercito Borbonico, altri vestivano semplicemente da contadini, da ciociari. Esercitava un vero fascino. L'abbigliamento era pittoresco: cappello di feltro nero con piuma bianca, tunica nera serrata alla vita da sciarpa di seta rossa, spadone alla castigliana. Non era malvagio, annota Monnier, ma poneva a riscatto i proprietari e speculava sul re che serviva. Aveva molta simpatia per Garibaldi, specialmente quando questi si irritava con i piemontesi, e come Garibaldi, sapeva ben utilizzare il pittoresco per guadagnare popolarità.
Nel giugno del 1862 Chiavone, fu ucciso mediante fucilazione nei pressi di Trisulti, località di Collepardo (FR).

CARMINE DONATELLI CROCCO: IL FIERO GENERALE DEL BUON RE FRANCESCO

Carmine Donatelli nacque a Rionero (Potenza), fu nel 1852 soldato disertore e poi capo di una banda di briganti. Arrestato e condannato a 19 anni di ferri, evase dal carcere di Brindisi di Montagna e si unì agli insorti guidati da Pasquale Catena. Fu nuovamente arrestato e rinchiuso nel carcere di Cerignola dal quale evase aiutato da don Anselmo Fortunato. Divenne colonnello dell'esercito che sosteneva il ritorno della famiglia Borbone, gli fu affidato l'incarico di reclutare e raccogliere i soldati di Francesco II, sparsi nel sud Italia. Crocco raccoglie circa ottomila uomini e si nasconde nei boschi di Lagopesole. Di qui parte l'attacco a Ripacandida (Potenza) dove viene ucciso il capitano della Guardia Nazionale. Intanto a Melfi (Potenza) viene cacciato il vicegovernatore e innalzato il vessillo borbonico; così avvenne anche nei paesi del materano e del lagonegrese. Dopo essere stato accolto dalle popolazioni del vulture - melfese, Crocco fu tradito da quanti prima lo avevano sostenuto, fino a quando viene catturato per mano delle truppe pontificie a Veroli (Frosinone); arrestato e rinchiuso nelle carceri di Roma. L'11 Settembre 1872 fu condannato a morte a Potenza, ma riuscì a scontare il carcere a vita nel penitenziario di Portoferraio, dove divenne uomo di lettere e scrisse le sue memorie.

Abilmente preparato il moto reazionario scoppiò il 7 aprile alla Ginestra. Contadini, pastori, cittadini di ogni eta' e condizione al grido "Viva Francesco II", corsero ad armarsi di fucile, di scure, di attrezzi colonici e in massa compatta avanzammo su Ripacandida. La notizia che le guardie mobili di Avigliano e Rionero movevano unite contro di noi, portò un po' di sgomento nella mia gente; conveniva a me, all'inizio della spedizione, non espormi ad una facile sconfitta, affrontando i militi nazionali in aperta campagna. Una disfatta anche parziale avrebbe influito enormemente sullo spirito delle popolazioni, facendo svaporare quell'entusiasmo popolare, ch'io con tanto lavoro segreto, avevo grado a grado saputo destare per ogni dove. Ad una lotta aperta e cruenta preferii la guerra d'astuzia, per cui, lasciata la via, mi internai nei boschi ove sarebbe stato facile l'agguato e la vittoria. La Ginestra era il mio impero, la sede sicura, il centro della mia forza, e di la' mossi risoluto su Ripacandida. Attaccai violentemente ed in breve fui padrone della caserma dei militi e in possesso delle loro armi. La folla selvaggia ch'io comandavo non aveva freno, né a me conveniva mitigarla. Quella mia condiscendenza alla distruzione, al saccheggio, era fomite per me di maggior forza avvenire, l'esempio del fatto bottino traeva dalla mia altri proseliti anelanti di guadagnar fortuna col sangue. Lasciai quindi ognuno libero di se' ordinando solo si rispettassero le famiglie dei nostri compagni d'armi. Nel conflitto avuto coi militi paesani, il loro capo era caduto morto, il cadavere di costui trascinato per le vie venne portato innanzi all'abitazione della famiglia sua mentre la folla ne saccheggiava la casa. Durò per più ore - la baldoria ed il ladroneggio e solo verso sera pensai a riordinare quell'orda ubbriaca. Prima cura fu quella di decretare decaduta l'autorità imperante, e chiamato a consiglio i caporioni, nominai una giunta provvisoria che doveva sedere al municipio e di là emanare decreti e proclami. Volli che per le chiese venisse cantato il Tedeum in onore della vittoria e si abbattessero tutti gli stemmi del nuovo governo innalzando quelli, già abbandonati, del Borbone. Da Ripacandida a Barile breve è il cammino; numerose sollecitazioni mi chiamavano colà a liberare la plebe dalle sozzure dei ricchi prepotenti, per cui mossi tosto per quella volta, e, preso possesso del paese, ne ordinai il governo come avevo fatto per Ripacandida. Le vittorie di quei primi giorni se avevano allarmato, non a torto, i signori, avevano per altro affezionato alla mia causa migliaia di contadini, cosi che correvano à me da ogni dove a stuolo numerosi armati per mettersi ai miei ordini. Compresi come dovessi, senza perder tempo, prendere possesso di centri più importanti, per cui inviai alcuni fidi in Venosa perché mi preparassero il terreno. Ed il mattino del giorno 10 col mio piccolo esercito di predatori mossi alla conquista della vetusta Venusia. Sapevo che la città (8000 abitanti) era preparata a difesa e che in aiuto della guardia civica erano giunti i militi di Palazzo S. Gervasio, ma sapevo altresì che in paese la mia venuta era attesa da molte persone, e che queste non erano tutte del popolo, ma in buona parte signori. A mezza via fui informato che la milizia civica, allarmata dalla forza che era ai miei ordini, aveva deciso chiudere le porte, asserragliare le vie, portandosi ad occupare il castello. Giunto in vicinanza della città, ripartii la mia forza in diversi gruppi a cadauno dei quali assegnai un settore di attacco; mentre ero occupato in tale operazione, vidi sventolare dall'alto delle chiese alcune bandieruole bianche, segnale a me ben noto, per cui ordinai senz'altro l'attacco. Ma fu un attacco incruento, poiché scavalcate le mura mi vennero aperte le porte senza colpo ferire, ed io entrai coi miei occupando subito la piazza principale, di dove mossi per assalire il castello. Dalle grida di gioia e di furore dei miei, a cui faceva eco l'acclamazione popolare, la difesa comprese tosto essere vano ogni suo sforzo; pochi colpi di fucile sparati contro la mura ebbero il merito di ottenere una resa a discrezione, sotto promessa di lasciar a tutti la vita. Venosa era mia ed in men che non si dica io ricevevo le congratulazioni dei maggiorenti, mentre a migliaia affluivano a me le suppliche d'ogni genere e specie. Prima mia cura fu di spalancare le carceri, nominare un consiglio reggente e pubblicare il nome delle persone che dovevano aver rispettate la proprietà e la vita, pena la morte ai trasgressori. Dal 10 al 14 io rimasi coi miei in Venosa spogliando, depredando, imponendo taglie, distruggendo uomini e case, facendo man bassa su tutti coloro che erano nemici della reazione. Dopo Venosa era stata decisa l'occupazione di Melfi, dove i nostri amici avevano tutto preparato perché fossi accolto cogli onori dovuti al mio grado. Il 14 aprile 1861 lasciai Venosa e mi gettai su Lavello accolto da quella popolazione al grido " Viva Francesco II ". Raccolto in paese quel poco che ci fu dato trovare, stante le poche risorse sue e nominata la solita Commissione a governo del Municipio, mi affrettai avanzare su Melfi che con plebiscito popolare aveva decretato decaduto il potere regio. Fra le non poche soddisfazioni ch'io pure provai nell'avventurosa mia vita, io ricordo con viva compiacenza la maggiore, la più splendida, quella cioè che accompagnò il mio ingresso nella città di Melfi, capoluogo di circondano. A qualcuno, leggendo queste memorie, potrà apparire esagerato il mio scritto, ma giuro non sul mio onore, ma sulla sacra memoria di mia madre, che non esagero, che non mento, e d'altronde credo che parleranno di ciò i documenti ufficiali. Ai piedi della non breve salita che, staccandosi dalla rotabile, conduce alla porta principale, fui accolto, al suono delle musiche, da un comitato composto delle persone più facoltose della città, mentre suonavano a distesa le campane a festa, e dai balconi, gremiti di persone e parati con arazzi variopinti, le donne lanciavano fiori e baci. Giunto sulla piazza principale il signor... dall'alto del sontuoso suo palazzo dopo un acconcio discorso inneggiante le virtù e le glorie del governo Borbonico, invitò il popolo ad acclamare in Crocco, il fiero generale del buon Re Francesco II. Rispose a quell'invito un triplicato "Evviva a Crocco", mentre sparavano per le vie i mortaretti in segno di maggior contento. Nella chiesa, addobbata riccamente per me, era stata esposta la Madonna del Carmine, perché io rendessi omaggio devoto alla Vergine che mi aveva protetto portandomi vincitore e illeso dopo tante ed aspre lotte. Alla sera del mio ingresso per tutta la città vi furono luminarie, feste, balli e baldoria...

FONTE DA : www.brigantaggio.net Note autobiografiche di Carmine Crocco, Melfi 1903