<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741</id><updated>2011-10-21T00:50:45.601-07:00</updated><title type='text'>Guardo a sud!</title><subtitle type='html'>BLOG MERIDIONALISTA DI    CONTRO-INFORMAZIONE STORICA
"PER LA RINASCITA DEL MEZZOGIORNO"
di pedritoya</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>41</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-5585929823864435644</id><published>2009-12-21T08:11:00.000-08:00</published><updated>2009-12-21T08:23:40.797-08:00</updated><title type='text'>Come uccidere Napoli! L'indifferenza della gente?</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/Sy-g2IZ_-mI/AAAAAAAAAOA/_bFXIZsCcv4/s1600-h/8009833285815.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 138px; height: 200px;" src="http://1.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/Sy-g2IZ_-mI/AAAAAAAAAOA/_bFXIZsCcv4/s200/8009833285815.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5417725728579910242" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=bPfKgG8GlmU&amp;feature=rec-rn-1r-6-HM"&gt;CLICCA SUL QUI O SUL TITOLO&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-5585929823864435644?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.youtube.com/watch?v=bPfKgG8GlmU&amp;feature=rec-rn-1r-6-HM' title='Come uccidere Napoli! L&apos;indifferenza della gente?'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/5585929823864435644/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=5585929823864435644&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5585929823864435644'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5585929823864435644'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2009/12/come-uccidere-napoli-lindifferenza.html' title='Come uccidere Napoli! L&apos;indifferenza della gente?'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/Sy-g2IZ_-mI/AAAAAAAAAOA/_bFXIZsCcv4/s72-c/8009833285815.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-1194311286612936920</id><published>2009-11-08T02:07:00.000-08:00</published><updated>2009-11-08T02:09:32.880-08:00</updated><title type='text'>NON È UN BIDONE VELENI : Il container sommerso</title><content type='html'>Avvistato al largo dell'Elba un carico sospetto scaricato in mare a luglio un'associazione ambientalista tedesca aveva intercettato una imbarcazione, battente bandiera maltese, che scaricava in mare container con delle gru. Ora la conferma, grazie alle ricerche avviate dal Parco nazionale dell'Arcipelago toscano&lt;br /&gt;Mentre lo sguardo era rivolto sulle mappe nautiche di Cetraro, alla ricerca di verità che ancora oggi stentano ad uscire, dalla Toscana arriva la notizia, secca e incredibile, che conferma in pieno le rotte dei veleni. Una nave della Nato Alliance, nel corso di una perlustrazione delle acque al largo dell'Isola d'Elba, ha trovato un container sul fondo del mare. Container sospetto, molto sospetto, della dimensione di tre metri per sei, che - secondo una prima ricostruzione - sarebbe stato buttato dolosamente in acqua solo quattro mesi fa. È la conferma - che arriva da una fonte sicuramente attendibile, il Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano - di una denuncia passata inosservata presentata da una associazione ambientalista tedesca, la Green Ocean, e da Legambiente l'estate scorsa. Un portacontainer, il Toscana, con bandiera maltese, appartenente ad un armatore tedesco, era stato sorpreso la sera del nove luglio scorso dalla nave Thales - utilizzata nel progetto di ricerca "plastic from the sea" - mentre azionava le gru per scaricare in mare container di 16 piedi. La Thales cercò di avvicinarsi per capire cosa stava accadendo. A luglio il sole cala molto tardi in mare e alle nove di sera la scena era chiaramente visibile.&lt;br /&gt;«Ad una osservazione più vicina con l'aiuto di binocoli - racconta nel diario di bordo il capitano della Thales - abbiamo scoperto l'equipaggio della nave mentre lavorava sulle gru di bordo, gettando alcuni oggetti fuori bordo. Gli oggetti sembravano essere container da sedici piedi. Al momento dell'osservazione eravamo alla distanza di un miglio marino, dalla parte del porto rispetto alla Toscana». Il gruppo ambientalista tedesco riesce a fotografare velocemente quanto stava accadendo, mentre l'equipaggio della nave con bandiera maltese si accorge di essere stato scoperto. «Dopo poco tempo, circa due minuti, la nave "Toscana" ha aumentato la propria velocità - continua il diario di bordo - e preso una rotta di collisione con la nostra imbarcazione». I pirati non navigano solo in Somalia, ma scendono anche al largo delle nostre coste. «Abbiamo subito usato il Vhf, canale 16 e 13, per contattare la "Toscana" per capire le loro intenzioni. Le nostre chiamate non hanno avuto risposta». L'intenzione era chiara, la Thales andava speronata.&lt;br /&gt;Il racconto dell'equipaggio continua con la descrizione dettagliata delle manovre difensive che la nave della Green Ocean ha dovuto fare. «La Toscana ha continuato sulla sua rotta di collisione, e la Thales - prosegue il diario di bordo - ha dovuto fare una manovra di emergenza girando di 45° ad est. Dopo alcuni minuti la "Toscana" ha cambiato nuovamente rotta ed era di nuovo in rotta di collisione. La MS Thales ha cambiato per una nuova rotta di 90° e così ha evitato una collisione diretta con la "Toscana"».&lt;br /&gt;L'intera vicenda venne subito denunciata, allegando le fotografie e il diario di bordo, sottoscritto dall'intero equipaggio. È passata l'estate e la vicenda di Cetraro ha di fatto tolto l'attenzione da questo vero e proprio atto di pirateria al largo della Toscana. Fino a ieri, quando la nave della Nato ha individuato un primo container a novecento metri di distanza dalle coordinate fornite dalla Thales.&lt;br /&gt;La richiesta d'intervento al Nato Undersea Research Center - Nurc - è arrivata dal Parco dell'arcipelago toscano, allarmato dal racconto dell'equipaggio del Thales. Il 2 e 3 novembre scorso la nave oceanografica Alliance ha scandagliato la zona indicata dalle coordinate registrate nel diario di bordo tenuto dal gruppo ambientalista tedesco. Per ora è stato individuato - grazie al Multi Beam e al Side Scan Sonar ad alta risoluzione - un primo contenitore, «un manufatto di 3 metri, per 3 per 6, di fattezze e dimensioni simili ad un container», per onore alla precisione. Le prime immagini sono state poi mostrate ieri sera durante il Tg 3 regionale della Toscana, che ha seguito l'operazione della Alliance.&lt;br /&gt;La storia delle navi dei veleni è dunque aperta e tragicamente attuale. Se poi verrà confermato il nome dell'armatore della nave Toscana - che da una prima verifica risulta essere una importantissima azienda di logistica tedesca - sarà chiaro come il traffico internazionale di rifiuti non è una questione marginale. Rimane da stabilire con esattezza e con la massima chiarezza cosa contiene quel primo container individuato al largo della Toscana e recuperarlo immediatamente, prima che possa rilasciare eventuali scorie in una zona conosciuta come il santuario dei cetacei. E soprattutto occorrerà chiarire quali sono le organizzazioni nazionali ed internazionali che gestiscono gli attuali traffici velenosi.&lt;br /&gt;Quasi tutte le inchieste che vennero aperte negli anni '80 e '90 sulle navi dei veleni finirono in archiviazione o in scandalose prescrizioni. Dietro c'erano vere e proprie reti di complicità ai massimi livelli, come lo stesso governo ammise nel 2004. Ora l'operazione trasparenza che le organizzazione ambientaliste chiedono dovrà coinvolgere l'intera costa italiana. Da Cetraro fino all'arcipelago toscano. 3 navi dei veleni&lt;br /&gt;Sarebbero tanti i relitti sul fondo del mare di Cetraro, in Calabria, secondo l'avvocato del pentito Francesco Fonti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Manifesto 08/11/09&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-1194311286612936920?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/1194311286612936920/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=1194311286612936920&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1194311286612936920'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1194311286612936920'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2009/11/non-e-un-bidone-veleni-il-container.html' title='NON È UN BIDONE VELENI : Il container sommerso'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-2010780253264910350</id><published>2009-10-27T06:15:00.000-07:00</published><updated>2009-10-27T06:21:59.117-07:00</updated><title type='text'>Le scorie sepolte a colpi di dinamite L' affare finito dopo il caso Alpi</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/SubzdeW5zyI/AAAAAAAAANo/15oUBiFTPDE/s1600-h/toxic.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 161px;" src="http://3.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/SubzdeW5zyI/AAAAAAAAANo/15oUBiFTPDE/s200/toxic.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5397268891141000994" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;I profitti Il procuratore Macrì: con questi traffici la ' ndrangheta ha realizzato profitti enormi fino all' inizio degli anni Novanta&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MILANO - «Dov' è la sorpresa?». Lo sappiamo da anni, dice Vincenzo Macrì. Il procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia esibisce una giusta dose di cauto ottimismo mischiata ad una consapevolezza che deriva da decenni passati alle prese con le mafie calabresi. La scoperta del mercantile affondato al largo dalla costa di Cetraro può essere la conferma ulteriore di qualcosa che si conosce già da tempo. La ' ndrangheta si occupa di rifiuti. Attività che è sempre stata sepolta nel profondo, sotto una coltre di omertà. Numerosi pentiti hanno raccontato il business «ecologico» delle cosche, ma non sono mai emersi elementi di riscontro certi sull' ubicazione delle scorie. Il luogo della sepoltura, quello non s' è mai trovato. «Sappiamo ad esempio che molte località dell' Aspromonte sono un giacimento di rifiuti. Ma nessun collaboratore di giustizia ha mai saputo indicare con precisione un sito». Le navi carretta affondate negli anni Ottanta e Novanta e oggi adagiate nei fondali del Mediterraneo a circa 200 metri di profondità sembravano essere diventate una specie di leggenda urbana, una chimera moderna. Nel 2007, il notevole quantitativo di metalli pesanti rilevato nel pescato proveniente dalle coste tirreniche della Calabria destò sospetto, ma la circostanza rimase al livello embrionale di indizio. Mancava la prova. Ad oggi, l' unico punto fermo sull' esistenza di un traffico illegale che ha portato fiumi di denaro alle cosche, era il sotterramento di 30.000 tonnellate di ferrite di zinco, rifiuti speciali provenienti da un' azienda di Crotone, presi in gestione dalle ' ndrine e sepolti nei campi tra Cassano Ionio e Cerchiara di Calabria. Una specie di Gronchi rosa. Adesso le cose potrebbero cambiare. Le parole di Francesco Fonti, il pentito che in una sua memoria è stato il primo a parlare di «navi a perdere» che venivano affondate con la dinamite, potrebbero essere lette in una nuova luce. L' ex trafficante di stupefacenti, originario della Locride, collabora dal 1995. Ha sempre parlato di rifiuti, con i giudici di Cosenza e quelli di Milano, ma gli inquirenti, pur credendolo affidabile, non sono mai riusciti a trovare pezze d' appoggio per le sue rivelazioni. «Forse - dice Macrì - se il rinvenimento di ieri viene confermato per quello che è, siamo davanti ad una prima volta, molto importante. Una scoperta fondamentale per ricostruire il passato». Il passato, perché di questo si tratta. I rifiuti sono stati l' oro della ' ndrangheta, il propellente che negli anni Settanta e Ottanta ha permesso alla mafia calabrese di arricchirsi smodatamente. Dice Macrì: «Mentre la camorra si è concentrata sui rifiuti solidi urbani e secondariamente sulla monnezza "sporca", la ' ndrangheta ha trattato sempre e soltanto rifiuti tossici, autentiche bombe ecologiche». All' inizio degli anni Novanta c' è stata la ritirata, anch' essa certificata dalle parole di alcuni pentiti. Uno di loro identifica lo spartiacque nella morte di Ilaria Alpi. La vicenda della giornalista del Tg3 uccisa in Somalia accese i riflettori sui traffici illegali di rifiuti ad alto potenziale venefico. Una pubblicità indiretta che allarmò qualche capobastone. Aumentò la pressione degli inquirenti, vi fu qualche protesta dal territorio, perché l' elevata tossicità del materiale interrato o inabissato danneggiava le famiglie stesse dei mafiosi. Macrì è categorico: «La stagione delle scorie gestite dalle cosche è finita da un pezzo. Ma costituisce uno dei periodi meno conosciuti della mafia calabrese. Con questo business la ' ndrangheta ha realizzato profitti enormi, che le hanno permesso di internazionalizzarsi e di diversificare all' estero le proprie attività. È diventata il colosso criminale di oggi grazie ai rifiuti tossici. E al cortese aiuto fornito da aziende, imprenditori e amministratori pubblici, complici o conniventi». Marco Imarisio RIPRODUZIONE RISERVATA La scheda La nave Il relitto di una nave è stato trovato a 14 miglia dalla costa di Cetraro (Cosenza). Potrebbe essere la Cursky, la nave di cui parlò anni addietro il pentito dell' ndrangheta Francesco Fonti Il robot Un robot sottomarino (foto) si è calato a 480 metri di profondità per fotografare il relitto. Dallo squarcio a prua fuoriescono due fusti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Imarisio Marco &lt;br /&gt;Pagina 19(13 settembre 2009) - Corriere della Ser&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-2010780253264910350?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/2010780253264910350/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=2010780253264910350&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/2010780253264910350'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/2010780253264910350'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2009/10/le-scorie-sepolte-colpi-di-dinamite-l.html' title='Le scorie sepolte a colpi di dinamite L&apos; affare finito dopo il caso Alpi'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/SubzdeW5zyI/AAAAAAAAANo/15oUBiFTPDE/s72-c/toxic.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-4723017624385058075</id><published>2009-10-20T05:23:00.001-07:00</published><updated>2009-10-20T05:23:50.758-07:00</updated><title type='text'>Memorie “tossiche “di un pentito.</title><content type='html'>Di Giovanni Tizian&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Francesco Fonti è un pentito di ‘ndrangheta dal 1994. Non apparteneva ad una famiglia mafiosa era semplicemente un affiliato di ‘ndrine potenti, quali quelle di Siderno e di San Luca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Durante i suoi primi anni di collaborazione ha prodotto un memoriale in cui si svelano oltre ai soliti traffici anche le nuove frontiere del commercio illegale. Nel memoriale,infatti , Fonti parla di smaltimento di rifiuti tossici. Scorie radioattive da occultare in fondo al mare, in Somalia o nel brullo e misterioso Aspromonte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Fonti si attribuisce tra il 1980 e il 1990 molti dei traffici avvenuti su ordine di alcune ‘ndrine. “Le scorie- dichiara Fonti- erano smistate dal centro Enea di Rotondella, in Basilicata” e probabilmente finite in Somalia. Ipotesi tenuta in considerazione anche dagli inquirenti che indagano sul duplice omicidio dei reporters Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. I due giornalisti uccisi in Somalia si presume fossero a conoscenza dei loschi traffici rifiuti-dollari tra Italia e Somalia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La dinamica è tanto semplice quanto disumana: lo stato italiano tramite la ‘ndrangheta trasportava le scorie fino in Somalia dove successivamentevenivano magicamente smaltiti. Non aveva importanza dove venissero occultate le scorie, se in mezzo ai campi o in fondo al mare, non interessava neanche la salute della povera gente già afflitta da miseria e disperazione, ciò che più importava era il denaro e le armi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le indagini rivelano uno spaccato inquietante ancor più alla luce degli avvisi di garanzia emessi in questi giorni dalla direzione antimafia di Potenza a carico di otto ex dirigenti del centro dell’Enea della Trisaia di Rotondella e di due presunti affiliati alla ‘ndrangheta. Tra i reati ipotizzati ci sono lo smaltimento dei rifiuti tossici, il commercio di armi, il traffico di sostanze radioattive e la produzione clandestina di plutonio. Il plutonio, secondo gli inquirenti, sarebbe stato passato dalla mafia calabrese all’Iraq di Saddam Hussein, all’epoca in pace con gli Usa eritenuto dall’occidente alleato “democratico”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo quanto riportava la Gazzetta del mezzogiorno risulterebbero indagati, tra gli ex dirigenti Enea, Giuseppe Orsenigo, Raffaele Simonetta, Bruno dello Vicario, Giuseppe Lapolla, Giuseppe Rolandi, Giuseppe Lippolis e Tommaso Candelieri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con loro sono indagati due appartenenti alla ‘ndrangheta Bruno Musitano della ‘ndrina di Plati il cui capo, prima di essere ucciso, era Domenico Musitano detto “u fascista”e Giuseppe Arcadi. Musitano e Arcadi sono citati nel memoriale di Fonti. Nel materiale inviato alla Direzione nazionale antimafia da parte del pentito si trovala spiegazione dell’enorme potere d’infiltrazione delle ‘ndrine ioniche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le dichiarazioni erano state pubblicate da L’espresso nel 2005 e riguardavano gli affari illegali delle ‘ndrine di San Luca con gli alti poteri dello Stato. “Nirta mi spiegò- scrive Fonti- che gli era stato proposto dal ministro della Difesa di stoccare bidoni di rifiuti tossici. L’ipotesi era quella di sotterrarle in alcuni punti dell’Aspromonte e nelle fosse naturali marine che c’erano davanti alla costa jonica della Calabria.” Le diverse ‘ndrine si ritrovarono per pianificare il progetto lucroso a Polsi senza tuttavia mettersi d’accordo su un azione unica. Ogni famiglia, secondo le dichiarazioni del Fonti, avrebbe provveduto in piena indipendenza ai propri traffici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fu così che Fonti cominciò a lavorare per la famiglia Musitano di Platì. Il capobastone era Domenico Musitano, “u fascista”, il quale non potendo tornare in Calabria risiedeva a Nova Siri in Basilicata e chiese a Fonti di “ far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi. Mi spiegò- continua Fonti- che era stato avvicinato da uno dei dirigenti dell’Enea, Tommaso Candelieri ( tra gli indagati), che aveva l’urgenza di far sparire questi fusti che erano depositati in due capannoni dell’Enea stessa. Quanto ai soldi, avrei dovuto intascare 660 milioni “.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il trasporto Fonti scrive :” Come appoggio, Musitano mi diede la disponibilità del genero, Giuseppe Arcadi, il quale mi aiutò trovare i camion e gli autisti per il trasporto dei rifiuti.” La pianificazione era perfetta, ma qualcosa cambiò le carte in tavola : “u fascista” venne ucciso davanti al tribunale di Reggio Calabria e l’affare fu rinviato di pochi mesi. Nel 1987 , tra il 10 e l’11 gennaio, l’operazione “tossica” è stata portata a termine. Il memoriale venne fuori diciotto anni dopo, provocando, allo stesso tempo, polemiche tra i politici riguardo l’attendibilità dei pentiti enuove indagine dai possibili risvolti eclatanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Francesco Fonti ècollaboratore di giustizia dal 1994. Dalle indagini e dalle sue dichiarazioni risulta essere elemento di spicco della ‘ndrangheta nel traffico di stupefacenti nel Nord Italia. Tra Modena, Reggio Emilia e Milano il Fonti reggeva il traffico di droga per la ‘ndrina dei Romeo, il cui boss era Sebastiano Romeo detto “u staccu”, molto vicini ai Nirta, altra storica famiglia ’ndranghetista. Non sempre le sue dichiarazioni sono state ritenute veritiere, tuttavia in alcune descrizioni gli elementi di rilievo coincidono con le indagini fatte e con le dichiarazioni degli altri, se pur pochi, pentiti della ‘ndrangheta. Riguardo, ad esempio, un omicidio di un bancario avvenuto a Locri nel 1989 il Fonti lo giustifica come omicidio avvenuto a causa di un opposizione a vari tentativi di richiesta di riciclaggio da parte di Barbaro di Platì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nonostante tali dichiarazioni le indagini insistevano nel percorrere il binario del delitto passionale che però lasciava vivi molteplici dubbi e innumerevoli domande. L’evidenza della dinamica, entro cui è maturato quello omicidio, e le confessioni del pentito Fonti non sono state sufficienti a far aprire le porte alla verità. La vittima era responsabile dell’ufficio fidi e venne ammazzato in macchina mentre tornava da lavoro. Si trattava di una tipica esecuzione mafiosa ma venne fatta passare come altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1989 non esisteva neanche la legge 197 / 1991 sull’antiriciclaggio perciò risulta semplice capire come le banche, in Calabria, erano vere e proprie lavanderie di denaro sporco, e l’opposizione da parte di un impiegato all’illegalità mafiosa non era praticabile se non a rischio della propria vita. Chi si opponeva al riciclaggio o alla concessione di un fido senza garanzie doveva morire, ecco le regole che il pentito Fonti dimentica di raccontare, volutamente per coprire i pesci grossi o involontariamente perché soffre di amnesia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fantasie sui rifiuti o cruda realtà ? Se le indagini vanno avanti vuol dire che qualcosa è emerso dalle torbide acque del malaffare. Di certo ci sono gli avvisi di garanzia firmati da Francesco Basentini, sostituto procuratore della direzione antimafia lucana. Il fascicolo apparteneva, prima che fossero trasferiti a causa del coinvolgimento nell’inchiesta “toghe lucane”, al procuratore della dda potentina Giuseppe Galante e dal suo sostituto Felicia Genovese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I rifiuti tossici sono la nuova fonte di guadagno da parte della ‘ndrangheta e non più solo monopolio della camorra. Gli introiti si raddoppiano con il traffico dei rifiuti. Più “monnezza”produciamo più soldi entrano alle due organizzazioni criminali che dalla spazzatura estraggono oro. Le responsabilità sono anche degli imprenditori del Nord, quelli che fingono di essere socialmente responsabili e poi per pagare la metà di tasse sui rifiuti si affidano alle mafie per smaltire il loro “schifo”tossico e puzzolente imputridendo le terre e gli animi altrui.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://www.democrazialegalita.it/giovanniT/tizian_Pentito_Francesco%20Forte_scorie%20radioattive=11ottobre2007.htm&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-4723017624385058075?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/4723017624385058075/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=4723017624385058075&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/4723017624385058075'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/4723017624385058075'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2009/10/memorie-tossiche-di-un-pentito.html' title='Memorie “tossiche “di un pentito.'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-9017455641954721695</id><published>2009-10-20T05:18:00.000-07:00</published><updated>2009-10-20T05:21:22.474-07:00</updated><title type='text'>Morabito insiste: " Nirta fra i rapitori di Moro "</title><content type='html'>Morabito Saverio parla di nuovo del caso Moro Aldo al giudice del processo Moro quater: Nirta Antonio, detto N' Toni Due Nasi, fu infiltrato tra le Brigate Rosse. le dichiarazioni dell' altro pentito Inzaghi Mario 48 anni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il pentito torna a coinvolgere il generale Delfino. Riscontri sui legami tra il boss e i carabinieri TITOLO: Morabito insiste: "Nirta fra i rapitori di Moro"- MILANO . Dieci ore di interrogatorio. Parla Saverio Morabito, il pentito della ' ndrangheta che con le sue confessioni ha fatto scattare poche settimane fa un blitz da quasi 200 arresti. E parla di nuovo del caso Moro. Stavolta con il giudice Antonio Marini, pm al processo Moro quater, che lo interroga come semplice teste in un rifugio segreto, sotto la protezione della Dia. Morabito ripete quanto gia' raccontato al pm milanese Alberto Nobili: "Seppi che grazie ai suoi contatti con i servizi, e verosimilmente con il generale Delfino, Antonio Nirta fu infiltrato tra le Brigate rosse e fu fisicamente presente al sequestro dell' onorevole Moro. Ho saputo tutto questo da Domenico Papalia e Paolo Sergi". Due uomini d' onore, dunque, gli avrebbero fatto queste rivelazioni. E Morabito le ripete ancora, con tutto il loro carico di polemiche, veleni e polveroni, aggiungendo spiegazioni, dando chiarimenti ad Antonio Marini. Davvero un boss della ' ndrangheta come Nirta, soprannominato Toni Due Nasi, entro' in scena la mattina di via Fani? E credibile Morabito? Per i giudici di Milano la risposta e' "si' ". Proprio ieri le sue confessioni hanno trovato un riscontro prezioso. S' e' pentito pure un suo socio di sempre, un vecchio compagno d' armi e di sequestri come Mario Inzaghi, 48 anni, emiliano, trapiantato a Corsico, da sempre vicinissimo ai clan calabresi che dettano legge nell' hinterland di Milano. Inzaghi ripete: "Si' , sapevamo che Nirta era un collaboratore dei carabinieri. Era un organizzatore di sequestri. In seguito, diverso tempo dopo, seppi il perche' dei fallimenti e degli arresti per quei sequestri. Nirta faceva il doppio gioco. Gia' all' epoca mi era sembrato assai strano che solo lui fosse rimasto fuori dal giro degli arresti". La polemica ha coinvolto gia' nelle scorse settimane il generale Francesco Delfino, che al tempo dei rapimenti organizzati dai calabresi comandava il nucleo operativo di Milano. Delfino, che s' era distinto proprio per la sua abilita' nel risolvere i sequestri di persona, e' stato interrogato da Nobili e ha spiegato: "Si' , ho saputo poi che Nirta era un informatore del nucleo operativo, nell' Arma circolava questa voce. Ma non era certo un mio confidente. Io non lo conoscevo". Intanto le confessioni di Inzaghi producono i loro effetti. Su richiesta di Nobili, il gip Guido Piffer ha fatto partire 7 ordini di cattura. Nell' elenco c' e' Antonio Nirta e, con lui, Michele Amandini, Agostino Catanzariti, Rocco e Antonio Papalia, Vincenzo Saffioti, Domenico Trimboli. Grazie a Inzaghi i giudici ricostruiscono la storia di due sequestri di persona del maggio ' 77: quello di Angelo Galli, a Cesano Boscone, e quello di Giuseppe Scalari, a Trezzano sul Naviglio. E trovano nuove conferme al racconto di Morabito sull' omicidio del boss Toto' D' Agostino, ucciso a Roma nel 1976. Il nuovo pentito era stato condannato a Milano per riciclaggio. Il suo nome era collegato a quello di Jordan Fortuny, uno strano finanziere di Andorra che aveva in valigia 358 milioni in contanti. Tra quelle banconote i poliziotti ne avevano trovate 263 segnate, perche' venivano da tredici sequestri, tra cui quelli di Cesare Casella, Esteranne Ricca e Carlo Celadon.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Buccini Goffredo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pagina 13&lt;br /&gt;(12 novembre 1993) - Corriere della Sera&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-9017455641954721695?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/9017455641954721695/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=9017455641954721695&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/9017455641954721695'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/9017455641954721695'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2009/10/morabito-insiste-nirta-fra-i-rapitori.html' title='Morabito insiste: &quot; Nirta fra i rapitori di Moro &quot;'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-3399210449066712100</id><published>2009-09-07T04:43:00.000-07:00</published><updated>2009-09-07T12:23:23.117-07:00</updated><title type='text'>I FIGLI DEI TERRONI</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/SqT__k_ZkfI/AAAAAAAAANg/b0x3YrZSP_I/s1600-h/izbignaminolowji6.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 186px;" src="http://2.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/SqT__k_ZkfI/AAAAAAAAANg/b0x3YrZSP_I/s200/izbignaminolowji6.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5378705322713649650" /&gt;&lt;/a&gt;RIPORTO EPISODI VERI DI VITA QUOTIDIANA, ESPERIENZE, CON  PERSONE CHE VIVONO AL NORD ITALIA ECCO UNO STRALCIO DELL'IMMAGGINARIO COLLETTIVO SETTENTRIONALE SUI MERIDIONALI: EPISODI DI VITA RACCONTATI SOPRATUTTO DAI FIGLI DELLA PRIMA GENERAZIONE DI IMMIGRATI ARRIVATI AL NORD DA TUTTO IL MEZZOGIORNO:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1)&lt;br /&gt;Bologna ai tempi dell'università era piena di gente stravagante, tra esse Silvia abruzzese 24enne studentessa di arte fece un giorno uno dei discorsi più stupidi che io avessi mai ascoltato in vita mia. Ospiti di amici, era arrivato in città un mio conterraneo, suo padre era morente in ospedale e quando giunse il fatidico momento si proponeva il problema di come trasportare la salma in terra patria. Silvia fidanzata allora con uno degli studenti che ospitava il figlio del defunto esclamò, davanti al povero ragazzo: "Voi calabresi siete i soliti mente chiusa! e che ci vuole a trasportare il caro estinto in macchina fino in Calabria senza affrontare le spese del trasporto del feretro!"......Immaginate la salma magari seduta con le cinture di sicurezza e con il capo che sbatte per tutto il tempo del viaggio?....lo so c'è poco da scherzare...in tutti i sensi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2) &lt;br /&gt;Alessandra è una bella ragazza sui 30anni fa la contabile con scarso successo in una impresa di scarso successo nel comasco. Figlia di padre sbirro siciliano e madre casalinga siciliana, collega di lavoro mi racconta che era molto piu' bella quando aveva 17anni e narra della sua allora presunta innocenza, incoscienza giovanile che una sera d'estate, mentre si trovava in vacanza in Sicilia, la spinse a spogliarsi per cambiarsi d'abito nella stanza di casa sua con il moroso 18enne siculo presente! : " ti rendi conto! pensa che stupida che ero allora! spogliarmi nuda in Sicilia in una stanza davanti ad un siciliano! per fortuna che non mi capitò niente!".....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3)&lt;br /&gt;Primo giorno di lavoro in un'azienda del nord, Carmen napoletana vive da 12 anni a Lecco da venti fa la contabile ed è sposata con un siciliano. Io sono in pausa sigaretta fuori all'aperto, avevo appena terminato le mie prime due ore di lavoro quando questa si avvicina sparando: "Ciao piacere io sono Carmen....io quest'anno voto lega nord! perchè calabresi e siciliani non vogliono fare un cazzo nella vita!" Rimango stupito con la sigaretta nelle mani guardandola esterrefatto, lei nota il mio sguardo, era il periodo dell'emergenza rifiuti a Napoli, mi fissa con la faccia di una che forse ha esagerato un po, cerca di riparare dicendo :" Scusa io non c'è l'ho con te ma con tutti quei meridionali, i napoletani che io conosco bene in primis, che non fanno niente!"....In quel momento ho pensato a tutti quei ragazzi che al sud lavorano in nero per 300 euro al mese...sig.... &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4)&lt;br /&gt;Riporto un messaggio trovato suL forum: http://www.krol.it/forum/terroni-un-popolo-da-sterminare-t146153.html?s=ddb32eff299421b0942f4b3cb4588c11&amp;amp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mario&lt;br /&gt;Guest&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;""N.B. Sono meridionale, ma non terrone...Nel senso che so' parlare in&lt;br /&gt;italiano, so' come si fa' la raccolta differenziata, e so' stare al&lt;br /&gt;mio posto, in modo civile ed in silenzio...E soprattutto sto cercando&lt;br /&gt;disperatamente di andare VIA DAL SUD ITALIA/NORD AFRICA!&lt;br /&gt;Ho appena avuto una discussione con la mia vicina del piano di sotto,&lt;br /&gt;una parente terrona e cicciona, la classica femmina (non donna)&lt;br /&gt;meridionale che non sa' parlare in italiano, ma solo urlare nel suo&lt;br /&gt;idioma terrone, offendendo chiunque mostra un minimo di educazione, e&lt;br /&gt;non si comporta come una scimmia africana, cioe' un terrone (non me ne&lt;br /&gt;vogliano le scimmie africane)...&lt;br /&gt;L'animale in questione non vuole permettermi di vendere la casa (spero&lt;br /&gt;a qualche famiglia d'immigrati, visto che al sud la maggior parte&lt;br /&gt;degli immigrati sono piu' onesti degli indigeni locali), ed andarmene&lt;br /&gt;in Padania (o meglio ancora via dall'italia), lontano dall'incivilta'&lt;br /&gt;dei terroni (che, per inciso, votano tutti PdL), e dell'inettitudine&lt;br /&gt;degli amministratori locali...La proprieta' della palazzina in cui&lt;br /&gt;viviamo e' condivisa tra varie persone, tra cui la terrona in&lt;br /&gt;questione, che non vuole mettere la sua firma su un pezzo di carta&lt;br /&gt;(forse perche' non sa' scrivere, ma piu' probabilmente perche' cosi'&lt;br /&gt;non avrebbe piu' qualcuno da vessare e di cui sparlare)...&lt;br /&gt;Inoltre, la terrona non vuole che si parli male dei suoi figli,&lt;br /&gt;nullafacenti ignoranti buoni solo ad urlare come fa' la madre, perche'&lt;br /&gt;ovviamente, come ogni buona cagna terrona, per lei i figli hanno&lt;br /&gt;sempre ragione, anche se ammazzano/rubano/stuprano, i figli dei&lt;br /&gt;terroni hanno sempre ragione...&lt;br /&gt;Non si potrebbero rimettere in funzione i treni per Auschwitz,&lt;br /&gt;mettendo pero' i terroni invece degli Ebrei (che possiedono un'etica&lt;br /&gt;del lavoro ed una coesione d'intenti che i terroni si sognano...gli&lt;br /&gt;Ebrei hanno trasformato il deserto in giardini, hanno costruito e&lt;br /&gt;difeso uno stato democratico tra le dittature arabe...i terroni che&lt;br /&gt;hanno fatto invece in questi 60 anni?)?&lt;br /&gt;Perche' gli immigrati clandestini si possono espellere, ma i terroni&lt;br /&gt;no? Ah, vero...poi dove li andrebbe a prendere i voti il PdL?""&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;.....CONTINUA!......&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-3399210449066712100?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/3399210449066712100/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=3399210449066712100&amp;isPopup=true' title='9 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/3399210449066712100'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/3399210449066712100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2009/09/i-figli-dei-terroni.html' title='I FIGLI DEI TERRONI'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/SqT__k_ZkfI/AAAAAAAAANg/b0x3YrZSP_I/s72-c/izbignaminolowji6.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>9</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-6560675222176638834</id><published>2008-12-05T15:05:00.000-08:00</published><updated>2008-12-05T15:07:17.575-08:00</updated><title type='text'>Così il Nord inquina il Sud La mappa dei traffici illegali</title><content type='html'>Dopo la denuncia di Napolitano, basta seguire il filo delle inchieste per scoprire i mille rivoli atraverso cui, negli anni, la malavita e aziende con pochi scrupoli hanno trasportato al Sud tonnellate di rifiuti tossici prodotti nelle regioni settentrionali&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ultima  l'inchiesta si chiama "Eco boss" e ha portato, due mesi fa, all'arresto di un presunto boss dei Casalesi, al sequestro di aziende attive nel settore dei rifiuti e di terreni a destinazione agricola dove per anni è stato seppellito materiale proveniente dal nord Italia.&lt;br /&gt;Ma bisogna risalire indietro nel tempo per scoprire le vie del traffico illegale di rifiiuti tossici dal Nord verso il Sud dell'Italia.&lt;br /&gt;Diciassette anni fa l'autista di camion Mario Tamburrino, si presentò in ospedale dicendo di aver subito un fortissimo abbassamento della vista dopo aver scaricato alcuni bidoni di scorie tossiche provenienti dalla ditta Ecomovil di Cuneo in una discarica di Sant'Anastasia. &lt;br /&gt;Dopo le parole di Napolitano, basta seguire il filo delle inchieste per scoprire che tra i veleni di Napoli non mancano i "contributi"di aziende del Settetrione,&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ECOBOSS L'inchiesta Ecoboss, ad esempio, si basa su alcune intercettazioni risalenti a diversi anni fa e su recenti rivelazioni del pentito Domenico Bidognetti, cugino del boss Cicciotto è Mezzanotte. Per non sostenere il costo del regolare smaltimento dei rifiuti - sostiene l'accusa dei pm di Napoli - l'organizzazione ha simulato nel tempo attività di compostaggio in realtà mai effettuate, smaltendo invece abusivamente, su terreni agricoli rifiuti costituiti, tra l'altro, da fanghi di depurazione provenienti in gran parte da aziende della Lombardia, per un quantitativo di oltre 8.000 tonnellate di rifiuti ed un guadagno di circa 400mila euro.&lt;br /&gt; Dagli atti dell'inchiesta emerge che da dicembre 2002 a febbraio 2003 l'impianto "Rfg srl" (uno di quelli sequestrati, ndr) ha 'giratò in una cava del casertano circa 6mila tonnellate di rifiuti urbani provenienti dal consorzio "Milano Pulita".&lt;br /&gt;Lo racconta Elio Roma (il gestore della Rfg, indagato nell'inchiesta, ndr): "ricordo che nel dicembre 2002 Cardiello (un intermediario, ndr) mi propose di ricevere il materiale dal consorzio Milano Pulita. Fu per questo che effettuammo alcuni viaggi e scaricammo nel mio impianto. Poichè non mi convinceva l'odore del materiale dissi a Cardiello di bloccare i conferimenti ma lui mi pregò di ricevere i materiali dicendo che 'aveva degli impegni da rispettarè. Io gli dissi chiaramente che non potevo perchè il materiale puzzava e la gente del paese si sarebbe ribellata".&lt;br /&gt;Ma anche le cave di Pianura, dove a gennaio scoppiò la rivolta, hanno un legame con il Nord.&lt;br /&gt; L'inchiesta è affidata al pm Stefania Buda che dal racconto di alcuni testimoni ha scoperto che almeno dal 1987 al 1994 nella discarica sono finite centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti ospedalieri, fanghi speciali, polveri di amianto, residui di verniciatura, alimenti avariati o scaduti provenienti, tra l'altro da aziende presenti in alcuni comuni del torinese (Chivasso, Robossomero, Orbassano), del milanese (San Giuliano Milanese, Opera, Cuzzago di Premosello, Riva di Parabbiago, del pavese (Parona) e del bolognese (Pianoro). E sempre a Pianura sarebbero i rifiuti dell'Acna di Cengio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RE MIDA L'inchiesta "Re Mida" ha accertato che dal novembre 2002 al maggio 2003 sarebbero arrivati in Campania dal centro nord 40mila tonnellate di rifiuti, tra cui oli minerali derivati dalla lavorazione di idrocarburi, Pcb (pliclorofenili), fanghi industriali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ADELPHI L'operazione "Adhelphi" nel '93 portò invece alla luce gli intrecci tra camorra e politica anche per quanto riguarda il controllo delle discariche: furono emesse 116 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esponenti della malavita, amministratori e imprenditori. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I PENTITI Anche i pentiti hanno detto la loro sulla provenienza dei rifiuti. E non si tratta di pentiti qualunque: nell'inchiesta 'Spartacus', Carmine Schiavone, il cugino di Francesco "Sandokan" Schiavone, mise a verbale: "la camorra ha riempito gli scavi realizzati per la costruzione della superstrada Nola-Villa Literno sostituendo il terriccio con tonnellate di rifiuti trasportati da tutta Italia".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;fonte:http://www.laprovinciadivarese.it/stories/Attualit%C3%A0/12502/&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-6560675222176638834?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/6560675222176638834/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=6560675222176638834&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6560675222176638834'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6560675222176638834'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/12/cos-il-nord-inquina-il-sud-la-mappa-dei.html' title='Così il Nord inquina il Sud La mappa dei traffici illegali'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-6437464516668383469</id><published>2008-12-05T15:03:00.000-08:00</published><updated>2008-12-05T15:04:11.251-08:00</updated><title type='text'>Unioncamere: Italia a due velocita', il divario Nord-Sud aumenta</title><content type='html'>Si allarga la forbice tra Nord e Sud: nel 2007, la media nazionale del Pil tra le due zone del Paese ha mostrato una differenza di 713 euro a testa. Se per ogni italiano il Pil pro capite è di 25.921 euro, quello del Centro-Nord è stato di 30.505 euro, quasi il doppio dei 17.433 euro del Mezzogiorno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo le stime di Unioncamere, rese note in occasione dell'Assemblea, rispetto al 2006, nelle regioni più sviluppate del Paese l'incremento della ricchezza prodotta per abitante è stato di 1.143 euro, nel Mezzogiorno di 430. Ovvero, la forbice della ricchezza prodotta tra Centro-Nord e Sud si è allargata in un anno di ulteriori 713 euro a testa. Tra la prima e ultima provincia italiana, il divario continua a crescere anche quest'anno: la ricchezza prodotta nel 2007 attribuibile a un crotonese (14.548) e' pari al 36,9% di quella prodotta da un milanese (39.442 euro). Il gap nel 2006 era del 37,6%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le prime 65 posizioni della classifica nazionale, secondo la ricerca realizzata da Unioncamere e Istituto Tagliacarne, sono occupate tutte da province del Centro-Nord. Alle spalle di Milano, le province ad alto livello di ricchezza prodotta sono Bologna, Bolzano, Aosta e Modena. Quindi Roma, che mantiene un saldo sesto posto, seguita da Firenze. Al capo opposto, Crotone, preceduta da Enna, Agrigento, Foggia e Lecce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Unioncamere evidenzia che nella graduatoria del Pil provinciale totale Cremona si impone come la provincia che fa segnare, rispetto al 2006, la performance più significativa (+7,0%) in una classifica che vede solamente aree del Centro-Nord fra le tredici province più dinamiche. Il Lazio ottiene un ottimo risultato che non è da ascrivere solamente a Roma (seconda in classifica per dinamiche di crescita con un +6,9%), ma anche a Frosinone (terza con il 6,8%) e Rieti (ottava con un +6%). Per il Veneto da segnalare Verona (quarta, +6,8%), Padova (nona, +6%) e Belluno (undicesima, +5,7%). Anche la Lombardia ha una significativa presenza nella top ten delle variazioni del prodotto interno lordo totale, con ben quattro province (Cremona, prima, e Bergamo, Brescia e Sondrio rispettivamente quinta, settima e decima in termini di dinamica) alle quali si aggiungono Pavia e Lodi (dodicesima e tredicesima). Non brillanti risultano invece, in un confronto su base annua, le dinamiche delle province liguri, che si collocano tutte a partire dalla settantacinquesima posizione di Imperia con Savona, La Spezia e Genova posizionate dal 98esimo al 100esimo posto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il Mezzogiorno, Taranto è la provincia con la maggior crescita (+5,5%,) seguita da Sassari (+5,1%) e Cagliari (+4,8%). Agli ultimi due posti della graduatoria nazionale in termini di crescita si collocano Caltanissetta ed Enna (quest'ultima presenta addirittura una minima recessione in termini monetari).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fra le migliori performance, quelle di Sondrio e Pisa (dieci le posizioni recuperate). Il capo opposto della graduatoria è occupato da Lecco e Alessandria, scese entrambe di undici posti, Nuoro (meno dieci posizioni) e Trento (meno nove). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;fonte:http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=76696&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-6437464516668383469?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/6437464516668383469/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=6437464516668383469&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6437464516668383469'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6437464516668383469'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/12/unioncamere-italia-due-velocita-il.html' title='Unioncamere: Italia a due velocita&apos;, il divario Nord-Sud aumenta'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-1415487512588658624</id><published>2008-12-05T14:53:00.000-08:00</published><updated>2008-12-05T15:02:26.351-08:00</updated><title type='text'>IL SUD DOPO L'UNITA' D'ITALIA -UNA STORIA CHE NON FU.</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/STmy_Oq16WI/AAAAAAAAAJY/sbVxn49wLOQ/s1600-h/risorgimento2.jpg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 270px;" src="http://1.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/STmy_Oq16WI/AAAAAAAAAJY/sbVxn49wLOQ/s320/risorgimento2.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5276445237780539746" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;La politica economico-sociale nel meridione del nuovo stato italiano dopo&lt;br /&gt;la conquista dei territori borbonici. Fu colonialista il regno venuto dal nord?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;    di STEFANIA MAFFEO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Una storia che non fu. Un'espressione adatta a definire la storia negata del Sud Italia. Si può affermare che i governi "nordisti" hanno praticato il "colonialismo in casa?" Noi vogliamo andare oltre, scoprire quanto questa politica ha ritardato lo sviluppo del Meridione, il senso più nascosto di questo tema che gli studiosi ed i politici italiani scoprono e denunciano, e poi, subito dopo, dimenticano, rilanciano, per poi tornare a dimenticare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    L'economia del Sud è stata sempre una forma di pura sopravvivenza, è stata tagliata fuori dai ritmi e dai livelli del mercato comune nazionale ed europeo. È sempre stata convinzione comune che il problema del Sud fosse un problema locale e settoriale, una questione straordinaria e territorialmente circoscritta, come se il Mezzogiorno fosse una riserva indiana. In realtà è un problema centrale di indirizzo, di orientamento politico ed economico fondamentale dello Stato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Al fine di chiarire i punti citati è necessario un excursus storico della situazione socio - economico - industriale negli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie per poi affrontare il tema delle varie politiche economico - sociali dello Stato italiano nel Meridione dopo l'unificazione. I problemi del Mezzogiorno erano quelli della ristrettezza economica, della staticità delle strutture burocratiche e ministeriali, del protezionismo e del fiscalismo, che non agevolarono certo la formazione di vasti ceti imprenditoriali moderni, come anche non permisero di assimilare e tradurre in atto i progetti dei riformatori: caratteristiche che assunsero forme ancora più gravi ed acute quando il confronto si fece con le aree del Nord e con le leggi dello Stato post - unitario.&lt;br /&gt;    A questo punto il problema dei problemi divenne politico, perché investiva la responsabilità dell'intera classe politica nazionale, i suoi governi ed il Parlamento. Il Sud borbonico era un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il più avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento di industrie, le quali erano sufficientemente grandi e diffuse. Il sistema economico del Regno delle Due Sicilie era basato, analogamente a quello degli altri Stati italiani, sul settore primario. Il settore agricolo era infatti la fonte più importante e in talune zone l'unica fonte di lavoro e di ricchezza. Il sistema produttivo del Regno delle Due Sicilie era costituito precedentemente da imprese di medie e piccole dimensioni; tra queste svettava per il numero di occupati quella delle costruzioni, seguita da quella tessile e da quella alimentare.&lt;br /&gt;    L'industria siderurgica e metallurgica era il settore più prestigioso e tali imprese erano specializzate nella fornitura di materiali ferroviari all'esercito ed alla marina militare e mercantile. L'industria tessile si suddivideva tra il comparto della seta, del cotone e della lana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Il sistema tributario, elaborato e supervisionato da Luigi de' Medici, era poggiato principalmente sul connubio tra Imposte Dirette e Imposte Indirette sui consumi; queste ultime fondate quasi esclusivamente sui Dazi. Minore importanza avevano le imposte indirette sui trasferimenti di ricchezza, quali l'imposta di registro e di bollo.&lt;br /&gt;    Negli ultimi anni pre-unitari si andò accentuando la tendenza del governo borbonico a favorire la capitale e le zone vicino a scapito del resto del Regno, quasi i due terzi delle spese statali, provinciali e comunali per le opere pubbliche venivano assorbite da Napoli e dalla provincia di Terra di Lavoro. Vi era una sola banca, il Banco delle Due Sicilie per i domini al di qua del Faro, con una sola succursale a Bari.&lt;br /&gt;    In Campania si concentrarono le linee ferroviarie costruite prima del 1848 (Napoli-Torre Annunziata-Castellamare e Napoli-Caserta-Capua), mentre altre erano in costruzione: la Torre Annunziata-Salerno e la Capua-Ceprano; da non dimenticare che la prima linea ferroviaria è datata 1839 ed è la Napoli-Portici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    L'ultimo decennio borbonico si svolge in una capitale assonnata, priva dei suoi figli migliori, dominata dalla polizia regia, non più amata dal sovrano i cui fratelli, compreso il liberaleggiante Leopoldo, non danno esempi di buona vita, imperanti i rancori, i sospetti, le denunzie. Ma le province sono meno inerti e si preparano in gran segreto, i grandi esuli collaborano al piano unitario che Cavour va pazientemente intessendo; altri diffondono il verbo mazziniano.&lt;br /&gt;    Nel 1859 muore Ferdinando II e gli succede Francesco II; la favolosa impresa dei Mille conclude il suo iter il 7 settembre 1860, quando Garibaldi entra trionfalmente a Napoli senza colpo ferire, proclamando l'annessione della città al regno sabaudo ed il prossimo plebiscito d'approvazione (1).&lt;br /&gt;    Dopo un'accanita resistenza di mesi, l'ultimo Borbone si arrende e, nel 1861, lascia per sempre il suo regno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Il 1860 rappresenta per il Mezzogiorno d'Italia uno spartiacque storico. Il vecchio mondo borbonico, con le sue tradizioni e consuetudini, lascia il passo a nuovi uomini e nuove culture. Al di là dell'inevitabile retorica, il passaggio è traumatico. Sulle rovine dell'antico regime si impone uno Stato unitario e centralista, relativamente moderno, ma culturalmente distante dalla realtà del Sud Italia.&lt;br /&gt;    Nel 1860 la società meridionale viene incorporata in un sistema più ampio, nel quale erano presenti i germi di uno sviluppo capitalistico e di una trasformazione della monarchia amministrativa in un regime liberale - cioè i germi di un "altro" modello di sviluppo - e ciò determina la subordinazione economica e politica del Sud nei confronti delle altre parti d'Italia, anche a causa della &lt;&lt;sistematica&gt;&gt; denunciata dal giurista Pasquale Stanislao Mancini (1817/1888), che aveva prodotto &lt;&lt;una&gt;&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Duro il trapasso, duro l'inizio del nuovo regime. Già è difficile assuefarsi di colpo alla libertà, già è difficile osservare i doveri che essa comporta, ma per il Meridione la cosa era più grave, in quanto le libere istituzioni venivano ad applicarsi in un'area e ad un popolo da secoli abituati ad un'amministrazione paternalistica ed autoritaria insieme, al timore ed all'inosservanza delle leggi e dei regolamenti.&lt;br /&gt;    Intanto le prime elezioni del 1861 videro il trionfo della linea cavouriana ed il progressivo allontanamento dai luoghi decisionali della sinistra costituzionale: si aprì così per il Meridione un periodo di profondi travagli. Sicuramente la rivoluzione industriale nacque in Italia con forti ritardi e condizionamenti. L'economia italiana, infatti, al compimento dell'unità nazionale, era basata su attività agricole di tipo tradizionale. La mancanza di unità politica, la carenza di materie prime, di grandi capitali disponibili per gli investimenti necessari e di adeguate infrastrutture ( rete stradale e ferroviaria, sistema dei trasporti, ecc…) avevano ostacolato il formarsi di un apparato industriale moderno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    L'inizio dello sviluppo industriale italiano toccò solo alcune zone e non conobbe una diffusione uniforme; avvenne soprattutto nei settori tessile ed alimentare, che richiedevano tecnologie non molto avanzate, una forte utilizzazione della forza - lavoro e la possibilità di sfruttare forme di energia naturale come quella idrica. Solo in seguito si svilupperanno altri settori, come quello metallurgico, meccanico e chimico, in seguito alla svolta impressa dall'utilizzo dell'elettricità nel progresso dell'industria. La sua introduzione fu un fattore che rese competitive le nostre fabbriche con quelle degli altri paesi europei. Non possiamo, però, dimenticare che il processo industriale al Nord fu favorito dal sistema delle comunicazioni, che avvicinò ulteriormente il Piemonte, la Lombardia ed il Veneto ai mercati di sbocco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Già negli anni Ottanta del XIX secolo l'intera valle del Po costituiva il polmone dell'industria manifatturiera nazionale e, attorno agli anni Novanta, in Italia del Nord la grande industria meccanica aveva fatto salti da gigante.&lt;br /&gt;    Questo balzo in avanti non si spiega ancora senza tenere conto di un altro importante fattore, quello politico, che è rappresentato, nel periodo crispino, dalle finalità dello Stato nazionale, impegnato a conseguire un livello di grande potenza, finalità che non sarebbe stata possibile conseguire senza l'introduzione di una siderurgia pubblica, senza l'incremento delle spese militari e la costruzione di fabbriche d'armi, senza il potenziamento delle infrastrutture, senza il rafforzamento della finanza attraverso la fondazione della Banca Commerciale e del Credito Italiano, per iniziativa delle grandi banche tedesche. Necessariamente anche la composizione del capitale cambiò: quello fisso (le macchine) assunse un peso più decisivo nei nuovi settori della produzione industriale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    In breve, all'origine del grande balzo economico del Nord è un complesso di fattori che non sono solo riferibili alle condizioni economiche locali, più o meno favorevoli, ma anche a certe scelte politiche fondamentali, che indubbiamente avvantaggiarono le aree potenzialmente più promettenti e socialmente avanzate, che erano quelle settentrionali del famoso triangolo industriale (Milano - Torino - Genova).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Potremmo sintetizzare in questi termini l'arretratezza del Mezzogiorno rispetto all'economia lombarda e piemontese: agricoltura latifondista e piccola proprietà contadina frammentata, commercio agricolo molto scarso e, peraltro, nelle mani di grossi mercanti, che speculavano soprattutto sul grano. Solo alcune zone producevano per il mercato, perlopiù quelle che avevano sbocco al mare. Le zone più interne, sprovviste di un efficiente sistema viario, erano appena in grado di produrre per i propri consumi. Se si confronta il Mezzogiorno con la situazione del Nord, ci si può rendere conto di come, nel caso di quest'ultima, la vicinanza dei mercati centroeuropei abbia facilitato il più rapido progresso dei commerci e l'accumulazione della ricchezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Sicuramente va anche considerata la politica dei governi borbonici (costantemente in apprensione per lo spettro delle carestie e delle ribellioni del popolo), che si era sempre preoccupata di mantenere basso il prezzo del grano e dei generi alimentari, non favorendo l'esportazione.&lt;br /&gt;    Il settore rispetto al quale i governi "unitari" succedutisi dopo l'eliminazione del Regno delle Due Sicilie hanno fatto sentire maggiormente i loro effetti negativi è proprio quello industriale, abbastanza discreto a livello produttivo prima dell'Unificazione.&lt;br /&gt;    Nella politica economica successiva alla conquista del 1860 manca una strategia capace di rendere più moderni i modi di produzione e di allargare i mercati dei settori artigianali e domestici. Mancano anche interventi finalizzati al mantenimento di quelle condizioni che avevano favorito la localizzazione dei settori dell'industria moderna nel Meridione. I motivi veri dell'enorme divario tra Nord e Sud sono da ricercare in diversi fattori che vanno oltre le affermazioni di Benedetto Croce che ne attribuisce le cause alle strutture istituzionali ed organizzative; oppure di Antonio Gramsci che, comunque, concorda col Croce sulla diversità organizzativa delle città e dei centri urbani nel Nord ed il sistema feudale del Sud. Effettivamente l'Italia unita segnò, in altri termini, il trionfo di una proprietà di "parvenus" emersi in seguito alla lenta erosione giuridica ed al ridimensionamento economico dell'eredità feudale del Medio Evo perseguiti ininterrottamente nelle Due Sicilie dal 1734 in poi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Si trattava di piccoli borghesi avidi e senza tradizioni cui i governi francesi di occupazione spalancarono le porte nel 1806, con il pretesto delle leggi eversive della feudalità, e che costituirono la quinta colonna su cui poterono fare affidamento i registi che, da Torino, telecomandarono prima la spedizione dei Mille e poi l'invasione piemontese. L'unico scopo di questa classe fu quello di sottrarre la maggiore quantità di prodotti a contadini sempre più declassati ed impoveriti. È stato affermato, non a torto, che questa borghesia rapace ed opportunista, spina nel fianco dei governi borbonici e trionfatrice dopo l'annessione, non gestì la terra, ma organizzò il saccheggio sistematico delle risorse naturali del Sud, impadronendosi delle terre di uso comune. Lo fece attraverso l'oppressione sistematica dei contadini ormai disarticolati e costretti a lavorare di zappa frammenti di terra diversi ogni anno, senza alcuna possibilità di organizzare la propria attività produttiva. Altre cause di differenziazione vanno ricercate nella morfologia del suolo e del clima, secco, arido e privo di minerali per il Sud; la distanza dai mercati europei, nonché dai luoghi che avevano iniziato la rivoluzione industriale. Queste differenze non fecero altro che accelerare l'evoluzione del Settentrione, a fronte di un forte ritardo del Meridione; si verificò quello che alcuni chiamarono effetto cumulativo del processo di crescita e che portò ad uno sviluppo del tipo "Gesellschaft" ( evoluzione rapporti sociali e propensione al mutamento) al Nord e "Gemeinschaft" ( organizzazione familiare dominata da costumi e tradizioni) al Sud (2). Se poi a questo si aggiunge la politica di governo, nel decennio 1878/1887, con l'aumento tariffario che, aumentando i dazi su grano e beni industriali, significò per il Sud la chiusura dei mercati esteri (Francia in particolare), allora ecco che si spiega il fallimento del Meridione. Al Sud non si era verificato alcun processo di sviluppo agrario, anche grazie agli accordi intercorsi tra Cavour e la borghesia terriera meridionale.&lt;br /&gt;    Sta di fatto che, dopo il 1861, dopo l'unione forzata in un "grande Stato", di fronte alla spoliazione economica cinicamente progettata dai gruppi di potere che sponsorizzavano il nuovo governo "unitario" di Torino, alle masse popolari del Sud non restò altro che la strada della resistenza armata che gli storici del nuovo regime chiamarono "brigantaggio". Si trattò, in realtà, di una feroce guerra civile durata quasi un quindicennio, che provocò migliaia di morti e decine di migliaia di carcerazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Nel 1861 Diomede Pantaleone scrisse a Minghetti: &lt;&lt;&gt;&gt;. Quando questa eroica resistenza fu piegata in un mare di sangue e di inaudite sofferenze, alla sconfitta militare e politica i diseredati meridionali, privati violentemente delle non infondate speranze di sviluppo costruite pazientemente per decenni dai governi delle Due Sicilie, risposero con l'emigrazione di massa, che dette il colpo fondamentale anche per la conseguente crescita di una massa inattiva che viveva sulle rimesse e sui pochissimi lavoratori rimasti. Tutto questo portò all'enunciazione dell'economista classico-liberal americano G. Hildebrand: &lt;&lt; …in mancanza di un drastico intervento dello Stato, il Mezzogiorno era condannato fin dall'inizio; incapace com'era di difendersi, poteva solo tentare di diminuire in qualche modo l'enorme divario che lo separava dal Nord più fortunato&gt;&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Riassumendo, dopo l'Unità d'Italia, la divaricazione fra Nord e Sud era data essenzialmente dalla diversità dei quadri sociali ed economici che, mentre nel Settentrione avevano assunto già una configurazione di tipo capitalistico, nel Meridione si erano fermati ad uno stadio precapitalistico di tipo feudale caratterizzato da una tendenza conservatrice e di gretto immobilismo negli alti gradi della borghesia. Il ceto medio meridionale, inoltre, a differenza di quello settentrionale, era subordinato all'aristocrazia nobiliare e, quindi, incapace di poter assurgere al rango di nucleo propulsore dello sviluppo e dell'indispensabile processo di rinnovamento.&lt;br /&gt;    La politica adottata dalla classe dirigente post-unitaria non solo ignorò, di fatto, il problema del divario sorto con l'unificazione, ma lo accentuò mettendo in crisi l'iniziativa industriale del Sud già esistente, come nel caso dell'unificazione dei sistemi finanziari e del nuovo sistema tributario.&lt;br /&gt;    Nel prelievo fiscale, infatti, nella seconda metà dello '800 si realizza una forte sperequazione Nord e Sud, soprattutto per quel che riguarda la spesa pubblica. Nello stesso periodo, inoltre, si realizzava il trasferimento verso il Nord di notevoli mezzi finanziari dal Meridione per sanare il deficit pubblico del Piemonte, rilevante a causa delle guerre sostenute e dal continuo potenziamento dell'esercito.&lt;br /&gt;    Per il Sud, così, si veniva a creare una situazione di sudditanza finanziaria che, oltre a mortificare gli slanci imprenditoriali, ne impediva lo sviluppo. Le industrie esistenti nel Regno delle Due Sicilie, in modo particolare quelle napoletane e salernitane, operanti nel campo meccanico, siderurgico e della lavorazione di lino e canapa, denotavano una certa vitalità e prosperità, anche se la loro attività era protetta dalle tariffe doganali borboniche e da una forte domanda dello Stato stesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Il più moderno nucleo industriale del settore tessile era ubicato in Campania, avente come base la direttrice geografica Napoli - Salerno. In quest'area, quasi tutta nelle mani di imprenditori svizzeri, la filatura meccanica era tecnologicamente avanzatissima. Il ramo metalmeccanico costituiva l'altro punto di forza dell'industria meridionale post-unitaria, anche se era totalmente affidata alla gestione pubblica o esercitata da abili imprenditori e tecnici inglesi, come Thomas Richard Guppy e John Pattison. Va detto, tuttavia, che la lavorazione dei metalli era più o meno praticata in tutto il Mezzogiorno, dove esistevano nuclei di piccole officine e ferriere, addette, per lo più, alla produzione di meccanica varia e di utensili correnti. Non trascurabile la lavorazione del vetro e del cristallo, nonché la produzione di carta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    Con il passare degli anni, in particolare, nel penultimo decennio del secolo, la situazione divenne disastrosa.&lt;br /&gt;    Crollarono diversi istituti di credito e l'industria si trovò in grandi difficoltà. La grande industria metalmeccanica soffriva di crisi produttive crescenti con l'affievolirsi della politica espansionistica di Crispi; i nuclei di industria tessile e della carta non avevano esteso i propri traffici, occupando un numero di addetti non superiore a quello del periodo borbonico. Anche per quel che riguarda le società per azioni, il divario fra Nord e Sud si allargava sempre di più. Nel 1865 l'87,1% del capitale delle società per azioni era concentrato nel Nord - Ovest, il 2,2% nel Nord - Est, il 6,5% nel Centro ed il 4,2% nel Sud.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;        * Credo non ci sia conclusione migliore che riportare il pensiero di uno storico del "nostro Mezzogiorno", come amava definirsi, di uno storico della crisi del Meridione, questa crisi di oggi e di ieri, che viene comunemente definita "questione meridionale", Gabriele De Rosa: &lt;&lt;&gt;&gt;.&lt;br /&gt;          De Rosa immaginava il corso di un'altra storia per il Sud, una storia che non fu: &lt;&lt;il&gt;&gt;&gt;. Ma questa storia ideale e sognata non fu e, in luogo di essa, invece, fu &lt;&lt; una storia irreale e violenta, dettata ed imposta dalle leggi del mercato più forte, dalle leggi del protezionismo di ferro, usuraio e sfruttatore, applicato con la prassi del più sconcio trasformismo clientelare, a servizio di uno sviluppo capitalistico pressoché uniforme al Nord, a singhiozzo alle isole ed al Sud (3).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;STEFANIA MAFFEO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NOTE&lt;br /&gt;1 - Il plebiscito sarà effettuato il 21 ottobre 1861, cui seguì l'entrata di Vittorio Emanuele il 7 novembre.&lt;br /&gt;2 - La notizia è stata attinta da un sito: www.lastoriadinapoli.it.&lt;br /&gt;3 - I brani di De Rosa sono tratti da un saggio di Bruno Gatta pubblicato sulla rivista bimestrale promossa dall'Assessorato per il Turismo della Regione Campania, a cura degli Enti Provinciali per il Turismo di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno, "Civiltà della Campania", N°.1, dicembre 1974, in occasione del conferimento del "Premio Padula", assegnato all'antologia storica dei meridionalisti di due secoli, pubblicata dall'editore napoletano Guida e curata da Gabriele De Rosa ed Antonio Cestaro, dal titolo "Territorio e società nella storia del Mezzogiorno".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;fonte:http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/garibal5.htm&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-1415487512588658624?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/1415487512588658624/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=1415487512588658624&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1415487512588658624'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1415487512588658624'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/12/il-sud-dopo-lunita-ditalia-una-storia.html' title='IL SUD DOPO L&apos;UNITA&apos; D&apos;ITALIA -UNA STORIA CHE NON FU.'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/STmy_Oq16WI/AAAAAAAAAJY/sbVxn49wLOQ/s72-c/risorgimento2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-5481669695421712401</id><published>2008-10-10T01:44:00.000-07:00</published><updated>2008-10-10T01:51:07.728-07:00</updated><title type='text'>emanuele filiberto a San Luca e Bovalino</title><content type='html'>&lt;span&gt;Il "principino" Emanuele Filiberto a San Luca parla dei "valori" della Costituzione. 260 milioni di euro che ha chiesto al Governo per l'esilio e dimentica l'arresto del vice-presidente della sua fondazione e sopratutto dimentica chi ha messo il sud a ferro e fuco per decenni: i suoi antenati&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5255444087047530626" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/SO8WjXllKII/AAAAAAAAAJI/KpRIGLzm5e4/s320/filiberto_gds_cri_sanluca.jpg" border="0" /&gt;&lt;span&gt;Quel gran bravo ragazzio di Emanuele Filiberto di Savoia ha&lt;br /&gt;concluso la sua due giorni in provincia di Reggio Calabria. Venerdì 3 a Bovalino per il ventennale della fondazione del Gruppo Volontari del Soccorso e la mattina di sabato a San Luca per la presentazione de “Il Grande Libro della Costituzione Italiana”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Tutti entusiasti per la visita del rampollo della ex Famiglia Reale della quale ricordiamo la vigliaccherìa, prima, e la codardia, dopo, nella gestione dell’ascesa (e crollo) di Mussolini al potere.&lt;br /&gt;Certo, colpe non sue. Come non sono sue le colpe per le “allegre” frequentazioni del padre, il “Re” (delle marchette), a Campione d’Italia.&lt;br /&gt;Tutti a dirgli quanto è bravo, quanto è bello, quanto è composto, quando è umile.&lt;br /&gt;Dettagli essenziali che non sfuggono ai cronisti locali:&lt;br /&gt;(…)La cerimonia svoltasi venerdì sera è stata veloce ed informale, con il principe che, a suo agio, si aggirava tra gli ospiti. E’ stata proprio l’umiltà e disponibilità, dimostrata dal Savoia insieme al suo senso di adattamento, l’argomento di discussione tra i presenti.&lt;br /&gt;Il rampollo infatti al momento del buffet si è rispettosamente messo in fila per servirsi da solo, cosi come ogni altro invitato.(…)&lt;br /&gt;CalabriaOra - Annalisa Costanzo&lt;br /&gt;Proprio per ricordare i vecchi tempi i bambini di San Luca gli hanno anche dato del “Voi”:&lt;br /&gt;«La vostra illustre presenza, il fatto che venite da lontano per darci testimonianza della vostra amicizia e solidarietà è un fatto importante che da forza alla nostra speranza » dice Angela una bambina di San Luca.&lt;br /&gt;«Dovete sapere che potete sempre contare su di me – risponde Emanuele Filiberto - come un vostro fratello maggiore».&lt;br /&gt;Il vice-sindaco, Francesco Giampaolo, gli ha confessato di essere contento della sua visista ma che “a San Luca servono strutture sportive per i nostri ragazzi”.&lt;br /&gt;Lui si è detto «felice di incontrare i giovani di San Luca per fargli capire che non sono soli. Io non ho le chiavi dello stato, ma faremo delle cose insieme».&lt;br /&gt;Cosa? E’ forse troppo presto per saperlo.&lt;br /&gt;Continuando a leggere CalabriaOra ci accorgiamo che qualcuno si insospettisce della sua affabilità. Si sà, le “fimmine” di San Luca non sono tipini che si fanno prendere per i fondelli. No no no.&lt;br /&gt;«Una persona umile» dichiara una ragazza dopo essersi fatta la foto con il reale.&lt;br /&gt;A lei fa eco una donna più anziana: «Mi ha fatto una buona impressione, non me l’aspettavo così disponibile, ma sarà vero? O lo fa per attirare consensi per un’eventuale candidatura politica?».&lt;br /&gt;A questo punto non si può non ricordare che - dopo avere promesso (e poi smentito, fa spesso così) - che non si sarebbe interessato di politica, rispettando appunto le motivazioni alla base del suo divieto di rientro in Italia, alle scorse politiche si è candidato in una delle circoscrizioni estere alla Camera dei Deputati.&lt;br /&gt;Ha raccolto, nella circoscrizione “Europa”, lo 0,4% (zero virgola quattro!) dei consensi.&lt;br /&gt;Si era presentato con la lista “Valori e Futuro con Emanuele Filibero” che prendeva il nome appunto dalla &lt;a href="http://www.valoriefuturo.it/" target="_blank"&gt;fondazione di cui è presidente&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;E della quale fondazione, con il ruolo di vice-presidente, faceva parte Mariano Turrisi.&lt;br /&gt;Uno che negli Stati Uniti,&lt;a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/2007/10/emanuele-filiberto-gatti.shtml?uuid=c73cb202-81fb-11dc-b178-00000e25108c&amp;amp;DocRulesView=Libero" target="_blank"&gt; scrive il Sole 24 Ore&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;è stato oggetto di diverse indagini dall’anno 1984, per riciclaggio, traffico di droga, richieste estorsive di ampliamento dei crediti, uso di documenti e valuta contraffatti, di assegni scoperti e truffe, ma sempre senza o quasi alcun risultato… (In Italia) risulta avere pregiudizi per reati contro il patrimonio (1994) ed essere stato condannato per reati contro la famiglia (1987). Da archivi dell’Fbi… risulta essere stato tratto in arresto più volte negli Usa.&lt;br /&gt;Il 22 ottobre del 2007 viene arrestato con l’accusa di fare parte di una associazione mafiosa legata al clan italo-canadese dei Rizzuto che con una società (Made in Italy group), con sede a pochi passi da Palazzo Chigi, avrebbe riciclato enormi somme di denaro.&lt;br /&gt;Valori e futuro, insomma.&lt;br /&gt;Ne ha parlato, il Principe. Eccome.&lt;br /&gt;«Oggi è l’occasione per sottolineare che in un territorio difficile come l’Aspromonte, con problematiche complesse di ardua soluzione, è necessario rafforzare i valori fondanti del popolo italiano che sono imprescindibili nella crescita di tutti voi ragazzi.»&lt;br /&gt;Siete voi gli autori del vostro futuro e del futuro dei vostri figli e non potete mai dimenticare parole centrali nell’essere umano come quelle su cui si fonda la nostra Costituzione e il nostro popolo italiano: il rispetto, la famiglia, l’amore per il prossimo, la solidarietà, l’onestà e il lavoro».&lt;br /&gt;Gazzetta del Sud - Antonio Strangio&lt;br /&gt;Ed Emanuele Filiberto di Savoia, della Costituzione, conosce bene appunto i “valori”.&lt;br /&gt;E lui, infatti, dopo avere ottenuto l’ingresso nel territorio italiano nel 2002 con una legge costituzionale che ha modificato gli effetti della XII disposizione transitoria, ad avere chiesto un anno fa al Governo Italiano la somma di 260 milioni di euro a titolo di risarcimento dei danni morali subiti a causa dell’esilio e la restituzione dei beni confiscati a Casa Savoia.&lt;br /&gt;Peccato che, invece che additarlo a modello per i bambini sanluchesi, nessuno gli abbia ricordato alcune cosette.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;antonino monteleone da &lt;a href="http://oknotizie.alice.it/"&gt;http://oknotizie.alice.it/&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-5481669695421712401?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/5481669695421712401/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=5481669695421712401&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5481669695421712401'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5481669695421712401'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/10/emanuele-filiberto-san-luca-e-bovalino.html' title='emanuele filiberto a San Luca e Bovalino'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/__wH2WhVF66M/SO8WjXllKII/AAAAAAAAAJI/KpRIGLzm5e4/s72-c/filiberto_gds_cri_sanluca.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-7319181778796889593</id><published>2008-08-05T13:09:00.000-07:00</published><updated>2008-08-05T13:12:47.498-07:00</updated><title type='text'>Il busto di Ferdinando II di Borbone nel palazzo municipale di Locri</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/SJi0JougAbI/AAAAAAAAAI8/mhmQeqhlRtA/s1600-h/busto_ferdinandoII.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/SJi0JougAbI/AAAAAAAAAI8/mhmQeqhlRtA/s320/busto_ferdinandoII.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5231129044835107250" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:+1;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Locri e Gerace unite nella "riscoperta e nel recupero della propria    memoria storica nonché delle tradizioni storiche-culturali-economiche    della propria terra". Questo il senso della cerimonia di presentazione    del Busto di Ferdinando II° di Borbone, (busto in ghisa realizzato nel 1854    nelle Reali fonderie di Mongiana e ritrovato nel marzo del 2003 a Locri dalle    maestranze dell'impresa Varacalli durante i lavori di ristrutturazione dello    storico Palazzo della città), sottolineato dagli interventi dei sindaci    di Locri e Gerace, rispettivamente Carmine Barbaro e Salvatore Galluzzo. All'appuntamento,    organizzato dalla città di Locri con l'adesione di quella di Gerace e    col patrocinio della Regione e del Sacro Ordine Militare Costantiniano di San    Giorgio e la partecipazione dell'associazione culturale "Due Sicilie"    e del Circolo di Studi storici "Le Calabrie", tenutosi giovedì    sera nei giardini di Palazzo Capogreco, c'erano anche i parlamentari Bova, Meduri    e Crinò, numerosi sindaci della Locride, personalità del mondo    della cultura. Ad illustrare le grandi doti di statista di Ferdinando II°,    Nicola Zitara, presidente della "Due Sicilie", Filippo Racco, presidente    de "Le Calabrie", la cattedratica dell'Università "Federico    II°" di Napoli, Mariolina Spadaro, l'ispettore archivistico onorario    Vincenzo Cataldo, l'architetto della Scuola di Alta formazione in Architettura    e Archeologia dell'Università di Reggio, Vincenzo De Nittis, e l'ispettore    onorario delle Belle Arti, Maria Carmela Monteleone. "A 150 anni dalla    fine del regno delle Due Sicilie - dice Zitara - il Re Burlone (anche cos' è    stato definito Ferdinando II°), decide di uscire dalla sepoltura e rifarsi    vivo (il busto sarà collocato nel salone dello storico Palazzo municipale    in via di rifacimento), nel suo ex regno quasi a voler ammonire tutti a fare    tesoro del passato, a riscoprire le nostre tradizioni e l'orgoglio di gente    positiva, laboriosa, tenace, che ha fatto grande la storia di queste contrade    e che può indicare alle generazioni future la via del riscatto, della    civiltà, del progresso"&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:85%;" &gt;&lt;br /&gt;da "Il Quotidiano della Calabria",    7 agosto 2004&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-7319181778796889593?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/7319181778796889593/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=7319181778796889593&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/7319181778796889593'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/7319181778796889593'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/08/il-busto-di-ferdinando-ii-di-borbone.html' title='Il busto di Ferdinando II di Borbone nel palazzo municipale di Locri'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/SJi0JougAbI/AAAAAAAAAI8/mhmQeqhlRtA/s72-c/busto_ferdinandoII.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-6224443547315375006</id><published>2008-08-01T04:58:00.000-07:00</published><updated>2008-08-01T05:01:46.689-07:00</updated><title type='text'>Capo d’Orlando Messina: il Sindaco “piccona” la targa di Garibaldi</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/SJL7GWgr8WI/AAAAAAAAAI0/71zsKAJ03uE/s1600-h/cap+d%27rl.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/SJL7GWgr8WI/AAAAAAAAAI0/71zsKAJ03uE/s320/cap+d%27rl.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5229518203871031650" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Palermo, 31 lug. - (Adnkronos) - Il sindaco di Capo d'Orlando, in provincia di Messina, vuole riscrivere la storia partendo dalle piazze. Ieri Enzo Sindoni ha preso a picconate la targa di piazza Giuseppe Garibaldi, maledicendo l'eroe risorgimentale come "un feroce assassino al servizio di massoneria e servizi inglesi". Presa a martellate la vecchia targa in memoria dell'eroe in camicia rossa, Sindoni ha rinominato la piazza 'IV luglio'. "Riferimento ermetico - scrive il 'Corriere' - a un evento dimenticato, una battaglia navale del 1299 con seimila morti. Sgusciato da varie peripezie giudiziarie, Sindoni, eletto con lista civica, assessori di diverse estrazioni, si infuria con chi lo accusa di iniziative folkloristiche e non teme le reazioni dei comitati pro-Garibaldi appena nati, fiero di incoraggiamenti autorevoli che arrivano persino dalla Regione".&lt;p&gt;Da Palermo, lo storico italiano Francesco Renda invita tutti "a studiare la storia, anche a rivederla, a riscriverla, non a frantumare targhe" e propone al governatore Raffaele Lombardo di evitare "manifestazioni inutilmente offensive. Capisco che le sue origini - puntualizza Renda - non stanno nel Risorgimento, ma nel separatismo. Bene, studiamolo, ristudiamolo. Improvvisando - chiosa lo storico - c'e' solo presunzione e ignoranza".&lt;/p&gt;&lt;p&gt;''Ma forse a Capo d'Orlando - scrive il 'Corriere della sera - preferiscono agganciarsi a un altro professore di Storia moderna, Daniele Tranchida, cuore a destra, studenti all'universita' di Messina: 'Studiamo da tanti anni e infatti ormai sappiamo che fu strumento almeno inconsapevole di disegni antimeridionali". La piazza della cittadina in provincia di Messina e' stata "strappata a Garibaldi e ridotta a un numero, il 4 luglio - termina il 'Corriere' - che pero', per ironia del destino coincide con la sua data di nascita. Come fosse lo sberleffo di 'don Peppino'".&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-6224443547315375006?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/6224443547315375006/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=6224443547315375006&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6224443547315375006'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6224443547315375006'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/08/capo-dorlando-messina-il-sindaco.html' title='Capo d’Orlando Messina: il Sindaco “piccona” la targa di Garibaldi'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/SJL7GWgr8WI/AAAAAAAAAI0/71zsKAJ03uE/s72-c/cap+d%27rl.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-576787266809980816</id><published>2008-04-30T04:24:00.000-07:00</published><updated>2008-04-30T04:38:38.163-07:00</updated><title type='text'>SUD LA NUOVA EMIGRAZIONE</title><content type='html'>&lt;a href="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBhZJrGy8AI/AAAAAAAAAIs/OhUhiPNAQnM/s1600-h/99e1910295a1a1c4fa039a281a2a8b4c_1721499344.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5195000192896790530" style="FLOAT: right; MARGIN: 0px 0px 10px 10px; CURSOR: hand" alt="" src="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBhZJrGy8AI/AAAAAAAAAIs/OhUhiPNAQnM/s320/99e1910295a1a1c4fa039a281a2a8b4c_1721499344.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;span style="font-size:130%;"&gt;Ogni anno 270 mila persone vanno al Nord Lavorano, ma le famiglie devono aiutarli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;Non c’è stato partito che in campagna elettorale non abbia promesso il rilancio del Mezzogiorno e adesso perfino la Lega, con Roberto Calderoli, dice che «la questione settentrionale non può essere risolta se non si affronta la questione meridionale».&lt;br /&gt;È successo anche che Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno firmato un nuovo documento comune per il Sud. E, ovviamente, non sono mancati gli appelli degli economisti ad affrontare l’annoso problema delle «due Italie». Ma adesso, dopo il voto, chi si ricorderà di tutto questo?&lt;br /&gt;Le persone in carne e ossa, intanto, cercano in prima persona una soluzione. Che spesso è la nuova migrazione da Sud a Nord. Che, ovvio, non è più quella degli anni Cinquanta e Sessanta, dei contadini poveri e ignoranti che con la valigia di cartone si trasferivano nel triangolo industriale per lavorare in fabbrica. Ma che, se è molto diversa qualitativamente, tocca però le stesse vette numeriche di allora. Ogni anno, infatti, si spostano dalle regioni meridionali verso quelle del Centro-Nord circa 270 mila persone: 120 mila in maniera permanente, 150 mila per uno o più mesi, dice l'istituto di ricerca Svimez. Un dato vicino a quello dei primi anni Sessanta, quando a trasferirsi al Nord erano 295 mila persone l’anno.&lt;br /&gt;Una città intera che si spostaParlare di 270 mila uomini e donne che ogni anno vanno da Sud a Nord per lavorare o per studiare significa immaginare una città come Caltanissetta che si sposta tutta intera per trovare un futuro. Anche i contorni economici del fenomeno sono profondamente diversi da quelli del dopoguerra. Allora le rimesse degli emigranti generavano un flusso di risorse discendente, dalle regioni settentrionali a quelle del Mezzogiorno: servivano a mantenere le mogli o i genitori anziani rimasti al paese e magari a mandare avanti i lavori per costruire o ampliare la casa.&lt;br /&gt;Oggi, al contrario, i soldi risalgono la Penisola, per sostenere gli studenti meridionali nelle Università del Nord o i lavoratori precari che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, ma che tirano avanti con l’aiuto delle famiglie d’origine (comprese le pensioni dei nonni) con l’obiettivo di raggiungere poi il contratto a tempo indeterminato.&lt;br /&gt;Il trend consolidatoAl ministero dello Sviluppo Economico, il viceministro Sergio D’Antoni ha stimato con i suoi tecnici che si arriva a circa 10 miliardi di euro che per tutti questi motivi (compreso il mancato sviluppo nel Sud) «emigrano» ogni anno dal Mezzogiorno al Nord. Il che non è esattamente il massimo per un Paese che dovrebbe ridurre le distanze tra le due Italie.&lt;br /&gt;Spiega Delio Miotti (Svimez) che da tempo studia la nuova migrazione: «Negli ultimi anni si sta consolidando un trend: più di 120 mila persone all’anno si spostano dal Sud nelle regioni del Centro-Nord cambiando residenza. Sono in gran parte giovani, tra i 20 e i 45 anni, diplomati, ma uno su cinque è laureato. A questi bisogna aggiungere altri 150 mila che si trasferiscono al Nord come pendolari di lungo periodo, cioè per almeno un mese. Sono studenti o lavoratori temporanei che non si possono trasferire stabilmente perché non hanno un reddito sufficiente per mantenersi e per portare la loro famiglia nelle regioni settentrionali, dove la vita è più cara ».&lt;br /&gt;Ma se è così, perché questa emigrazione non fa più notizia? «Perché chi emigra —risponde D’Antoni— non ha problemi d’integrazione con la realtà del Nord: spesso è un giovane che usa Internet e parla inglese come i suoi coetanei settentrionali. Non diventa quindi un caso sociale, come negli anni Cinquanta.&lt;br /&gt;Quella di adesso è perciò un’emigrazione invisibile, silenziosa ». Eppure ci sono comuni che lentamente si vanno svuotando delle energie migliori. Quelli a più alto tasso migratorio (intorno all’8 per mille annuo) sono in Calabria: Cirò, Petilia Policastro, Dinami, Rocca Imperiale. La zona di Cirò, in provincia di Crotone, tra il ’91 e il 2006 ha visto un calo di popolazione del 34% circa.&lt;br /&gt;I giovani studentiSe ne vanno parecchi giovani per studiare nelle Università del Centro- Nord: 151mila nell’anno accademico 2005-2006. Più di 36 mila sono partiti dalla Puglia, 25 mila dalla Calabria, 24 mila dalla Sicilia, 23 mila dalla Campania. Una parte di questi non &lt;span&gt;torneranno più indietro. L’agenzia governativa Italia Lavoro ha calcolato che a fronte di 67 mila neo-laureati del Sud previsti in ingresso nel mercato del lavoro nel 2007, le imprese industriali e dei servizi del Mezzogiorno hanno espresso, nello stesso anno, una domanda di laureati pari a 12.390 unità, il 16,4% del totale. Anche se si sommano i neolaureati richiesti dalla pubblica amministrazione e dal lavoro autonomo, si può stimare che circa la metà dei giovani che si laureano nelle regioni meridionali è di troppo rispetto alla domanda locale. Nessuna meraviglia, conclude quindi Italia Lavoro, se questi giovani cercano lavoro altrove e se il 60% dei meridionali che si laurea al Nord, vi rimane anche dopo la laurea. Per necessità, più che per scelta.&lt;br /&gt;Gli incentiviOra non ci sarebbe niente di male se questo fenomeno fosse indice di una società mobile, all’americana. Il fatto è che in Italia questo movimento è a senso unico, con un progressivo impoverimento del Mezzogiorno. Per combattere questo trend i vari governi hanno provato a incentivare fiscalmente le assunzioni nel Sud. Nell’ultima Finanziaria è stato inserito anche un bonus di 400 euro al mese per sei mesi per i neolaureati che svolgono stage nelle imprese del Sud che, se poi li assumono, ricevono un contributo di 3 mila euro. Il meccanismo sta funzionando, afferma D’Antoni. Ma non è solo un problema di incentivi. Paolo Sylos Labini, il grande economista morto nel 2005, che amava il Mezzogiorno, ripeteva che la questione meridionale prima ancora che economica è una questione civile. In altri termini, non è solo la domanda di lavoro qualificato che deve aumentare, ma devono migliorare anche le condizioni generali di vivibilità, dal funzionamento della pubblica amministrazione al controllo del territorio da parte dello Stato contro la criminalità. Altrimenti, in silenzio, i migliori se ne vanno. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:0;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Enrico Marro23 aprile 2008 &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.corriere.it/"&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;WWW.CORRIERE.IT&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-576787266809980816?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/576787266809980816/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=576787266809980816&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/576787266809980816'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/576787266809980816'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/04/sud-la-nuova-emigrazione.html' title='SUD LA NUOVA EMIGRAZIONE'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBhZJrGy8AI/AAAAAAAAAIs/OhUhiPNAQnM/s72-c/99e1910295a1a1c4fa039a281a2a8b4c_1721499344.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-5580755484157603839</id><published>2008-04-29T04:24:00.000-07:00</published><updated>2008-04-29T04:46:22.272-07:00</updated><title type='text'>Messina, cent'anni nelle baracche</title><content type='html'>&lt;a href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBcJNbGy7-I/AAAAAAAAAIc/8CLo1Rk8_Qw/s1600-h/messina08.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5194630821414367202" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBcJNbGy7-I/AAAAAAAAAIc/8CLo1Rk8_Qw/s320/messina08.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt;Messina, cent'anni nelle baracche: nel 1909 dopo i massacri effettuati dai Savoia è il terremonto ad infierire sulla città radendola completamente al suolo. Sia lo stato unitario prima che la repubblica dopo si sono "occupati" di "riparere" i danni subiti dalla città. Oggi dopo 150 anni i messinesi hanno le stesse identiche baracche che i savoia costruirono per loro, qualcuno, li nello stretto oggi rimpiange la gestione di Ferdinando II di Borbone qundo la città siciliana era tra le piu belle d'europa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esattamente un secolo fa, il sisma devastava la città dello stretto. Le capanne dei terremotati - 3.336 - sono ancora lì: popolate da gente che lavora, paga spazzatura e affitto, e deve ammazzare i topi a cucchiaiate. Senza più la speranza che questa vita «provvisoria» finisca&lt;br /&gt;Il ponte di Messina, di questo pezzo di Messina che sconcia gli occhi e offende la ragione, è una passerella in legno di tre metri e poco più: ingegneria della povertà per superare uno stretto di liquami, un rigagnolo fognario a cielo aperto di scarichi e urina, che divide due blocchi di baracche. Campata unica d’assi marce, è stato tirato su da chi ha il coraggio e la necessità di campare qui dentro, in case che case non sono: eternit a far da tegola e, dentro, pareti morsicate dalle crepe e soffitti tinteggiati a muffa. Favelas del quartiere Giostra. Neanche la peggiore nella città che delle baracche ha fatto il monumento alla sua trasandatezza, i suoi cent’anni di baracchitudine: da quando, all’alba del 28 dicembre 1908, un terremoto devastante – magnitudine 7,2 della scala Richter – si portò via ogni cosa e quasi ogni casa: un bel po’ della Messina (e della Reggio Calabra) di allora e pure la vita di 80mila persone. Perché queste fatiscenze di Giostra – e quelle di Camaro o di Fondo Fucile – non compongono un villaggio tirato su l’altro giorno da qualche famiglia di rom.&lt;br /&gt;--&gt;&lt;br /&gt;--&gt;Non sono le nuove emergenze dell’emigrazione, ma spettrali residenze italiane: la terza generazione delle baracche, le nipotine delle prime capanne offerte e montate da svedesi e americani, svizzeri e prussiani, all’indomani del terremoto, quando Messina diventò tutta di legno – compreso teatro, municipio e duomo – prima che il Fascismo costruisse baracche in muratura (le madri di quelle di Giostra), e la Repubblica, dopo i bombardamenti dell’ultima Guerra, inventasse queste «casette ultrapopolari a uso provvisorio», con vista sugli scarichi e affaccio su strade-cunicoli che sono tavolozza di ogni puzza, abitate da messinesi che lavorano (quando di lavoro ce n’è); che votano (spesso in cambio di promesse mai mantenute); che pagano la spazzatura (che li circonda), la corrente elettrica (ragnatele di fili volanti, stramate dai corti circuiti) e pure l’acqua del rubinetto (ma è gratis quella che piove dentro gli alloggi).&lt;br /&gt;Generazioni di baracche e generazioni di messinesi che lì dentro ci hanno vissuto e ancora ci vivono, in più di tremila, nell’anno domini 2008, a cent’anni dal sisma: i quartieri dell’Annunziata, del Fondo De Paquale o di Giostra, come le stratificazioni geologiche della storia d’Italia, della sua classe politica siciliana e no, del suo squallore. Ché le baracche di Messina sono, oggi, una lezione di architettura da favelas a cielo aperto, dove l’infiltrazione mafiosa e quella dai soffitti, che si aprono su squarci di cielo, sono tutt’uno. E forse il solo luogo, di questo Paese, dove persino i luoghi comuni si schiodano dalla realtà come le assi di Concetta Albano, le mura della sua baracca: qui non puoi azzardarti a pronunciare una frase da niente, un modo di dire come sarà passato un secolo, senza che ti si torca lo stomaco mentre cerchi di manda giù alla meglio un groppo di indignazione e compassione.&lt;br /&gt;Sembra una trincea, la baracca della signora, il fronte di una catastrofe umana: una sola stanza; un cesso nascosto da una porta di cartone che nulla può contro l’odore; il lavandino di fuori, oltre un cortile di cemento dove passeggiano i topi: «Ieri sera ne ho ammazzato uno dandogli una cucchiaiata in testa». Col suo unico cucchiaio. Ha ottant’anni la signora Concetta e in quella baracca, una di quelle del 1909, finanziata con i trenta milioni di lire sstanziati dal primo ministro Giovanni Giolitti, ci ha passato tutta la vita. «Prima sono morti i genitori, poi mio fratello se n’è andato e non l’ho più visto. Lavoravo come donna delle pulizie nelle famiglie. Ero brava e veloce. E aspettavo che qualcuno mi desse finalmente una casa. Me l’hanno promessa tante volte, ma io sono sempre qui».&lt;br /&gt;Parla a fatica e cammina a piedi nudi tra i topi perché le scarpe sono ancora più insopportabili per i suoi piedi gonfi. Però si assesta di continuo i capelli grigi e appiccicosi e alla fine, tra due lacrime da sfinimento e una risata esagerata, di quelle per non piangere, apre uno dei sacchetti di plastica che le fanno da armadi e mostra una foto di quando era giovane e bella. E la baracca di legno, come il futuro, non faceva ancora paura. Siamo all’Annunziata, quartiere nord con vista sullo Stretto. Appena sopra, sul limitare della vergogna, ecco i nuovi palazzoni dell’Università e poco più in basso la metropolitana di terra conosce il capolinea, giusto in faccia al nuovo museo della città dove sono esposti Caravaggio e Antonello da Messina. E quella di Concetta Albano e della sua baracca, tirata su mentre a Palermo la mafia uccideva Joe Petrosino, sembra la perfetta metafora del «terremoto infinito» – delle false promesse, degli aiuti a fondo sperduto, del provvisorio che diventa per sempre – e di una città, regione, nazione sfinite. Solo che la vita di Concetta, dentro al suo tugurio – i pasti assicurati dalle suore del convento vicino, l’emergenza sanitaria dall’assistenza sociale – non è una metafora. E nemmeno quella di Orazio Giuseppe Andronaco e degli altri invisibili delle baracche, uomini e donne dimenticati da ogni lista di assegnazione ma segnati da un’età che non è la loro: i visi che non corrispondono all’anagrafe, invecchiati prima del tempo, prosciugati da alloggiamenti insalubri e rugati dall’umidità.&lt;br /&gt;Dice Orazio Giuseppe, due blocchi di baracche più in là: «Ho 73 anni, raccoglievo ferro vecchio, e qui dentro ho tirato su la mia famiglia: mia moglie, che qualche anno fa è morta, e i nostri dieci figli». E qui dentro sono due stanze, una invasa di barattoli e stracci e robivecchi e l’altra rimpicciolita da un monumentale matrimoniale: «Ci dormivamo tutti insieme, uno sopra l’altro, come animali». E arredata con sei ventilatori e la bombola per l’ossigeno: «D’estate si muore dal caldo». E non solo per il caldo: soffitto opprimente con tettoia d’amianto. «E dire che a me basterebbe una mini-casa se me l’assegnassero. Anche se, per fortuna, due dei miei figli, guardi un po’ qui dietro, mi hanno costruito un bagno decente». Chissà cosa doveva essere prima, quando la famiglia cominciò ad allargarsi, nel 1951. «Ha visto? Case per cani, non per umani», si sfoga Eleonora, da mezzo secolo dentro alloggi di sfortuna che sembrano scatole da scarpe che hanno preso l’acqua.&lt;br /&gt;È come se fossero appena passati, il terremoto e la guerra, in questi angoli di Messina di cui la città si vergogna. E non ama parlarne, salvo mandare a dire, quando c’è da votare, che presto ognuno avrà la sua casa. Certo, anche Domenico, che ha 20 anni ma non un lavoro, e la sorellina che fa la seconda elementare e adora «High School Musical e Zac Efron ma vorrei saper cantare come Gabrielle». Non puoi accettare che possa vivere lì, a un metro e mezzo dalla casa di Oronzo, dirimpettaia di baracca, con la madre Gaetana, 42 anni, che adesso va «a servizio», dopo due anni al Nord, «in un pastificio di Mantova, con contratto a termine, finché c’è stato lavoro». Eppure anche Gaetana, quando aveva l’età di sua figlia – come la signora Concetta negli anni Trenta – era sicura di andarsene un giorno o l’altro, convinta che la baracca non sarebbe stata per sempre la sua vita.&lt;br /&gt;18 ANNI FA: L’ULTIMA LEGGE PER IL RISANAMENTO Sì, certo. C’è una legge regionale del luglio ‘90, l’ultima in ordine di tempo, che prevede il risanamento di Messina: una legge speciale dove si annuncia lo sbaraccamento e la riqualificazione urbana e sociale, mettendo a disposizione, ai tempi, 500 miliardi di lire. Peccato che ne siano stati usati solo 150, gli altri perduti chissà come e finiti chissà dove. I piani particolareggiati sono stati approvati solo nel 2002 (e nel 2004 la regione Sicilia ha stanziato altri 70 milioni di euro) ma gli espropri, le demolizioni e le nuove costruzioni hanno il freno a mano tirato dei ritardi e delle burocrazie, tanto che – secondo un censimento di Legambiente – sono ancora 3336 i nuclei baraccati presenti in città. Così, alla fine, per disperazione certe famiglie ormai fanno le terremotate a vita. Ottenuta una nuova casa popolare, lasciano ai figli la baracca nelle favelas, in un’interminabile catena-di-sant’antonio della povertà: ma è ’unica eredità consentita a chi – nel ’61, i giorni del boom, erano ancora 30mila i baraccati di Messina – ha vissuto dove è indegno vivere e solo quel tesoro ha da offrire.&lt;br /&gt;E se accenni al Ponte sullo Stretto si mettono a ridere e indicano il loro, con vista sul liquame. Fondo De Pasquale e Fondo Basile, Giostra e Annunziata, Camaro e Fondo Saccà. Ecco le colline dove riposano le baracche, le spoonriver dei vivi-malgrado-tutto con il loro catalogo di storie come quella della signora Lilla di Giostra, in baracca dal ’27, una di quelle tirate su dal Fascismo, e ancora lì ottant’anni dopo, anche lei in compagnia di insetti e topi, il tetto che sta su per miracolo. O quella di Maria T. di Camaro, 70 anni e stesso alloggiamento, che lo scorso autunno è andata a stare qualche giorno dal figlio, a Parma, e al ritorno ha trovato la baracca occupata, tanto che, minacciata dai «nuovi terremotati», ha dovuto rivolgersi all’avvocato, per iniziare un’altra guerra tra poveri; o quella della signora Letteria di Villa Lina, che nel 2006, a 92 anni – sì, insomma, una quasi coetanea del terremoto –, dopo aver cresciuto quattro figlie in una stanza ed essere diventata nonna e bisnonna, ha fatto in tempo a vedersi assegnata una vera casa.&lt;br /&gt;Oppure quella di Francesco Assenzio, classe 1911, che per cinquant’anni, ogni anno, fece domanda di una casa – senza successo, naturalmente – fino a quando se ne andò per sempre nel ’98, quattro anni prima di diventare trisnonno di un altro Francesco Assenzio, nato pure lui tra il legno, le lamiere e il provvisorio infinito. Commento di Maria A., 55 anni di Giostra, un’unica stanza divisa in tre, un vecchio televisore per stanza: «Non ce n’è di travaglio qui e adesso il Comune ci chiede il fitto arretrato per queste baracche: 3500 euro. E io dove li trovo?». Epigrafe di un’altra Maria, 43 anni, vicina di casa: «Ha visto quanto è largo il vicolo? Se si ingrassa non si passa, ma non c’è rischio. Ma non ci passa neppure la cassa da morto quando si va al cimitero. E di solito arriva prima quello dell’assegnazione. Non c’è da sperare qui»&lt;br /&gt;Qui, dove nell’inverno del 1909, a poco più di un mese dal terremoto, la città era sì pura maceria, ma dava anche l’idea del cantiere, tanto che Luigi Barzini, sul Corriere, regalò da quaggiù – era il 4 febbraio 1909 – la speranza che «un grande avvenire si preparerà per Messina». Ma durò poco, quando gli aiuti, giunti da mezzo mondo, se ne tornarono a casa, l’illusione s’imbarcò con loro: già il 9 maggio la baracca – una parola durata un secolo e ancora in piedi nei resoconti – prendeva possesso delle cronache, ché «per l’assegnazione delle baracche, contro soprusi e favoritismi, la polizia sparò contro la folla lasciando sul terreno 5 morti». Da allora, sul terreno, Messina ha lasciato le baracche: sopravvissute al re e al fascismo, a due guerre mondiali e pure ai 61 governi della Repubblica. Monumenti (con) viventi a un secolo d’Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cesare Fiumi15 aprile 2008 (ultima modifica: 16 aprile 2008) www.corriere.it&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-5580755484157603839?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/5580755484157603839/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=5580755484157603839&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5580755484157603839'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5580755484157603839'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/04/messina-centanni-nelle-baracche.html' title='Messina, cent&apos;anni nelle baracche'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBcJNbGy7-I/AAAAAAAAAIc/8CLo1Rk8_Qw/s72-c/messina08.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-4282215178289537458</id><published>2008-04-26T13:58:00.000-07:00</published><updated>2008-04-26T14:08:59.793-07:00</updated><title type='text'>MARCELLO DELL'UTRI E LA 'NDRANGHETA</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBOYRLGy79I/AAAAAAAAAIU/6uRUDZFplBY/s1600-h/marcello+dell%27utri.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBOYRLGy79I/AAAAAAAAAIU/6uRUDZFplBY/s320/marcello+dell%27utri.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5193662216094805970" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La ‘ndrangheta traffica in voti - Dell’Utri: ”Non ho avvisi di garanzia. Ho solo parlato con una persona che voleva occuparsi del voto degli italiani all’estero”  REGGIO CALABRIA - E’ Marcello Dell’Utri il parlamentare coinvolto nell’inchiesta sull’intervento della ‘ndrangheta sul voto degli italiani all’estero: “Non ho ricevuto alcun avviso di garanzia” ha detto all’Ansa. Dell’inchiesta “ho letto sui giornali”. Poi ha spiegato: “Non conosco personalmente Aldo Micchichè ma l’ho sentito per telefono” e l’ho messo in contatto con Barbara Contini perché “lui si è offerto di occuparsi dei voti degli italiani all’estero”. Barbara Contini è l’ex governatore di Nassiriya, candidata per il Pdl al Senato in Campania.  Dell’Utri respinge qualsiasi ipotesi di coinvolgimento in vicende di presunti brogli: “Stiamo scherzando? Stiamo dando i numeri! Se vogliono sollevare un polverone elettorale, io questo putroppo non lo posso impedire. Ma - ripete - stiamo dando i numeri”.  Sul merito, Dell’Utri aggiunge: “Con Micciché ero entrato in contatto qualche mese fa per ragioni di energia. Lui in Venezuela si occupa di forniture di petrolio. Io ero in contatto con una società russa che ha sede anche in Italia, per cui - spiega Dell’Utri - conoscendo questi russi ho fatto da tramite”. “Questo signore si è interessato di organizzare il voto degli italiani all’estero come si sono attivate tutte le persone di tutti i partiti e di tutte le latitudini. Quindi non vedo dove sia la materia del contendere”. Miccichè - prosegue il senatore di Forza Italia - “non lo conosco fisicamente. E’ un personaggio peraltro notissimo in Italia. E’ stato amministratore della Dc negli anni ‘60-’70. Credo che a suo tempo abbia avuto delle vicende giudiziare legate a Tangentopoli. Per il resto è un cittadino che vive da molti anni in Venezuela, con famiglia. Non vedo cosa ci sia di strano”. La sconcertante ipotesi dell’intervento sulle elezioni delle cosche calabresi sulla quale sta lavorando la Dda di Reggio Calabria, nasce da un’intercettazione nella quale si fa esplicito riferimento alla possibilità di “controllare” cinquantamila voti, in cambio di una contropartita in denaro di 200 mila euro. L’inchiesta di Reggio. I magistrati reggini avrebbero ascoltato una conversazione tra esponenti della cosca Piromalli ed il parlamentare siciliano candidato al Parlamento Italiano. Nell’inchiesta è coinvolto un uomo d’affari, Aldo Micciché, da tempo residente in America Latina.  Il tentativo d’inquinamento del voto avrebbe mirato a condizionare l’esito della consultazione elettorale facendo risultare come votate circa 50mila schede bianche.  Un meccanismo piuttosto semplice. Corrompendo le persone giuste al posto giusto, infatti, i clan avevano intenzione di apporre sulla scheda un segno di preferenza proprio a vantaggio del partito dell’esponente politico siciliano. Un lavoro “pulito” quindi, che non avrebbe lasciato tracce grazie a “manine amiche” che avrebbero barrato le schede di ritorno.  Un piano che evidentemente avrebbe potuto falsare l’esito elettorale. Pochi i dettagli sull’inchiesta. E’ certo che gli investigatori stavano controllando alcuni telefoni sulle tracce dei soldi dei Piromalli, per cercare di capire come la cosca riuscisse a riciclare i milioni di euro del traffico di stupefacenti. Da qui la scoperta.  Micciché, da tempo residente in Venezuela, parla con il politico definito “un pezzo grosso”. Oggetto del colloquio è la mobilitazione dei consoli onorari, che avrebbero avuto un ruolo determinante nel controllo del voto.  La notizia è stata confermata dal procuratore della Repubblica facente funzioni, Francesco Scuderi, che non ha inteso però fornire ulteriori particolari. “Il momento, visto che siamo ad appena due giorni dal voto - ha detto Scuderi - è delicatissimo, anche perché negli articoli riportati sui giornali ci sono molti dettagli che avrebbero dovuto rimanere riservati, e sarebbe irresponsabile da parte nostra in questo momento rivelare ulteriori particolari”.  “Dopo il voto - ha aggiunto Scuderi - potremo fornire qualche notizia in più. Al momento non è il caso di dire alcunché”.  Nei giorni scorsi lo stesso Scuderi ed il pm della Dda Roberto Di Palma, titolare dell’inchiesta, avevano incontrato il ministro dell’Interno Giuliano Amato per informarlo sulle risultanze dell’inchiesta.  Come si ricorderà, già alle scorse elezioni furono segnalati alcuni casi di brogli legati proprio alle schede del voto estero.  Amato: “Il Viminale sarà una casa di vetro”. Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell’Interno Giuliano Amato. “Nei giorni scorsi ho ricevuto una comunicazione da parte della Procura di Reggio Calabria su tentativo di broglio per il voto all’estero”. “Si tratta di materia coperta dal segreto istruttorio. Dopo aver ricevuto la notizia ho subito attivato il ministero degli Esteri che ha provveduto con particolare attenzione a garantire che quelle schede non vengano mai perse di vista”. Sapere, ha aggiunto, “che ci sono persone che scambiano denaro per il voto non è mai una soddisfazione, ma le misure adottate dal ministero degli Esteri possono aver prevenuto il danno”. Il ministero ha allertato i consolati. Amato ne ha approfittato per dire che durante le operazioni di voto “il Viminale sarà una casa di vetro”. “A questo proposito ho invitato gli ex ministri come Maroni, Scajola, Pisanu ed Enzo Bianco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Giuseppe Baldessarro repubblica.it&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);font-size:130%;" &gt;Voto di scambio all'estero&lt;br /&gt;Dell'Utri nelle intercettazioni Indagine su 50 mila schede, coinvolti uomini della 'ndrangheta Le intercettazioni: «Si tapperanno gli occhi quando barreremo le schede bianche con il simbolo Pdl»&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;  &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;REGGIO CALABRIA — Stando all'inchiesta della procura di Reggio Calabria sui possibili brogli elettorali commissionati all'estero, spunta il nome del senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri. Dalle intercettazioni telefoniche il faccendiere-bancarottiere Aldo Miccichè, calabrese di Maropati, avrebbe affidato il compito di sostenere la lista Berlusconi alla cosca Piromalli di Gioia Tauro, il casato di 'ndrangheta più potente in Calabria. Miccichè, intanto, dal Venezuela dove si è rifugiato per sottrarsi alla condanna definitiva per bancarotta fraudolenta e millantato credito, avrebbe messo a disposizione del senatore di Forza Italia i suoi legami con il cartello di 'ndrangheta sudamericana per favorire il controllo del voto degli italiani all'estero, mobilitando i consoli onorari.   Nel dossier di circa 430 pagine consegnato al ministro dell'Interno Amato dal procuratore distrettuale di Reggio Calabria Francesco Scuderi e dal pm Roberto Di Palma, si capisce come le schede bianche, circa 50 mila, sarebbero diventate voto utile per il partito di Berlusconi. Miccichè al telefono con Dell'Utri si dice convinto che l'operazione andrà in porto. «Basterà pagare qualche addetto ai lavori — dice rivolgendosi a Del-l'Utri, chiamandolo per nome —. I responsabili delle votazioni si tapperanno entrambi gli occhi quando qualcuno dei nostri si preoccuperà di recuperare tutte le schede bianche e barrare la casella col simbolo Pdl». Per tutto ciò c'era un prezzo: 200 mila euro. L'esponente politico azzurro però chiede al faccendiere calabrese garanzie anche sul voto in Calabria. «Nessun problema», si affretta a ribadire dal Venezuela, Miccichè. E per sancire un'alleanza strategica con Dell'Utri invia a Milano Antonio Piromalli, reggente del casato, figlio di Pino, detto «Facciazza », in carcere con il 41 bis e suo cugino Gioacchino, avvocato, radiato dall'ordine dopo una condanna per mafia. Miccichè gli raccomanda al telefono di essere convincenti con il senatore azzurro, facendo trasparire tutta la potenza della cosca non solo in ambito provinciale, ma nell'intera regione. L'incontro avviene nello studio di Dell'Utri. Il senatore forzista resta entusiasta del colloquio tant'è che al telefono, successivamente, si congratula con Miccichè per avergli fatto conoscere due «bravi picciotti».    OAS_AD('Bottom1');         L'inchiesta della procura di Reggio Calabria nasce per caso e prende spunto da un omicidio. Quello di Salvatore Pellegrino, «l'uomo mitra», assassinato il 5 luglio dello scorso anno a Gioia Tauro. Pellegrino sarebbe stato ammazzato dai Piromalli — è l'ipotesi investigativa — perché ritenuto responsabile dei danneggiamenti alla cooperativa Valle del Marro, un tempo dei Piromalli e oggi, dopo la confisca, passata a Libera di don Ciotti. Le utenze dei Piromalli, in particolare quelle di Antonio e Gioacchino, sono messe sotto controllo. Si scopre così che i due rampolli della famiglia hanno continui scambi con Aldo Miccichè. Il faccendiere parla al telefono con tutti i politici italiani. Per gli inquirenti è un uomo che ha ancora molto potere in Italia. Si sente spesso con Clemente Mastella, allora ministro della Giustizia. In più occasioni parla anche con i suoi più stretti collaboratori. E chiede un favore: bisogna fare in modo che sia tolto il 41 bis a Pino Piromalli. La richiesta viene anche fatta a Dell'Utri, in cambio dell'appoggio elettorale dei Piromalli. L'indagine Why not della procura di Catanzaro coinvolge il ministro della Giustizia. È l'estate del 2007. La richiesta si blocca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;Carlo Macrì 12 aprile 2008 dal corriere.it&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="footnotes"&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt; &lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-4282215178289537458?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/4282215178289537458/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=4282215178289537458&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/4282215178289537458'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/4282215178289537458'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/04/marcello-dellutri-e-la-ndrangheta.html' title='MARCELLO DELL&apos;UTRI E LA &apos;NDRANGHETA'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBOYRLGy79I/AAAAAAAAAIU/6uRUDZFplBY/s72-c/marcello+dell%27utri.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-8856333867346017274</id><published>2008-04-26T13:49:00.000-07:00</published><updated>2008-04-26T13:55:06.609-07:00</updated><title type='text'>Olbia, la città-forziere della ’Ndrangheta</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBOWj7Gy78I/AAAAAAAAAIM/D8a_R3HvNS4/s1600-h/olbia.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBOWj7Gy78I/AAAAAAAAAIM/D8a_R3HvNS4/s320/olbia.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5193660339194097602" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Olbia, la città-forziere della ’Ndrangheta&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Maxi sequestro: i 520 ettari di Pitta, altri 70 a Santa Mariedda e Pittulongu&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il pm antimafia non esclude che il tesoro della cosca Ferrazzo (una cifra tra i 120 e 150 milioni di euro) possa essere finito nella maggiore città della Gallura&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MILANO. I dirompenti effetti dell’inchiesta Dirty Money, avviata dalla Dda milanese sul riciclaggio di danaro sporco della ’Ndrangheta, si sono registrati, come un terremoto, alla periferia di Olbia. Sui 520 ettari di Spiritu Santu, i sessanta di Santa Mariedda e una decina di ettari a Pittulongu pende un’ordinanza di sequestro preventivo disposta dal pm antimafia Mario Venditti. Il gip di Milano Guido Salvini ha invece firmato un decreto di sequestro per la villa di Paolo Desole, attigua a quella del socio Salvatore Paulangelo, già bloccata nei giorni scorsi. E ieri sono cominciati gli interrogatori di amministratori, tecnici e professionisti. Qualcuno trema.&lt;br /&gt;Per capacitarsi di quanto fosse esteso un terreno di 520 ettari il pm Mario Venditti -, il magistrato della Dda di Milano che sta seguendo l’inchiesta Dirty money, il danaro sporco della ’Ndrangheta calabrese -, ha sovrapposto più volte il perimetro aeroportuale del Costa Smeralda di Olbia (una sessantina di ettari) alla zona di Spiritu Santu.&lt;br /&gt;Poi ha firmato l’ordinanza di sequestro, trasmessa alla magistratura di Tempio, che riguarda i terreni di Spiritu Santu di Giovanni Antonio Pitta, quelli ricadenti in zona San Nicola e Santa Mariedda (sessanta ettari), in parte inglobati nella società e un’altra decina di ettari, gestiti dalle finanziarie finite nell’inchiesta antiriciclaggio, oltre alla decina di ettari a Pittulongu di Desole e Paulangelo. Insomma, c’è sotto sequestro buona parte della periferia di Olbia.&lt;br /&gt;Dal canto suo il gip milanese Guido Salvini non è rimasto con le mani in mano: nei giorni scorsi ha decretato il sequestro preventivo di due ville contigue a Punta Ruinas, sempre a Pittulongu, appartenenti a Salvatore Paulangelo e a Paolo Desole, i due amministratori della fallita società finanziaria di Zurigo, la Wfs/Pp ag.&lt;br /&gt;Ma il terremoto scatenato dai due magistrati di Milano non si limita soltanto ai provvedimenti di sequestro. Da ieri, a Olbia, i carabinieri del Ros di Milano e i loro colleghi sardi hanno avviato gli interrogatori di “persone informate sui fatti”, in pratica amministratori pubblici, tecnici, componenti delle diverse commissioni edilizie che, tra il 2003 e il 2008, si sono occupate delle pratiche relative ai progetti presentati dalle diverse società immobiliari indagate e da Giovanni Antonio Pitta.&lt;br /&gt;E poi ancora, nel lungo elenco dei testimoni, sono finiti liberi professionisti, geometri e architetti che hanno redatto progetti e preparato le osservazioni da presentare al consiglio comunale.&lt;br /&gt;Il cliclone che ha investito la cosca della ’Ndrangheta capeggiata da “Topolino” Ferrazzo sta ora scaricando tutta la sua potenza in terra sarda. Per il sostituto della Dda milanese uno dei punti di arrivo «una volta rese note le nostre carte con l’ordinanza di custodia cautelare e disposto i dovuti sequestri a beni che riteniamo acquisiti con danaro riciclato dalla ’Ndrangheta - ha spiegato Mario Venditti -, è arrivare a scoprire dov’è nascosto il tesoro della cosca Ferrazzo, una somma che si aggira, secondo i nostri calcoli, tra i 120 e i 150 milioni di euro. Pur considerando gli affari non andati a buon fine e il danaro contante speso dagli affiliati alla banda in molteplici attività, restano pur sempre da recuperare somme ingentissime».&lt;br /&gt;Per ricostruire la mappa che porta al forziere mancano ancora diversi brandelli, e a poco sono valse le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia che hanno spiegato l’origine del danaro - il traffico internazionale di droga e armi - della cosca Ferrazzo-Iazzolino, i quali erano però all’oscuro delle operazioni di riciclaggio. L’avvocato Giuseppe Melzi, indicato come uno dei colletti bianchi della associazione criminale, sarebbe invece a conoscenza di molti di questi passaggi, oltre a quelli già sviscerati e resi pubblici dall’inchiesta Dirty Money.&lt;br /&gt;Uno degli aspetti ancora “coperti” dalle indagini della Dda milanese riguarda le ville di Coda Ruinas di Salvatore Paulangelo e Paolo Desole, finite sotto sequestro preventivo perchè acquistate direttamente con danaro sporco.&lt;br /&gt;Le due dimore, lo scorso anno, hanno ottenuto dall’ufficio tecnico del comune di Olbia licenze edilizie per ristrutturazioni e ampliamenti vari.&lt;br /&gt;Il pubblico ministero Mario Venditti ha acquisito, oltre alle licenze finite nelle mani del Ros, anche le diverse normative regionali e la lista dei vincoli ambientali e paesaggistici della zona di Pittulongu. Il magistrato, ieri l’altro, si è intrattenuto a lungo, al telefono, con il sindaco Gianni Giovannelli.&lt;br /&gt;Tra i due c’è stato uno scambio di informazioni ma anche la pressante richiesta (da parte del magistrato della Dda) di spedire al più presto a Milano il voluminoso dossier messo sotto sequestro sabato scorso dai militari del Ros nell’ufficio tencico comunale, riguardante le lottizzazioni di Pittulongu, Santa Mariedda e i terreni di Spiritu Santu.&lt;br /&gt;«L’indagine non è ancora conclusa - ha spiegato Venditti - ma dobbiamo anche tener conto dello stato di detenzione di diversi indagati, da qui la necessità di acquisire, al più presto, ogni elemento e testimonianza utile per chiudere il caso».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;va bene  che    ci sono  --- sempre  secondo  la nuova  sardegna  ---&lt;br /&gt;Da definire i ruoli dell’avvocato Melzi e di Antonello Melca&lt;br /&gt;L’indagine è solo all’inizio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;MILANO. Quando la barca affonda, i topi cercano scampo su ogni cosa che galleggia. Nel 2003, quando la magistratura elvetica stava per mettere le mani su Salvatore Paulangelo - il finanziere italo svizzero accusato a Zurigo di bancarotta fraudolenta per il fallimento della banca Wfs/Pp finanz, e in Italia di riciclaggio di danaro sporco appartenente alla costa Ferrazzo di Mesuraca -, l’uomo, con la moglie e il figlioletto, trovò riparo a Olbia, sotto l’ala protettrice di Antonello Melca, ex direttore sportivo del Tavolara e dell’Olbia Calcio. Nel 2005, quando la puzza di bruciato raggiunse le narici di Giuseppe Melzi, Paulangelo tentò di disfarsi degli immobili che aveva acquistato, in comunione di beni, con la moglie Domenica Bailon. L’avvocato Melzi avviò una causa di separazione legale, chiedendo l’affidamento dei figli ad un tutore, Antonello Melca.&lt;br /&gt;«Appare evidente - scrive il gip Guido Salvini nel decreto di sequestro preventivo della villa di Punta Ruinas - che Salvatore Paulangelo intendeva proteggere il suo patrimonio, tra cui la barca “Imomai” già sequestrata, in previsione della prospettata completa messa a fuoco del crack delle società elvetiche e che in tale prospettiva la fittizia separazione legale dalla moglie Domenica Bailon, curata dall’avvocato Melzi, e il trasferimento della proprietà dell’abitazione ai figli minori servivano proprio alla difesa del patrimonio immobiliare dalle indagini della magistratura. Rilevato che l’abitazione, costruita, come si desume dalla documentazione allegata alla nota integrativa del pubblico ministero in data 5 marzo 2008 proprio contestualmente al dirottamento di ingenti somme dalle società che Paulangelo amministrava, è da considerarsi pertinente al reato contestato in quanto approntata con denaro proveniente dalla bancarotta, se ne dispone il sequestro».&lt;br /&gt;L’indagine Dirty Money, lungi dall’essere conclusa, lascia intravvedere nuovi sviluppi (questa volta locali, con iniziative da parte della magistratura gallurese, che avrebbe aperto un fascicolo per “atti relativi” a carico di quanti hanno (esclusa la buona fede) avuto a che fare con la banda di “Topolino” Ferrazzo.&lt;br /&gt;Gli interrogatori delle “persone informate sui fatti” sono appena cominciati, e in tanti sono chiamati a spiegare i rapporti intrattenuti con il gruppo guidato dall’avvocato Giuseppe Melzi. (g.p.c.)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;nel fratempo l'amministrazione che fa ? resta alla finestra ad aspettare anzichè porvi rimedio sugli appalkti per il futuro .&lt;br /&gt;Infattisempre  secondo il  giornale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Palazzo aspetta gli sviluppi&lt;br /&gt;I politici cittadini: rispettiamo il lavoro dei magistrati&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LUCA ROJCH&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;OLBIA. Pagine consumate di un successo editoriale insperato. Il best seller più letto e commentato nelle stanze del Palazzo è l’ordinanza della direzione distrettuale antimafia di Milano che racconta di investimenti e infiltrazioni della ’ndrangheta in città.&lt;br /&gt;L’ex sindaco Settimo Nizzi ne cita alcuni passi a memoria in consiglio comunale, l’opposizione non smette di ripassare il contenuto del faldone. Oltre 260 pagine di quello che sembra un romanzo criminale, ma che arresti, blitz e sequestri di terreni hanno trasformato in un ciclone giudiziario. Il blitz dei Ros in Comune viene commentato con serenità dai consiglieri. «Sono felice che la magistratura indaghi sui fatti criminosi - spiega il capogruppo di Alleanza Nazionale, Gianfranco Bardanzellu -. Noi siamo contro la mafia e qualsiasi tipo di infiltrazione della malavita. Daremo la massima collaborazione alle forze dell’ordine». Sulla stessa linea anche uno dei senatori di Forza Italia in consiglio. «Olbia è una città che da sempre ha scatenato gli appetiti della malavita, come tutte le aree ad alto pregio - dice Giampiero Palitta -. Anni fa i terreni di Cugnana erano stati sequestrati alla mafia. Siamo felici che la magistratura ci difenda dai criminali. L’arrivo dei Ros in Comune non ci ha mai allarmato. Perché dovrebbe. Il loro è un atto dovuto, vengono ad acquisire delle carte per trovare riscontri alle tracce investigative. Quello che contesto è che si crei una politica del sospetto. Che si vogliano sussurrare ipotesi calunniose verso gli amministratori. Sono convinto che la mafia non possa attecchire in Sardegna». Da subito il sindaco Gianni Giovannelli ha mostrato la massima serenità e collaborazione con le forze dell’ordine. L’arrivo dei carabinieri in Comune era stato preceduto da una telefonata cordiale al primo cittadino. Giovannelli si è limitato a prendere tra le mani la lista di documenti presentata dai militari. Delibere, atti della commissione e del consiglio, Più o meno 16 mila pagine. Nelle scorse settimane era stato convocato anche un consiglio comunale tutto dedicato all’inchiesta Dirty Money. Una richiesta arrivata dall’opposizione, ma contestata dalla maggioranza. Per la maggior parte del centrodestra parlare di ’ndrangheta in aula era una sorta di offesa, di lesa maestà. «Il blitz dei carabinieri in Comune conferma la validità delle nostre preoccupazioni - afferma il consigliere Marco Varrucciu, Pd -. Mi fa felice che si faccia chiarezza su un episodio oscuro per la nostra città». Sulla stessa linea anche un altro esponente della minoranza. «L’inchiesta va avanti - dichiara Giorgio Spano -. Mi pare che questa ulteriore acquisizione degli atti sia una dimostrazione che è necessario parlare della situazione che in passato si era creata in città». Dai banchi dell’opposizione si era levata una proposta forte da parte del consigliere Carlo Careddu che aveva proposto la creazione di una commissione guidata dal prefetto. La task force doveva esaminare tutte le pratiche che sono finite al centro dell’inchiesta Dirty Money. Ipotesi contestata in modo duro dalla maggioranza. «Rimango convinto che sarebbe la soluzione più corretta - dice Careddu -. Ci si potrebbe limitare anche a creare una commissione fatta solo di consiglieri comunali. Non capisco il netto rifiuto della maggioranza».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;fonte http://www.ammazzatecitutti.org&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-8856333867346017274?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/8856333867346017274/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=8856333867346017274&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8856333867346017274'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8856333867346017274'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/04/olbia-la-citt-forziere-della-ndrangheta.html' title='Olbia, la città-forziere della ’Ndrangheta'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/SBOWj7Gy78I/AAAAAAAAAIM/D8a_R3HvNS4/s72-c/olbia.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-8358299918469474018</id><published>2008-04-26T13:45:00.000-07:00</published><updated>2008-04-26T13:47:55.167-07:00</updated><title type='text'>'ndrangheta al nord: investimenti a torino</title><content type='html'>&lt;span class="evidenziato"&gt;&lt;/span&gt;TORINO 14/11/2007 - Un affare gigantesco. Quello dell’edilizia privata in città. Da uno studio commissionato dall’assessorato all’urbanistica del comune, emerge che, nel 2006, il volume d’affari relativo all’edilizia residenziale è stato di 3 miliardi e 200 milioni di euro. Un miliardo e 700 milioni di euro, quello per l’edilizia commerciale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Affare colossale&lt;br /&gt;In totale quasi 10 mila miliardi di vecchie lire. La ricerca ha evidenziato un totale identico nei due anni precedenti e individua, per il 2007, una nuova e significativa crescita. Una “torta” particolarmente gustosa che ha suscitato l’interesse delle organizzazioni criminali: mafia, ’ndrangheta, camorra. «Anche se - come suggerisce il vice questore torinese Fulvia Morsaniga - oggi, quando si parla di criminalità organizzata, osserviamo un intreccio malavitoso tra organizzazioni diverse ed elementi criminali stranieri».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Holding criminale&lt;br /&gt;Una holding del malaffare capace di radicare le attività tradizionali (droga, armi, racket, contrabbando, prostituzione) e, nel contempo, di investire i profitti in affari leciti. Attività lucrose e ideali per riciclare il denaro sporco. Speculare sull’attività immobiliare non è reato ma «Quando si piazza una bomba sotto casa di qualcuno per indurlo a vendere l’immobile, allora la “musica” cambia», considera il procuratore aggiunto di Torino Maurizio Laudi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intimidazioni&lt;br /&gt;Il riferimento a fatti di cronaca accaduti di recente in città è immediato: l’ordigno di tritolo trovato davanti ad una carrozzeria in via Salerno, gli incendi dolosi in un’autorimessa in via Messina, in una ditta di Rivoli e in un’altra di Settimo Torinese. Fatti quasi sempre preceduti dalla visita di un “amico di un amico”: «Perchè non mi vendi la tua attività?».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sviluppo della città&lt;br /&gt;Segnali che suscitano preoccupazione: «Sarebbe un errore rallentare lo sviluppo - è l’opinione dell’assessore all’urbanistica del comune Mario Viano - ma non per questo bisogna abbassare la guardia. È necessario vigilare con attenzione». I sospetti che le organizzazioni criminali intendano entrare nell’affare più redditizio sono numerosi, lo rileva lo stesso procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: «Dopo l’arresto di Lo Piccolo oggi, ciò che più mi preoccupa, è l’attività criminale della ’ndrangheta, specie quella relativa agli investimenti di denaro sporco nel nord Italia».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lotta alla mafia&lt;br /&gt;Un allarme condiviso dai colleghi magistrati impegnati nella lotta contro la criminalità organizzata che venerdì scorso si sono riuniti a Milano: «Mentre le mafie hanno perso la loro connotazione militare - hanno detto Maurizio Laudi e Alberto Nobili, sostituto procuratore a Milano - e nel silenzio si sono intrufolate nei circuiti finanziari, la giustizia italiana ha allentato la sua pressione. Negli ultimi anni - hanno proseguito i magistrati - si è assistito ad un minor impegno della politica nell’investire risorse per il contrasto della criminalità organizzata».&lt;br /&gt;Ai due magistrati fa eco, dalla procura di Catanzaro, il sostituto procuratore Cristina Manzini: «La forza intimidatrice è uno dei requisiti - dice il pm, riferendosi agli ultimi fatti criminosi accaduti a Torino - che caratterizza il fenomeno mafioso sia sul piano criminologico che sociologico».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Omertà&lt;br /&gt;Minacce, ricatti, intimidazioni che troppo spesso non vengono denunciati e che accrescono il potere e il controllo della mafia sul territorio e negli affari apparentemente leciti. Non va tanto per il sottile Pierpaolo Cambareri, giornalista, scrittore, esperto di ’ndrangheta: «Il mafioso che vuole acquistare un’attività o un immobile e riceve un diniego, prende dei provvedimenti. Una bomba, un incendio. Stanca fino allo svenimento, terrorizza fino a che ottiene quello che vuole, e ad un prezzo stracciato. È un classico».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Capitali sospetti&lt;br /&gt;A Torino sta accadendo qualcosa del genere? Lo sospetta anche Francesco Zito, economista, esperto di finanza: «Questa è una città misteriosa, nonostante la crisi, il record di pignoramenti immobiliari, i mutui che la gente non riesce a pagare, si continua a costruire e a vendere tutto, e a tempi di record». Opinione condivisa dal presidente Atc Giorgio Ardito: «In città non c’è più un solo fazzoletto di terra da utilizzare per l’edilizia popolare, questo la dice lunga».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt; fonte Marco Bardesono  http://torino.cronacaqui.it&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-8358299918469474018?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/8358299918469474018/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=8358299918469474018&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8358299918469474018'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8358299918469474018'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/04/ndrangheta-al-nord-investimenti-torino.html' title='&apos;ndrangheta al nord: investimenti a torino'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-2794025728912205054</id><published>2008-04-04T04:42:00.001-07:00</published><updated>2008-04-11T04:28:09.268-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a href="http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R_tXU6i53qI/AAAAAAAAAH0/C5ngGcTE9YI/s1600-h/lacava.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5186835412671913634" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R_tXU6i53qI/AAAAAAAAAH0/C5ngGcTE9YI/s320/lacava.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;span style="color:#ff9900;"&gt;&lt;strong&gt;Pensieri di Mario La Cava&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;1) “(A Bovalino) Manca un interessamento alla politica e non si può affermare che il paese migliori per merito dei suoi dirigenti. A dare un’idea della noncuranza dei suoi amministratori, basta rilevare che i fondi di due ospizi di mendicità in 50 anni e più da che sono stati costituiti, non hanno raggiunto ancora lo scopo per cui erano stati destinati. In cambio vi sono molte persone intelligenti con le quali si può parlare, senza guastarsi il sangue; vi sono dilettanti nelle arti e nelle lettere, molto esperti; e soprattutto vi sono in così gran numero caratteri singolari, proprio a migliaia, da far pensare che qui un La Bruyére avrebbe di che imparare: tanto che alcuni anni fa due scrittori Toscani, Giorgio Vigni e Alessandro Bonsanti, il primo venuto a conoscenza diretta del paese, il secondo in modo indiretto, avevano notato meravigliati la cosa. Per il resto, la persona dabbene in generale è lasciata in pace, senza quegli odi forsennati degli altri paesi che rendono la vita difficile. Qui, né durante il Fascismo né con l’Antifascismo è successo nulla di grave. Siamo tutti amici, e una reciproca tolleranza è la bandiera che ci distingue.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2) “…aspettavo il ritorno del padrone della vecchietta dalla campagna. Costui era un proprietario di tipo medio, uno di quelli in Calabria la cui vita è modesta e che tale pensava di dovere restare. Poteva per questo concedere alla vecchina di vivere in pace gli ultimi suoi giorni nel fondo che il marito per tanti anni aveva coltivato, senza pretendere una coltivazione accurata. Gli parlo e mi dice: «Hai fatto bene a avvertirmi. Provvederò a vendere subito le pecore. E quando andrà l’ufficiale giudiziario a pignorare, troverà un bel nulla. Che le venda il letto? Altro non ha! Il letto non glielo venderà…» «Va bene – risposi – Ma come vivrà la donna, senza il guadagno dell’allevamento?» «Per questo si… Però il veterinario avrebbe potuto fare a meno di denunziare tanta povera gente! Sono centocinquanta i denunziati… Il guaio è che si dovrebbe andare ad Ardore per stendere l’opposizione, se si facesse a tempo… Chi vuoi che vada ad Ardore?» «Ha detto che non l’avevi avvertita…» «Forse è vero: ma ella avrebbe dovuto saperlo… Chi mai ci avrebbe pensato? Facciamo così: non credo che le vadano a vendere subito le pecore. Appena potrò, andrò a trovare Pietro, il vicino, e mi metterò d’accordo con lui che si dichiari, in caso di necessità, proprietario delle pecore al posto della colona. Ella dirà che è una semplice guardiana; e quando gli ufficiali cercheranno di acciuffare le pecore, salterà fuori Pietro, il vicino. Altro non avranno da prenderle. Col tempo si dimenticheranno di lei…» «Forse è la soluzione migliore!» dissi; e per quella sera, dopo aver complottato da buon Calabrese l’imbroglio da tendere allo stato, per fare un’opera buona, ritornando a casa ebbi il cuore tranquillo.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Andrea Radosta&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-2794025728912205054?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/2794025728912205054/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=2794025728912205054&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/2794025728912205054'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/2794025728912205054'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/04/pensieri-di-mario-la-cava-1-bovalino.html' title=''/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R_tXU6i53qI/AAAAAAAAAH0/C5ngGcTE9YI/s72-c/lacava.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-6501485036755959168</id><published>2008-02-11T15:57:00.000-08:00</published><updated>2008-02-11T16:01:04.194-08:00</updated><title type='text'>GIUSEPPE TARDIO</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R7DhoFX-FJI/AAAAAAAAAHg/nxMQqImS14s/s1600-h/Tardio.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R7DhoFX-FJI/AAAAAAAAAHg/nxMQqImS14s/s320/Tardio.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5165876851347690642" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Giuseppe Tardio agì nel Cilento tra il 1862 ed il 1863. Originario di Piaggine, ma vissuto a Campora era un uomo molto colto, infatti si era laureato nel 1858, a 24 anni, presso il Reale Liceo di Salerno. Dopo aver preso contatti a Roma con il comitato borbonico si imbarcò da Civitavecchia con trentadue uomini e sbarcò ad Agropoli per fare il capo-brigante anzi "il capitano comandante le truppe borboniche", come lui stesso si definiva. A questo gruppo di uomini se ne aggiunsero molti altri, la banda superò di gran lunga le cento unità. Tardio iniziò così la sua opera di sommossa popolare contro il "tirannico e fazioso dispotico regime Sabaudo" proprio da Agropoli e continuando per molti altri centri del Cilento, quali Centola, Foria, Camerota, Celle di Bulgheria, Novi Velia, Laurito, Vallo della Lucania ed altri ancora, a Futani disarmò l'intera guarnigione della Guardia Nazionale. Nei paesi da lui occupati si distruggevano i monumenti, le litografie gli stemmi reali e quant'altro potesse essere riferito al regime sabaudo o a Garibaldi, poi alla folla (che in genere lo accoglieva con simpatia) lanciava dei proclami, invitando i cittadini a schierarsi sotto il vessillo del "leggittimo sovrano Francesco II" e ad insorgere contro il tiranno subalpino che aveva ridotto la "seconda valle dell'Eden" (così definiva il Cilento) a "triste contrada di provincia" angariata da tributi e rendendo il popolo nelle condizioni simili ai quelle dei "barbari del settentrione del Medio Evo". Verso la fine del 1863 presso Magliano grande la sua Banda venne annientata da un attacco congiunto dei Carabinieri e della Guardia Nazionale e di lui si persero le tracce, fino a quando tradito da un suo concittadino, venne arrestato nel 1870; al processo scrisse una sua memoria difensiva in cui diceva: "io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici; talché non si potrebbe chiamarmi responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata". Venne condannato a morte, ma la pena fu poi trasformata in lavori forzati a vita, morì a 58 anni avvelenato in carcere da una donna, se ne ignora il motivo.&lt;br /&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:85%;color:#ff0000;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;Giuseppe TARDIO: studente brigante che comandava nel Salernitano una comitiva. Giovane di agiata famiglia che, dopo un viaggio a Roma ed i contatti con il Comitato Borbonico, tornò in paese per fare il capobrigante nel Cilento. Con la sua banda di circa 100 uomini fece irruzione in Agropoli, Laurito, Centola ed altri centri, disarmò la Guardia Nazionale di Futani. Nonostante fosse stato ferito ed avesse avuto un gran numero di morti nel suo gruppo, Tardio non desistette, si spostò nel Vallo di Diano e devastò case e poderi di liberali. Gli sbandati lo seguivano a valanghe. Fu attivissimo agitatore e trascinatore per tutto il 1862 e parte del 1863, fino all'attacco definitivo che gli fecero Carabinieri e Guardie Nazionali a Magliano Grande. Di Tardio si perdette ogni traccia, forse emigrò. Ma non fu il solo studente che combatté i piemontesi. Almeno altri due studenti furono accaniti combattenti contro i piemontesi, come risulta da un processo del 1864 citato dal Molfese. Tardio lanciava proclami "ai popoli delle Due Sicilie" incitandoli a schierarsi "sotto il vessillo del legittimo sovrano Francesco II contro il fazioso dispotismo del subalpino regime" firmandosi, "Capitano comandante le armi Borboniche"; non soltanto emanava proclami ma anche ordini di pagamento, talvolta eseguiti dalle autorità municipali.&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:85%;" &gt;fonti wwwbrigntaggio.net&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:78%;color:#000080;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:Arial;font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-6501485036755959168?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/6501485036755959168/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=6501485036755959168&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6501485036755959168'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6501485036755959168'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/02/giuseppe-tardio.html' title='GIUSEPPE TARDIO'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R7DhoFX-FJI/AAAAAAAAAHg/nxMQqImS14s/s72-c/Tardio.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-3058945309933904280</id><published>2008-02-11T13:22:00.000-08:00</published><updated>2008-02-11T16:11:12.561-08:00</updated><title type='text'>Pietro Monaco</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R7DiDFX-FKI/AAAAAAAAAHo/jVeeZzrM13w/s1600-h/Ciccilla%5B1%5D.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R7DiDFX-FKI/AAAAAAAAAHo/jVeeZzrM13w/s320/Ciccilla%5B1%5D.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5165877315204158626" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;MARIA OLIVIERO DETTA CICCILA  MOGLIE DEL BRIGANTE MONACO FU LA CAPOMILITARE DELLA SUA BANDA DOPO L'ASSASSINIO DEL MARITO, PER ECCELLENZA TRA TUTTE LE DONNE DEL BRIGANTAGGIO FU LA PIU' COMBATTIVA&lt;br /&gt;VEDI http://it.youtube.com/watch?v=eO5nwpCpp-A&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pietro era un sottufficiale borbonico che, all'arrivo di Garibaldi, aveva disertato abbracciando la causa della rivoluzione. S'era arruolato col biondo liberatore e aveva combattuto, pare bene, guadagnandosi anche le spalline di sottotenente durante l'assedio di Capua. Ignoriamo quale particolare atto di valore compisse Monaco durante quell'episodio di guerra che non diede a nessuno dei contendenti occasioni di eroismo. Ricordiamo che Capua fu investita il primo novembre 1860 dal V Corpo dell'esercito italiano. Nel pomeriggio di quel giorno le artiglierie cominciarono a battere la città e il bombardamento durò molte ore, provocando incendi e vittime fra la popolazione civile. Gli abitanti rumoreggiando chiesero ai comandanti borbonici - capo di stato maggiore della piazza era quel capitano Tommaso Cava de Gueva di cui abbiamo citato gli scritti - che cessasse ogni resistenza. E Capua si arrese. Pietro Monaco, comunque, era un animoso: se combattè coi liberatori con lo stesso coraggio con cui fece il brigante, certamente si distinse. Ma l'avventura unitaria fu breve e deludente. Come tanti altri volontari, l'ex sergente borbonico fu smobilitato, emarginato, diventando di colpo disoccupato e sospetto alle nuove autorità. Era tornato a casa pieno di rancori e s'era impelagato nella lotta politica locale, fatta di contrasti fra clan disposti ad indossare tutte le casacche pur di arraffare potere nei paesi. Scivolato in una brutta storia di vendette e di offese, Pietro uccise un possidente di Serrapedace, piccolo centro alle falde della Sila, e dovette darsi alla macchia. Dopo poco tempo, era a capo di una comitiva di sbandati e di ribelli, era brigante. La sua guerra non ebbe alcun obiettivo politico preciso, né si collegò direttamente ai tentativi di restaurazione borbonica operati in altre zone del Mezzogiorno: fu una lotta, ben nota da secoli a molti calabresi, contro baroni e galantuomini che, in questo caso, s'erano schierati non disinteressatamente coi nuovi governanti. E naturalmente questa lotta faceva gioco ad altri baroni e ad altri possidenti che, per motivi diversi, col nuovo ordine non s'intendevano. Per capire la guerra di Pietro Monaco bisogna conoscere la Sila, aspra, fatata e boscosa che un insondabile disegno ha fatto sorgere su una terra circondata da un mare tiepido. La Sila, prima che la riforma agraria dei tempi nostri l'ingrigisse, era ricca di mandrie, abitata secondo il ritmo delle stagioni da caporali delle vacche, carbonai e contadini caparbi e parchi che la sfruttavano magari senza il ritegno e la pazienza che gli ecologi di oggi avrebbero usati. Il bisogno non è un buon consigliere. Era una montagna solenne e dura, bellissima e ricca. Sì, ricca, almeno secondo i metri di valutazione del tempo andato: oggi le montagne appaiono buone soltanto per gli albergatori e i turisti, ma una volta non era così. La Sila era amata e difesa, soprattutto dai contadini senza proprietà ai quali il regime demaniale di gran parte di quella terra garantiva il diritto di sfruttamento. Ma proprio per questo la storia della Sila è una storia di rivolte e di usurpazioni, di boschi e di pascoli contesi da baroni e contadini. Una vertenza secolare che periodicamente finiva davanti ai giudici, spesso davanti al giudice supremo, che era il re. I baroni tendevano ad usurpare le zone demaniali, i contadini difendevano il diritto di fare legna e di coltivare. La storia giudiziaria del regno di Napoli è piena degli scartafacci con cui le "università", le comunità, silane si opponevano alle pretese dei feudatari. Ma per scrivere quelle carte bisognava trovare gli avvocati, pagarli soprattutto, avere pazienza e fiducia nei giudici. E giudici e avvocati quasi mai erano dalla parte dei cafoni, i quali conoscevano anche sistemi più spicci per regolare le questioni. Accadeva così che spesso le carte legali lasciassero il posto alle fucilate. La vita nei borghi era avvelenata da faide, soprusi, violenze. Anche per questo il brigantaggio nella zona era endemico: i Borboni nel 1845 avevano istituito le corti marziali per gli "scorridori di campagna" e nel '47 avevano inviato il generale Statella a dirigere la represione della guerriglia contadina. Nel '49 era stato mandato il maresciallo Ferdinando Nunziante col potere di dichiarare lo stato d'assedio che di fatto, in alcune zone della Calabria, cessò soltanto nel '52. Ma nel '59, quando il regno era vicino alla fine, Francesco II aveva dovuto mandare in Calabria il generale Emmanuele Caracciolo di San Vito col potere di nominare consigli di guerra per giudicare i briganti. Il crollo dei Borboni aveva creato quindi una situazione di disordine e incertezza nella quale il brigantaggio divampò con rinnovata violenza: tutto il Sud era in rivolta, la stagione era propizia per regolare i conti sospesi. La fine del regno scatenò gli appetiti: era il momento di accaparrarsi le terre demaniali e quelle ecclesiastiche e chi poteva concorrere alle aste se non i vecchi baroni e i nuovi protagonisti, i "galantuomini"? I moti contadini scoppiarono- anche per questo, non sarebbero bastate le sobillazioni dei borbonici e del clero. Per molti briganti calabresi può valere la morale   che si trae da un episodio riferito dallo storico Franco Molfese. Eccolo. Un avvocato fu sequestrato da una banda di briganti campani e, per ingraziarseli e convincerli a rilasciarlo, cominciò a vantare il suo borbonismo, l'attaccamento alla spodestata dinastia. Un brigante lo ascoltò per un poco, quindi tagliò corto, dicendogli: "Tu sei avvocato, sei un uomo istruito, pensi veramente che noi fatichiamo per Francesco II?". Ebbene, i briganti della Sila combattevano per se stessi, contro i nemici di sempre, e facevano la guerra contro i soldati per legittima difesa, ma anche perché i soldati rappresentavano un regime che appariva oggettivamente schierato contro i pastori e i contadini, un regime fatto su misura per i "galantuomini" accaparratori. Cominciarono a tirare sui bersaglieri con lo stesso spirito con cui avevano tirato sui soldati e sulle guardie urbane del Borbone. La banda di Pietro Monaco fu abbastanza numerosa, anche se non raggiunse mai le dimensioni di quelle di Crocco o di Chiavone. I capibanda calabresi collaboravano fra loro, ma non cercarono mai di centralizzare il comando delle forze; individualisti e sospettosi l'uno dell'altro applicavano fino in fondo il vecchio proverbio calabrese che dice: "Miegghiu cap'i licerta ca cud'i liuni" (meglio testa di lucertola che coda di leone). Gli obiettivi non erano direttamente i reparti militari, coi quali comunque si doveva fare a fucilate, quanto i possidenti e i loro servi armati, squadriglieri da quattro carlini al giorno, sempre ambigui, in equilibrio instabile e sospetto fra i briganti, gente del loro mondo, e i padroni che pagavano poco e tardi, dopo avergli fatto allungare il collo, ma pagavano. Pietro Monaco - descritto da Michele Falcone, un sequestrato che ebbe modo di osservarlo da vicino per molto tempo, come "tarchiato della persona, bruno di volto e di pelo, con occhi fieri e incavati che ispiravano diffidenza ed orrore,— attaccava masserie isolate, scannava greggi intere, metteva taglie sui proprietari. Ciccilla (su Maria Oliviero vedi video youtube di pedritoya) se ne stava a casa, in paese, dove il marito rientrava spesso. La latitanza era facile, c'erano i manutengoli, i galantuomini disposti ad aiutarlo. Marianna un giorno si accorse che il marito guardava, durante i periodi che trascorreva a casa, con troppo interesse la cognata. Marianna non ebbe dubbi e una notte, con trenta colpi di scure, come lei stessa ebbe poi a confessare, uccise per gelosia la sorella. Pietro, che probabilmente avrebbe preferito lasciarla a casa, dovette per forza portarla con sè, non poteva abbandonarla alla giustizia. Quei trenta colpi di scure, poi, erano un chiaro indizio di predisposizione alla vita brigantesca. Cosi Marianna alias Ciccilla smise la gonna e indossò la tenuta del fuorilegge, giubba coi rever decorati da monete usate come bottoni e calzoni di velluto, che in più occasioni la fecero scambiare per "un imberbe e biondo giovinetto". Tutti coloro che ebbero a che fare con lei non accennarono mai a una particolare ferocia, a una morbosa violenza del carattere, mentre del marito molti sottolinearono la spietatezza, compreso quel Michele Falcone il quale scrisse che Pietro Monaco "nella ferocia dell'indole ritraeva moltissimo Fra Diavolo, il fido amico di Carolina d'Asburgo". Ma Michele Falcone non era obiettivo e pagava il suo scotto di galantuomo acculturato alle mode politiche e letterarie dell'epoca. Come vivevano i briganti? Si prendevano qualche soddisfazione, ma la loro vita era dura. Dormire con un occhio solo, spesso all'addiaccio, muoversi sempre, camminare, cavalcare, col fucile che diventa il naturale prolungamento del braccio, dare morte e aspettarsi la morte. Senza pace, una giostra violenta fra boschi e fiumare, muoversi a primavera e in estate, quando i giorni sono lunghi e caldi, quietarsi in inverno, come le serpi, nelle capanne misere dei carbonai, ma sempre col duebotte fra le ginocchia. Mangiare e bere, certo, cavarsi la fame, una fame stagionata, più vecchia di loro, banchettando con le pecore dei signori che loro e i loro padri per anni avevano guardato senza poterle toccare. Bevevano il vino nero e aspro (ma qualche manutengolo mandava il rosolio) e usavano le loro donne senza vezzi, contadine ardite che soltanto da brigantesse si levavano, anche loro, qualche sfizio. Di denari ne maneggiavano tanti, ma ben poco rimaneva attaccato alle loro dita. L'arte di tenere i soldi è da "civili", presuppone una collaudata consuetudine con l'oro; i briganti scialavano per una breve stagione, sapevano che una palla prima o poi li avrebbe fermati. C'erano anche i manutengoli da ungere, la gente che faceva arrivare in campagna - rischiando grosso - armi e polvere, tabacco, notizie. Ma l'ebrezza di quella vita raminga era costituita dal potere. Quanto valeva la morte di un nemico odiato intensamente per anni? Che prezzo dare alla sottomissione di un piccolo don Rodrigo di paese? Questa era la droga dei briganti, la sensazione inebriante di poter creare e applicare, lì e in quel momento, l'unica legge. Dopo, ma soltanto dopo, sarebbero giunti i bersaglieri, gli squadriglieri e la morte. Amen. Al fondo della morale dei ribelli c'è una disperazione senza fine, la convinzione che nessun regime assicurerà quella giustizia giusta che ai cafoni serve più del pane. E se si deve scegliere fra i governanti antichi e nuovi, meglio il vecchio re, sospettoso dei galantuomini e dei baroni, il vecchio re pacioso degli aneddoti napoletani - Francesco II era giovane, ma quel che conta è l'archetipo del regnante borbonico - che quello nuovo, tutto sciabole e speroni e squilli di tromba e scariche di fucileria. Viva lu rre, quello loro, quello della Sila regia e della dogana delle pecore, e viva la Madonna del Carmine, perdio! Torniamo a Ciccilla e alla sua banda. Pietro Monaco in poco tempo diventò noto e temuto e vide aumentare il suo prestigio quando, nel dicembre del 1862, un brigante pentito, Giuseppe Scrivano, d'accordo con un suo parente capo di una squadriglia, il famoso Rosanova, tentò di ucciderlo. Scrivano - che poi, sempre facendo il doppio gioco, finì sparato per sbaglio dai bersaglieri - gli tirò, ma lo ferì soltanto. In Calabria, allora, gli infami non erano amati e il tradimento mancato servì alla leggenda di Pietro Monaco, al mito della sua invulnerabilità. Ma l'ex sergente borbonico preparò da sè la sua fine quando decise di sequestrare alcuni membri di una ricca famiglia di Acri, i Falcone. Fece il colpo nel settembre del 1863 (insieme con i Falcone sequestrò anche il vescovo di Nicotera e Tropea, De Simone, e un canonico che poi furono rilasciati), ma inseguito da truppa e squadriglieri dovette portarsi dietro gli ostaggi per due mesi. La famiglia Falcone (schierata col nuovo regime: uno dei giovani era caduto a Sapri e altri membri erano, subito dopo l'unità, organizzatori e comandanti della Guardia nazionale impegnata nella lotta alle bande) in più rate pagò 16 mila ducati, oltre ad armi e orologi d'oro, e avrebbe pagato anche di più se i sequestrati, approfittando di uno scontro a fuoco fra briganti e truppa, non fossero riusciti a fuggire. Comunque, i Falcone a Monaco la giurarono e fecero sapere in giro che avrebbero ben pagato chi gli avesse portato la testa del brigante. Nel dicembre di quello stesso 1863, Marrazzo, Celestino e De Marco, uomini della banda Monaco, si presentarono a casa Falcone e dissero che, se gli fosse stato fornito del veleno, avrebbero assassinato il capo. E indicativo che scegliessero subito l'arma delle femmine, non se la sentivano di alzare la mano contro Pietro. I Falcone gli diedero della stricnina, ma il colpo andò a vuoto, i tre cafoni non seppero avvelenare l'acqua. I traditori, quindi, dovettero passare a metodi più spicci e una notte tirarono due colpi mortali a Pietro Monaco addormentato in un pagliaio. Contemporaneamente spararono a Ciccilla, che rimase ferita a un braccio, e uccisero un altro uomo della banda, Giacomo Madeo. A questo brigante tagliarono la testa che, per molti giorni, fu esposta nel punto in cui i Falcone erano stati sequestrati. Ciccilla però non si arrese. Assunse il comando della banda e tenne la campagna per altri 47 giorni, fino a quando, circondata dalla truppa, dovette arrendersi. E furono questi 47 giorni a procurarle la fama. Sulla sua fine si hanno notizie discordanti. Secondo un'annotazione manoscritta sul retro di una fotografia segnaletica, Ciccilla fu condannata a morte e fucilata, secondo un'altra annotazione le furono inflitti quindici anni di galera. Gli assassini di Pietro Monaco furono portati in trionfo per tutti i paesi della Sila e le autorità invitarono i proprietari a fare una colletta per i "pentiti". Una procedura barbara, che fece scalpore e provocò la reazione delle autorità centrali. Marrazzo, Celestino e De Marco furono quindi arrestati e processati, ma la condanna fu mite.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;wwwbrigantaggio.net&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-3058945309933904280?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/3058945309933904280/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=3058945309933904280&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/3058945309933904280'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/3058945309933904280'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/02/pietro-monaco.html' title='Pietro Monaco'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R7DiDFX-FKI/AAAAAAAAAHo/jVeeZzrM13w/s72-c/Ciccilla%5B1%5D.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-1878555938222554647</id><published>2008-02-09T15:41:00.000-08:00</published><updated>2008-02-09T15:45:35.962-08:00</updated><title type='text'>FU PULIZIA ETNICA?</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R646ylX-FII/AAAAAAAAAHY/YCmsEmRy2Bw/s1600-h/briganti_4.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R646ylX-FII/AAAAAAAAAHY/YCmsEmRy2Bw/s320/briganti_4.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5165130463341057154" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Una pagina non è stata scritta dalla storiografia conformista, appiattita sulle versioni ufficiali dei "vincitori", la pagina relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati "vinti". Questa pagina l'ha scritta recentemente Fulvio Izzo pubblicando "I Lager dei Savoia" (1999). Si fece grande rumore quando lord Gladstone pubblicò nelle sue lettere e relazioni da Napoli le condizioni delle prigioni, certamente non buone. Ma Gladstone, che scriveva per incarico di Lord Palmerston, il quale a sua volta aveva un interesse politico, scriveva per sentito dire, riferendo ed amplificando quanto gli era stato raccontato da prigionieri politici che avevano in odio i Borbone, e le sue relazioni fecero definire il regime borbonico "negazione di Dio". A nulla valse che egli successivamente scrivesse che non era stato in nessun carcere e nessun ergastolo e che "aveva dato per veduto quello che gli avevano detto", a nulla valse la confutazione che fu fatta con la "Rassegna degli errori e delle fallacie pubblicate dal signor Gladstone" uscita immediatamente dopo le relazioni, nel 1851. I vinti e gli oppositori, ieri come oggi, non hanno diritto di parola; se parlano o scrivono, vanno coperti dal silenzio ostile. Certamente il governo dovette affrontare improvvisamente un problema vasto e complesso con i prigionieri, 1700 ufficiali dell'esercito borbonico e 24000 soldati, senza contare quelli che ancora resistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina, e Civitella del Tronto. Ma affrontò il problema con la durezza piemontese, con la boria del vincitore, non con la "pietas" che sarebbe stata più utile, forse necessaria. Ci fu un trattamento duro e spietato che questa volta non trovò nessun Gladstone con un megafono amplificatore. Un tentativo di risolvere il problema fu fatto con il decreto 20 dicembre 1860 e la chiamata alle armi degli uomini che sarebbero stati di leva negli anni 1857, 1858, 1859, 1860 nell'esercito delle Due Sicilie, e fu un fallimento. Si sarebbero dovuti presentare 72.000 uomini, se ne presentarono 20.000. A migliaia questi uomini furono prima concentrati nei depositi di Napoli o nelle carceri, poi trasferiti nei depositi di Genova, Alessandria, Milano, per il decreto 20 gennaio 1861 che istituì "Depositi d'uffiziali d'ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie". Poi furono istituiti due veri e propri campi di concentramento, uno a Fenestrelle ed un altro a San Maurizio. Il forte di Fenestrelle era stato costruito da Vittorio Amedeo nei primi anni del 700, sulla sinistra del Chisone. Più che un forte, era un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni e uniti da una scala, scavata nella roccia, di quattromila gradini. Era una ciclopica cortina bastionata cui la naturale asperità dei luoghi e il rigore del clima conferivano un aspetto sinistro. Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia, ed ebbe a provarla il Cardinale Pacca prigioniero di Napoleone. Non era più gradevole il campo impiantato nelle "lande di San Martino" presso Torino per la "rieducazione" dei militari sbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà. Così, in questi luoghi terribili i fratelli "liberati" venivano rieducati e tormentati dai fratelli "liberatori"! Vi arrivavano, i "liberati", laceri, cenciosi, affamati, affaticati. Altre migliaia di "liberati" venivano confinati nelle isole, Gorgona, Capraia, Giglio, del tutto inospitali, all'Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Fu "pulizia etnica", come si dice oggi con ipocrita neologismo. In Parlamento si facevano molte polemiche, molte discussioni, anche aspre, ma nulla si diceva per questi infelici, neppure dai deputati meridionali, soggiogati dal mito sabaudo. Solo Francesco Proto Carafa duca di Maddaloni gridava: "Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospiti terre del Piemonte... Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l'inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?" Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli Atti parlamentari, vietandosene la discussione in aula. Era la politica del silenzio! Era la criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammettere l'esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai "liberati" di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. Si volle trarre pretesto dall'operato di autentici malfattori per confondere soldati, contadini, operai, braccianti, proscritti, sotto l'unica denominazione di "briganti", si accomunarono ai briganti i soldati di un esercito sconfitto e gli scontenti di una situazione nuova, con lo stesso nome di "reazionari"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;FONTE www.brigantaggio.net&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-1878555938222554647?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/1878555938222554647/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=1878555938222554647&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1878555938222554647'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1878555938222554647'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/02/fu-pulizia-etnica.html' title='FU PULIZIA ETNICA?'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R646ylX-FII/AAAAAAAAAHY/YCmsEmRy2Bw/s72-c/briganti_4.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-8835996419197462056</id><published>2008-02-09T13:48:00.000-08:00</published><updated>2008-02-09T14:17:22.991-08:00</updated><title type='text'>LA BORBONICA GUERRA PER BANDE</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R64mPFX-FHI/AAAAAAAAAHQ/hOnvrdKZXF8/s1600-h/brigantaggio.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R64mPFX-FHI/AAAAAAAAAHQ/hOnvrdKZXF8/s320/brigantaggio.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5165107863223145586" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;" Viva 'o re" fu il grido con cui i reggimenti napoletani del "felicissimo Regno delle due Sicilia" usavano andare all'assalto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Questo grido risuonerà rauco e disperato nelle terre del Sud anche dopo l'annessione al Regno d'Italia. A gridarlo saranno bande di irregolari, per lo più ex soldati dell'esercito borbonico, che non intendono arrendersi.&lt;br /&gt; Sono i romantici disperati dell'ultima barricata, malgrado tutto sia irrimediabilmente perduto. Per essi non ci sarà né onore né gloria, ma soltanto una crudele guerra per bande.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; " Brigantaggio" lo chiameranno sprezzantemente i Piemontesi. E con il termine "briganti" i legittimisti saranno consegnati alla Storia. Il "vae victis" di Brenna non è soltanto un aneddoto storico, è una costante nella storia dell'umanità. I vinti passeranno alla storia sempre e soltanto attraverso le pagine scritti dai vincitori e dovranno sempre giustificare il perché si siano battuti "per la parte sbagliata".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Dunque, briganti ! Dopo averli massacrati si cercò quindi di liquidarne definitivamente la memoria storica con la taccia infamante di essere banditi da strada. Per questi motivi l'ossequiente storiografia ufficiale ha sempre etichettato per il passato, salvo rare e lodevoli eccezioni quali un Alianello e la sua "Conquista del Sud", ricca di spunti di riflessioni, con lo spregevole termine di "brigantaggio" quel decennio di storia italiana delle provincie meridionali, che seguì alla caduta del Regno delle Due Sicilie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Eppure in quel complesso fenomeno politico-militare si riversò di tutto. Da certo brigantaggio vero e proprio, secolare male endemico per le nostre contrade, alla resistenza popolare di fronte ai "diversi" Piemontesi, che avevano portato tra l'altro nuove e pesanti tasse e l'odiosa coscrizione obbligatoria, per finire all'idealismo di giovani ufficiali e soldati dell'ex esercito borbonico, irriducibili innamorati, "patuti" con voce popolare, della bianca bandiera gigliata, a cui un giorno avevano giurato eterna fedeltà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; In questo esplosivo, e a volte sanguinoso, cocktail, accanto ad avanzi di galera e grassatori analfabeti, che non poche volte però riscattano il proprio passato con una morte onorevole, si riscontrano luminose figure di veri e propri "combattenti politici". Sono quest'ultimi a dare il sapore di epopea popolare alla sudista guerra per bande.&lt;br /&gt; Essi non hanno letto né tantomeno studiato Clausewitz, ma la guerra o per meglio dire la guerriglia sanno farla. E bene anche. Molti capibanda legittimisti si fanno ripetutamente beffa dei migliori strateghi avversari.&lt;br /&gt; Questa volta i meridionali si battono bene, li guidano capi decisi e non titubanti traditori. Viene così smentita clamorosamente la diceria che i Napoletani siano "cattivi e vili combattenti". D'altronde i Piemontesi se ne&lt;br /&gt; sono già accorti alla sanguinosa battaglia del Volturno, quando l'armata di Francesco II ha dimostrato di non essere un esercito di parata o da operetta. Le migliaia di morti e feriti d'ambo le parti, contati dopo la&lt;br /&gt; cruenta battaglia, testimoniano che ai Napoletani è mancata la fortuna non il valore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Anche la guerriglia esige un altissimo tributo di lacrime e di sangue. Da tutti, dai legittimisti e dagli "invasori", ma soprattutto dalle popolazioni meridionali, che parteggiano in maggioranza per i primi.&lt;br /&gt; I capi delle bande, dai soprannomi impossibili, quali solo la fantasia popolare può inventare (Pizzichicchio, Cicquagna, Pirichillo, Coppa, Diavolillo, Pilone, etc), provengono nella quasi totalità dai quadri del disciolto esercito borbonico. Dunque soldati del re ancora in armi, malgrado il " tutti a casa", che segue fatalmente ad ogni definitivo tracollo militare. Essi sono capi amati e rispettati, e perché no temuti, ma sempre per libera scelta da parte di tutti gli altri componenti. La scelta, trattandosi di formazioni volontarie, ricade sempre, e non può essere altrimenti, sui più abili, determinati e coraggiosi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Lo spontaneismo che si osserva nella strutturazione delle bande non significa assolutamente anarchia. Come ogni vero gruppo di combattimento che si rispetti, in esse regna una ferrea disciplina militare, cosa d'altronde più che logica in quanto ne va della sopravvivenza stessa dei componenti.&lt;br /&gt; Disciplina e organizzazione militare più che efficienti, come hanno riconosciuto rigorosi storici, che non si può certo accusare di essere corrivi al fascino del "mito sudista". Dell'esistenza di questa rigida disciplina ne sono prova le pagine del diario scritto dal Sergente Romano, alias Pasquale Domenico Romano, Primo Sergente ed Alfiere nella I Compagnia del V Reggimento di linea borbonico. Uno dei migliori capibanda, che&lt;br /&gt; scorrazza con i suoi 500 uomini a cavallo nelle pianure pugliesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Gli stessi storici sono stati costretti ad ammettere che la tanto vituperata "ferocia sanguinaria" dei cosiddetti briganti è dovuta alle piccole bande di malfattori, che vivono come parassite ai margini delle grandi bande&lt;br /&gt; legittimiste. Formate per lo più da delinquenti comuni, approfittano del caos di quei tempi burrascosi per meglio perpetrare i loro delitti, ammantandoli di una falsa coloritura politica.&lt;br /&gt; Le razzie, i saccheggi, le uccisioni e i sequestri compiuti anche dalle bande legittimiste rispondono quasi sempre alle tragiche necessità della guerriglia e dell'autofinanziamento.&lt;br /&gt; Il segreto del successo per cui i ribelli tengono per così lungo tempo in scacco notevoli forze avversarie sta nella perfetta conoscenza del terreno, nella loro straordinaria mobilità, nella copertura, che spesso rasenta la complicità, delle popolazioni. Non solo le montagne e i boschi, luoghi naturalmente elettivi per ogni forma di guerriglia, sono teatro delle loro gesta. Anche in campo aperto, come le vasti distese della Puglia, i legittimisti dimostrano un buona padronanza della tattica militare, tanto da impegnare in combattimenti frontali interi reparti della cavalleria sabauda, tra i quali i lancieri di Montecelio e i Cavalleggeri di Saluzzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; La carta decisiva e vincente della mobilità fa sì che il combattente legittimista viva praticamente sempre in marcia. Spesso egli, per più giorni, forma un tutt'unico con la propria cavalcatura, bardata con la doppia bisaccia, in cui trovano posto i pochi viveri e le preziose munizioni. Non è eccezionale per le bande percorrere senza soste, in solo dodici ore e di notte, anche 50 miglia su terreno impervio. Se al frugale&lt;br /&gt; desinare e al poco riposo, aggiungiamo il clima inclemente e rigido, che nella stagione invernale investe le zone montuose interne del Meridione, ci si rende conto quale tempra di uomini fossero i combattenti filo-borbonici.&lt;br /&gt; E si capisce del perché fosse necessario anche una dura disciplina e la presenza di un capo carismatico, riconosciuto spontaneamente per tale da tutti, per superare, senza gli inevitabili sbandamenti e diserzioni, i molti momenti di stanchezza e di sconforto. Ma soprattutto si capisce quale genuina idealità animasse il grosso delle formazioni ribelli.&lt;br /&gt; La flessibilità del numero degli elementi formanti una banda è un'altra caratteristica degna di menzione. Al nucleo originario, che costituisce lo zoccolo duro della resistenza, si aggrega nella stagione propizia,&lt;br /&gt; soprattutto nei primissimi anni successivi al 1860, altra gente, contadini quasi sempre, che fanno bravamente la loro guerra contro i nemici di re Francesco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Malgrado le inevitabili rivalità esistenti tra di loro, non sono poche le volte in cui diverse bande si concentrano in un'unica grossa forza da battaglia per colpire più duramente il nemico. Raggiunto lo scopo, ci si disperde rapidamente, riformando i gruppi originari. Normalmente la tecnica di combattimento è quella di sempre della guerriglia. Imboscate, attacco ai fianchi di colonne in marcia, rapide incursioni con ancor più rapide ritirate sulle montagne.&lt;br /&gt; Come tutti i combattenti irregolari i legittimisti non hanno una vera e propria divisa, anche se qualcuno indossa ancora orgogliosamente qualche vecchio e lacero capo della divisa dell'ex reggimento borbonico in cui ha militato. Quasi tutti però portano il cappello nero a larghe tese ornato da un nastro rosso. I capibanda più famosi ostentano sul petto le onorificenze concesse dal sovrano borbonico in esilio. Anche le bandiere di combattimento sono le più diverse e fantasiose. Accanto all'immancabile ed amata bianca bandiera gigliata, sventolano colorati stendardi con diafane figure di santi protettori e di bellissime madonne.&lt;br /&gt;Nella sudista guerra per bande anche la fede va in battaglia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;span style="font-size:85%;"&gt;di Orazio Ferrara&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; (Tratto dal libro dello stesso autore Viva 'o Rre. Episodi dimenticati della&lt;br /&gt; borbonica guerra per bande - Centro Studi I Dioscuri, 1997, vincitore 2°&lt;br /&gt; posto saggistica politica del Premio Internazionale Letterario Tito Casini&lt;br /&gt; di Firenze Edizione 1997)&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-8835996419197462056?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/8835996419197462056/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=8835996419197462056&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8835996419197462056'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8835996419197462056'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/02/la-borbonica-guerra-per-bande.html' title='LA BORBONICA GUERRA PER BANDE'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R64mPFX-FHI/AAAAAAAAAHQ/hOnvrdKZXF8/s72-c/brigantaggio.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-8279481305987343554</id><published>2008-02-02T12:07:00.000-08:00</published><updated>2008-02-02T12:17:37.053-08:00</updated><title type='text'>La «Chanson d’Aspremont»</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R6TPAxRcicI/AAAAAAAAAHA/jC0KNeE7uug/s1600-h/turpins-crosse-miracle-detail160.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R6TPAxRcicI/AAAAAAAAAHA/jC0KNeE7uug/s320/turpins-crosse-miracle-detail160.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5162478685006891458" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Anche l'Aspromonte ha la sua "chanson de gestes" : la «Chanson d’Aspremont» che si ricollega alla «Chanson de Roland» .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E a sfatare il mito che i poemi epico-cavalIereschi di chiaro stampo carolingio fossero di chiara pertinenza della catena montuosa dei Pirenei è stata  la preside dell’Istituto Magistrale professoressa Carmelina Sicari che ha relazionato sull'opera letteraria .  La &lt;&gt; assume anche dei significati esoterici visto che fu recitata di fronte all’Aspromonte nell’inverno 1190-91 per i crociati di Riccardo Cuor di Leone e di Filippo Augusto e nella stessa ballata si fa menzione di una santa croce portata dall’arcivescovo Turpino la quale, nel momento culminante della battaglia, emana fino al cielo una luce fiammeggiante, mettendo lo scompiglio nelle schiere saracene; così come si fa menzione di un’abbazia fondata dal duca Girart per seppellirvi i morti.   Tutto ciò fa avanzare alcune ipotesi che il sito religioso potrebbe essere l’attuale abbazia aspromontana di Polsi dove, prima del culto mariano, si praticava il rito della Santa Croce.    Ed altri riferimenti si hanno nella mezzaluna con cui termina l’estremità superiore della Croce di Polsi (la stessa modalità figurativa appare, accanto alla croce, in sigilli dell’Ordine iniziatico dei Templari) . Una mezzaluna, posta sopra la testa di Cristo, si trova anche nella Croce processionale d’argento di S.Marco Argentano (nella provincia cosentina), forse donata da Federico II all’abbazia di S.Maria della Matita ed i legami del sovrano con i Tempalri sono abbastanza noti (tra l’altro una svastica di epoca sveva è scolpita nel portale gotico della Chiesa di S.Francesco a Gerace ) .  Altri elementi di particolare interesse sono da annotare nella figura di S.Giorgio, il cui culto risultava particolarmente vivo anche durante il periodo bizantino (come viene menzionato da un’amuleto bizantino proveniente dal monastero basiliano di Calanna e conservato presso il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria : esso è il patrono della città della Fata Morgana (sorella di Re Artù e quindi elemento che si trova anche nelle leggende bretoni) .    San Giorgio avrebbe supportato anche Ruggero il Normanno nella battaglia del 1088 che sancì la sconfitta dei Saraceni e la loro cacciata dalla città reggina : gli abitanti della città dello Stretto lo effigiarono nel loro stemma civico a cavallo nell’atto di uccidere il drago (il nemico).&lt;br /&gt;Secondo Domenico Rotundo in «La "Chanson d’Aspromont": leggenda o realtà?» (pubblicato in Calabria Sconosciuta 1979, n. 5 pagina 78) sostiene l’ipotesi che nello stemma reggino siano raffigurati due episodi relativi alla vicenda d’Aspromonte entrambi decisivi per la storia&lt;br /&gt;della città: la vittoria della cavalleria cristiana, guidata da S.Giorgio sugli Arabi, e la conversione al Cristianesimo della regina saracena di Reggio, la vedova di Agolant, che era rimasta nella grande torre del Castello aragonese .   La ballata, facente parte del ciclo carolingio, fu composta durante la terza crociata, quindi in ambito normanno.   I Normanni che si sentivano gli eredi e continuatori di Carlo Magno, intendevano tracciare   una loro epopea come difensori della fede e della terra .   Il poema in ottave ha subito diversi rifacimenti e veniva narrata dai cantori medievali e la Sicari ha rintracciato il testo del poema nella biblioteca di Ferrara, ma arrivare a tale importante scoperta è partita da un'importante traccia ubicata nell'opera di Ludovico Ariosto "L'Orlando Furioso": poema scritto in ottave, come il nostro poema cavalleresco, dove il letterato della città  estense  dice che Orlando ha strappato l'elmo al suo nemico Almonte proprio sull'Aspromonte.  A questa importante affermazione la relatrice Carmelina Sicari aggiunge un'altra importante traccia: quella di Andrea Barberino autore di un poema "L'Aspromonte"  dove descrive le gurre tra cristiani e saraceni indicando un esatta ubicazione geografica: lo sbarco dei barbareschi nei pressi del torrente Calopinace, interessante ricordare anche che l'Ariosto attinse al poema epico-cavalleresco reggino non soltanto per la citazione l'elmo di Orlando preso sull'Aspromonte) ma anche quella di Bradamante, la guerriera da cui discenderà la stirpe degli Estensi, è Gallicella, la guerriera che poi sposerà Ruggiero di Risa (Reggio), il solo che è riuscito a sconfiggerla nelle armi.L’opera letteraria di un anonimo che poteva essere o un   trovatore o un maestro d'arme appartiene al filone carolingio delle "Chançon des gestes" (come la famosa "Chançon de Roland") anche se di certo vi è la penetrazione normanna che si era consolidata nel Sud della Penisola e che ha in   Reggio il suo punto centrale di interesse  In tale opera cavalleresca si narra che Reggio, chiamata Risa, sede di un tesoro fattovi seppellire da Annibale, descritta come fastosa ed importante città cristiana, del suo castello ed un eroe invincibile e santo, tale Ruggero di Risa, il cui corpo rimase intatto anche dopo il suo decesso.  &lt;br /&gt;Alla corte di Carlo Magno giungono emissari dall'Oriente per trattare e minacciare lo scontro definitivo che partirà dall'Aspromonte.         Le truppe cristiane si preparano  e Rolandino, l'Orlando ancora giovane, vuole unirsi ai paladini, ma tutto ciò non gli viene consentito per la sua giovane età ma egli riesce a fuggire dal castello di Reggio unendosi coi paladini nello scontro finali contro i mori.    Si combatté intorno alla città e nei combattimenti si distinsero Ruggieri che si innamorò della guerriera moresca Gallicella, Namo, altro eroe cristiano che salendo sulla montagna uccise il  Grifone, miticoRolandino uccise nei cruenti scontri l'eroe saraceno Almonte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span size="2"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;fonte www.circoloculturalelagora.it&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-family:Verdana, Arial, Helvetica;"&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;font-size:100%;color:#000000;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;span style=";font-family:&amp;quot;;font-size:12;"  &gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:&amp;quot;;font-size:12;"  &gt;  &lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-8279481305987343554?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/8279481305987343554/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=8279481305987343554&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8279481305987343554'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8279481305987343554'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/02/anche-laspromonte-ha-la-sua-chanson-de.html' title='La «Chanson d’Aspremont»'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R6TPAxRcicI/AAAAAAAAAHA/jC0KNeE7uug/s72-c/turpins-crosse-miracle-detail160.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-4536539863918916929</id><published>2008-02-02T09:53:00.000-08:00</published><updated>2008-02-02T16:22:23.184-08:00</updated><title type='text'>Locri: la fine del castello teotino, la nascita dell'ospedale di locri</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R6SvqBRcibI/AAAAAAAAAG4/ee8qtah_7sc/s1600-h/fotocastellolocri1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R6SvqBRcibI/AAAAAAAAAG4/ee8qtah_7sc/s320/fotocastellolocri1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5162444209304406450" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;No cari amici, non è una delle solite fiabe che una volta si raccontavano ai bambini prima del calar della notte.&lt;br /&gt;Piuttosto è una, breve e concisa storia di un Castello, un bel Castello che sorgeva dove ora è ubicato l'Ospedale Civile di Locri.&lt;br /&gt;Anzi, per meglio dire, fu esso stesso adibito a nosocomio prima che sorgesse la nuova costruzione, ma poi, per far spazio al costruendo nuovo ospedale, e con molto rispetto dei “beni culturali”, fu allegramente abbattuto dalle ruspe un bel mattino, di buon ora, verso la fine dell'anno 1970.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;      La storia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Castello Teotino era una villa signorile che sorgeva sulla collina di contrada Verga, ad una quota di 55 m sul livello del mare, costituito da un edificio centrale isolato e da una serie di bassi edifici rurali circostanti.&lt;br /&gt;Esso aveva l'aspetto di un fortilizio possedendo 3 piccole torri con una merlatura ghibellina. Tutt'intorno a se, a mo di decorazione, un giardino esotico.&lt;br /&gt;Sebbene il Castello risalisse ad epoche diverse il nucleo principale portava, sulla porta d'ingresso, la data di fondazione: A.D. 1846.&lt;br /&gt;In quel tempo i primi geracesi di avvicinarono alla zona marina per dare origine all'attuale Locri ed in contrada Verga era sorta una vasta casa coloniale di campagna circondata da uliveti, agrumeti e vigne.&lt;br /&gt;Verso la fine dell'Ottocento un erede del fondatore, Francesco Teotino, sposò la baronessa Marianna del Balzo Squillacioti e la villa di conseguenza fu ristrutturata e trasformata in Castello.&lt;br /&gt;Negli anni 30 il Teotino, a causa di cattive operazioni commerciali, si vide costretto a cedere molta parte delle sue proprietà che furono messe all'asta e acquistate dal commendatore Rocco Capua. Dall'incanto vennero esclusi i fondi portati in dote dalla moglie, fra cui Contrada Verga con annesso Castello in questione.&lt;br /&gt;Successivamente il Capua comprò anche tali beni, con esclusione del solo Castello.&lt;br /&gt;Rimasto in possesso del solo Castello, il Teotino lo amministrò fin verso la fine del 1946 quando, ormai ammalato,e acciaccato dagli anni, morì.&lt;br /&gt;Fu allora che gli eredi Teotino, anche per saldare grossi debiti di tasse non pagate, si risolsero a vendere il Castello che venne acquistato dal Comune di Locri.&lt;br /&gt;Come appare dalla figura, all'atto di vendita, il Castello aveva attorno a se un'area di pochi metri quadri e 7 piccole costruzioni la più vasta delle quali era un frantoio con annessa casa colonica.&lt;br /&gt;Due costruzioni (la 2 e la 3) erano usate come stalla e deposito di foraggi e tali costruzioni furono subito abbattute per ricavare spazio interno.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda lo stato dell'edificio centrale, ossia il castello, la metà sud di esso era edificata con mattoni pieni, (blocchi squadrati e malta cementizia), mentre la metà nord era stata edificata in modo affrettato e con materiale vile comprendendo anche i mattoni di fango chiamati “ bresti”.&lt;br /&gt;A ciò si aggiunga che gli edifici in questione erano anche danneggiati dal bombardamento del 1943.&lt;br /&gt;Il Castello, subendo anche alcune ulteriori modifiche, fù sede dell'Ospedale di Locri.&lt;br /&gt;La nuova struttura adibita a nosocomio, fu aperta il 1 settembre 1949 e rimase tale fin verso l'autunno del 1970 allorquando le ruspe iniziarono in maniera repentina il suo abbattimento .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;fonte da: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;www.giovanilocride.net&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-4536539863918916929?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/4536539863918916929/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=4536539863918916929&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/4536539863918916929'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/4536539863918916929'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/02/no-cari-amici-non-una-delle-solite.html' title='Locri: la fine del castello teotino, la nascita dell&apos;ospedale di locri'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R6SvqBRcibI/AAAAAAAAAG4/ee8qtah_7sc/s72-c/fotocastellolocri1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-5350887849116012947</id><published>2008-01-29T05:38:00.000-08:00</published><updated>2008-01-29T06:36:47.991-08:00</updated><title type='text'>IL SERGENTE ROMANO</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R58uBxRciaI/AAAAAAAAAGw/-xx0Yzl1jSY/s1600-h/romanodettosergente.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R58uBxRciaI/AAAAAAAAAGw/-xx0Yzl1jSY/s320/romanodettosergente.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5160894305931135394" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Pasquale Domenico Romano nacque a Gioia del Colle il 24 Agosto 1833&lt;br /&gt;Nel 1851 si arruolò nell'Esercito Borbonico dove intraprese una brillante carriera assumendo ben presto il grado di "primo sergente" e dove, per le sue particolari doti militari, ebbe l'onore di diventare "Alfiere" della Prima Compagnia del 5° di Linea. Disciolto l'Esercito del Regno delle Due Sicilie non si diede per vinto diventando comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle Tuttavia, avvertendo i tempi stretti, la gravità della situazione e mai sopportando l'inoperosità degli adepti del Comitato, dopo poco tempo abbandonò i "salotti" e passò senza esitare alla lotta armata, dando il via alla sua guerra partigiana contro i piemontesi.&lt;br /&gt;Le azioni di guerra fulminee ed imprevedibili, la spietatezza e nel contempo la lealtà e l'alto senso dell'onore, la ferrea disciplina militare a cui erano sottoposti i suoi uomini, le motivazioni legittimiste e religiose che lo spingevano a lottare con coraggio e determinazione, l'assoluta fedeltà al suo sovrano Francesco II ed al Papa lo fecero diventare un mito: l'eroe che difendeva gli oppressi, la giusta rivalsa sui conquistatori, il partigiano imprendibile e coraggioso, il guerriero invincibile, la volpe dei monti e dei boschi, il "brigante" degno dell'ammirazione delle popolazioni meridionali.&lt;br /&gt;Il 4 Gennaio 1862 lungo la strada che porta al Santuario del Melitto, nei pressi di Cassano, tese un'imboscata alla guardia nazionale di Altamura. Nello scontro furibondo che ne scaturì i militi fatti letteralmente a pezzi dai partigiani che si abbandonarono a violenze indescrivibili dettate da un odio e da un desiderio di rivalsa profondi ed incolmabili. Sapendo di avere addosso tutte le truppe della zona il Sergente, a notte fonda si sposto nel bosco di Vallata presso Gioia del Colle nello stesso posto da dove nel 1861 erano partite le sue prime incursioni. Ma anche questo suo spostamento fu intercettato e nel giro di qualche ora il bosco fu circondato da un intero reparto di cavallegeri di Saluzzo, comandato dal capitanp Bolasco, e da un plotone di guardie nazionali accorse in forze da Gioia del Colle. Il Sergente Romano ed i suoi uomini sentendo i nemici addentrarsi nella fitta vegetazione da tutte le direzioni intuirono la grave situazione e aspettarono immobili nei loro nascondigli fino all'ultimo momento. Lo scontro a fuoco fu micidiale e, terminate le scariche di fucileria, seguìun furioso corpo a corpo all'arma bianca. Uno alla volta i Borbonici caddero sotto i colpi sferzanti della soverchiante truppa nemica. Il Romano circondato dai militi piemontesi si battè con forza sovraumana fino a quando, coperto di sangue e ferito al grido di "Evvivorre!", cadde gloriosamente. Alla sua morte gli uomini smisero di combattere e si lasciarono arrestare. Il corpo del partigiano fu miseramente spogliato della divisa borbonica e, issato come una preda ad un palo sopra un carretto, fu portato a Gioia del Colle, in via della Candelora, sotto le finestre della sua abitazione dove rimase esposto per una settimana. Nonostante ciò la popolazione  non volle credere alla morte del proprio eroe e continuò a raccontare le sue gesta, ad aspettare il suo ritorno, a sperare in un futuro di giustizia. Ma il Sergente Romano era effettivamente morto e con lui era finita la resistenza armata all'invasore piemontese in terra di Puglia&lt;span style="font-size:130%;"&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;FONTE: www.brigantaggio.net&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-5350887849116012947?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/5350887849116012947/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=5350887849116012947&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5350887849116012947'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5350887849116012947'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/il-sergente-romano.html' title='IL SERGENTE ROMANO'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R58uBxRciaI/AAAAAAAAAGw/-xx0Yzl1jSY/s72-c/romanodettosergente.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-4326226721455517710</id><published>2008-01-28T14:00:00.000-08:00</published><updated>2008-01-28T17:08:48.453-08:00</updated><title type='text'>IL "BRIGANTE"  CHIAVONE</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R55RkBRciZI/AAAAAAAAAGk/F6NfG-4UsEo/s1600-h/brigantechiavone.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R55RkBRciZI/AAAAAAAAAGk/F6NfG-4UsEo/s320/brigantechiavone.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5160651902271916434" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;Luigi   Alonzi, detto Chiavone,   nacque a Sora nel 1825 in contrada Selva, confinante con l’ex Stato   Pontificio. Era stato Guardia Nazionale nel suo paese, che abbandonò all'arrivo dei piemontesi ritirandosi a Casamari. Successivamente, tornò a Sora da trionfatore. Dopo la vittoria di Bauco (Bovelle Ernica), continuò a combattere contro i piemontesi del colonnello Quintili, e si rifugiò nello Stato Pontificio. Era un contadino, ma non aveva mai perduto la vocazione militare. Si fece fare un'uniforme da generale, con galloni d'oro, bottoni, speroni, e scudiscio. Della sua banda, alcuni indossavano uniformi francesi comprate nel ghetto di Roma, altri indossavano l'uniforme da cacciatori dell'esercito Borbonico, altri vestivano semplicemente da contadini, da ciociari. Esercitava un vero fascino. L'abbigliamento era pittoresco: cappello di feltro nero con piuma bianca, tunica nera serrata alla vita da sciarpa di seta rossa, spadone alla castigliana. Non era malvagio, annota Monnier, ma poneva a riscatto i proprietari e speculava sul re che serviva. Aveva molta simpatia per Garibaldi, specialmente quando questi si irritava con i piemontesi, e come Garibaldi, sapeva ben utilizzare il pittoresco per guadagnare popolarità.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: arial;font-family:arial;" &gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: arial;font-family:Courier New;" &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: arial;"&gt;Nel giugno del 1862 Chiavone, fu   ucciso mediante fucilazione nei pressi di Trisulti, località di Collepardo (FR).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Courier New;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-4326226721455517710?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/4326226721455517710/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=4326226721455517710&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/4326226721455517710'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/4326226721455517710'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/il-brigante-chiavone.html' title='IL &quot;BRIGANTE&quot;  CHIAVONE'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R55RkBRciZI/AAAAAAAAAGk/F6NfG-4UsEo/s72-c/brigantechiavone.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-5901951840928332371</id><published>2008-01-28T13:10:00.003-08:00</published><updated>2008-01-28T17:09:54.934-08:00</updated><title type='text'>CARMINE DONATELLI CROCCO: IL FIERO GENERALE DEL BUON RE FRANCESCO</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R55FGxRciVI/AAAAAAAAAF8/3V0Ws_rjnIk/s1600-h/carmine_crocco.gif"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R55FGxRciVI/AAAAAAAAAF8/3V0Ws_rjnIk/s320/carmine_crocco.gif" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5160638205621209426" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family: arial;"&gt;Carmine Donatelli nacque a Rionero (Potenza), fu nel 1852 soldato disertore e poi capo di una banda di briganti. Arrestato e condannato a 19 anni di ferri, evase dal carcere di Brindisi di Montagna e si unì agli insorti guidati da Pasquale Catena. Fu nuovamente arrestato e rinchiuso nel carcere di Cerignola dal quale evase aiutato da don Anselmo Fortunato.       Divenne colonnello dell'esercito che sosteneva il ritorno della famiglia Borbone, gli fu affidato l'incarico di reclutare e raccogliere i soldati di Francesco II, sparsi nel sud Italia.       Crocco raccoglie circa ottomila uomini e si nasconde nei boschi di Lagopesole. Di qui parte l'attacco a Ripacandida (Potenza) dove viene ucciso il capitano della Guardia Nazionale.       Intanto a Melfi (Potenza) viene cacciato il vicegovernatore e innalzato il vessillo borbonico; così avvenne anche nei paesi del materano e del lagonegrese.       Dopo essere stato accolto dalle popolazioni del vulture - melfese, Crocco fu tradito da quanti prima lo avevano sostenuto, fino a quando viene catturato per mano delle truppe pontificie a Veroli (Frosinone); arrestato e rinchiuso nelle carceri di Roma.     L'11 Settembre 1872 fu condannato a morte a Potenza, ma riuscì a scontare il carcere a vita nel penitenziario di Portoferraio, dove divenne uomo di lettere e scrisse le sue memorie.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;span style=";font-family:Bookman Old Style;font-size:180%;"  &gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-family: arial;"&gt;Abilmente preparato il moto reazionario scoppiò il 7 aprile alla Ginestra. Contadini, pastori, cittadini di ogni eta' e condizione al grido "Viva Francesco II", corsero ad armarsi di fucile, di scure, di attrezzi colonici e in massa compatta avanzammo su Ripacandida. La notizia che le guardie mobili di Avigliano e Rionero movevano unite contro di noi, portò un po' di sgomento nella mia gente; conveniva a me, all'inizio della spedizione, non espormi ad una facile sconfitta, affrontando i militi nazionali in aperta campagna. Una disfatta anche parziale avrebbe influito enormemente sullo spirito delle popolazioni, facendo svaporare quell'entusiasmo popolare, ch'io con tanto lavoro segreto, avevo grado a grado saputo destare per ogni dove. Ad una lotta aperta e cruenta preferii la guerra d'astuzia, per cui, lasciata la via, mi internai nei boschi ove sarebbe stato facile l'agguato e la vittoria. La Ginestra era il mio impero, la sede sicura, il centro della mia forza, e di la' mossi risoluto su Ripacandida. Attaccai violentemente ed in breve fui padrone della caserma dei militi e in possesso delle loro armi. La folla selvaggia ch'io comandavo non aveva freno, né a me conveniva mitigarla. Quella mia condiscendenza alla distruzione, al saccheggio, era fomite per me di maggior forza avvenire, l'esempio del fatto bottino traeva dalla mia altri proseliti anelanti di guadagnar fortuna col sangue. Lasciai quindi ognuno libero di se' ordinando solo si rispettassero le famiglie dei nostri compagni d'armi. Nel conflitto avuto coi militi paesani, il loro capo era caduto morto, il cadavere di costui trascinato per le vie venne portato innanzi all'abitazione della famiglia sua mentre la folla ne saccheggiava la casa. Durò per più ore - la baldoria ed il ladroneggio e solo verso sera pensai a riordinare quell'orda ubbriaca. Prima cura fu quella di decretare decaduta l'autorità imperante, e chiamato a consiglio i caporioni, nominai una giunta provvisoria che doveva sedere al municipio e di là emanare decreti e proclami. Volli che per le chiese venisse cantato il Tedeum in onore della vittoria e si abbattessero tutti gli stemmi del nuovo governo innalzando quelli, già abbandonati, del Borbone. Da Ripacandida a Barile breve è il cammino; numerose sollecitazioni mi chiamavano colà a liberare la plebe dalle sozzure dei ricchi prepotenti, per cui mossi tosto per quella volta, e, preso possesso del paese, ne ordinai il governo come avevo fatto per Ripacandida. Le vittorie di quei primi giorni se avevano allarmato, non a torto, i signori, avevano per altro affezionato alla mia causa migliaia di contadini, cosi che correvano à me da ogni dove a stuolo numerosi armati per mettersi ai miei ordini. Compresi come dovessi, senza perder tempo, prendere possesso di centri più importanti, per cui inviai alcuni fidi in Venosa perché mi preparassero il terreno. Ed il mattino del giorno 10 col mio piccolo esercito di predatori mossi alla conquista della vetusta Venusia. Sapevo che la città (8000 abitanti) era preparata a difesa e che in aiuto della guardia civica erano giunti i militi di Palazzo S. Gervasio, ma sapevo altresì che in paese la mia venuta era attesa da molte persone, e che queste non erano tutte del popolo, ma in buona parte signori. A mezza via fui informato che la milizia civica, allarmata dalla forza che era ai miei ordini, aveva deciso chiudere le porte, asserragliare le vie, portandosi ad occupare il castello. Giunto in vicinanza della città, ripartii la mia forza in diversi gruppi a cadauno dei quali assegnai un settore di attacco; mentre ero occupato in tale operazione, vidi sventolare dall'alto delle chiese alcune bandieruole bianche, segnale a me ben noto, per cui ordinai senz'altro l'attacco. Ma fu un attacco incruento, poiché scavalcate le mura mi vennero aperte le porte senza colpo ferire, ed io entrai coi miei occupando subito la piazza principale, di dove mossi per assalire il castello. Dalle grida di gioia e di furore dei miei, a cui faceva eco l'acclamazione popolare, la difesa comprese tosto essere vano ogni suo sforzo; pochi colpi di fucile sparati contro la mura ebbero il merito di ottenere una resa a discrezione, sotto promessa di lasciar a tutti la vita. Venosa era mia ed in men che non si dica io ricevevo le congratulazioni dei maggiorenti, mentre a migliaia affluivano a me le suppliche d'ogni genere e specie. Prima mia cura fu di spalancare le carceri, nominare un consiglio reggente e pubblicare il nome delle persone che dovevano aver rispettate la proprietà e la vita, pena la morte ai trasgressori. Dal 10 al 14 io rimasi coi miei in Venosa spogliando, depredando, imponendo taglie, distruggendo uomini e case, facendo man bassa su tutti coloro che erano nemici della reazione. Dopo Venosa era stata decisa l'occupazione di Melfi, dove i nostri amici avevano tutto preparato perché fossi accolto cogli onori dovuti al mio grado. Il 14 aprile 1861 lasciai Venosa e mi gettai su Lavello accolto da quella popolazione al grido " Viva Francesco II ". Raccolto in paese quel poco che ci fu dato trovare, stante le poche risorse sue e nominata la solita Commissione a governo del Municipio, mi affrettai avanzare su Melfi che con plebiscito popolare aveva decretato decaduto il potere regio. Fra le non poche soddisfazioni ch'io pure provai nell'avventurosa mia vita, io ricordo con viva compiacenza la maggiore, la più splendida, quella cioè che accompagnò il mio ingresso nella città di Melfi, capoluogo di circondano. A qualcuno, leggendo queste memorie, potrà apparire esagerato il mio scritto, ma giuro non sul mio onore, ma sulla sacra memoria di mia madre, che non esagero, che non mento, e d'altronde credo che parleranno di ciò i documenti ufficiali. Ai piedi della non breve salita che, staccandosi dalla rotabile, conduce alla porta principale, fui accolto, al suono delle musiche, da un comitato composto delle persone più facoltose della città, mentre suonavano a distesa le campane a festa, e dai balconi, gremiti di persone e parati con arazzi variopinti, le donne lanciavano fiori e baci. Giunto sulla piazza principale il signor... dall'alto del sontuoso suo palazzo dopo un acconcio discorso inneggiante le virtù e le glorie del governo Borbonico, invitò il popolo ad acclamare in Crocco, il fiero generale del buon Re Francesco II. Rispose a quell'invito un triplicato "Evviva a Crocco", mentre sparavano per le vie i mortaretti in segno di maggior contento. Nella chiesa, addobbata riccamente per me, era stata esposta la Madonna del Carmine, perché io rendessi omaggio devoto alla Vergine che mi aveva protetto portandomi vincitore e illeso dopo tante ed aspre lotte. Alla sera del mio ingresso per tutta la città vi furono luminarie, feste, balli e baldoria...&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-size:85%;" &gt;FONTE DA : www.brigantaggio.net  Note autobiografiche di Carmine Crocco, Melfi 1903&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-5901951840928332371?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/5901951840928332371/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=5901951840928332371&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5901951840928332371'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5901951840928332371'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/abilmente-preparato-il-moto-reazionario.html' title='CARMINE DONATELLI CROCCO: IL FIERO GENERALE DEL BUON RE FRANCESCO'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R55FGxRciVI/AAAAAAAAAF8/3V0Ws_rjnIk/s72-c/carmine_crocco.gif' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-6121867637608155874</id><published>2008-01-27T17:51:00.000-08:00</published><updated>2008-01-27T18:05:03.048-08:00</updated><title type='text'>Maria Sofia Wittelsbach-Borbone: I' Eroina di Gaeta</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R502ExRciSI/AAAAAAAAAFk/hVgjyGREjkU/s1600-h/M_Sofia_544444444444.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R502ExRciSI/AAAAAAAAAFk/hVgjyGREjkU/s320/M_Sofia_544444444444.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5160340203610343714" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;II 19 gennaio del 1925 cessava di vivere l'ultima Regina di Napoli, Maria Sofia Wittelsbach-Borbone.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Di questa meravigliosa donna, detta I' Eroina di Gaeta è raro che se ne parli, mentre tutti conoscono la vita e le vicende della sorella Elisabetta, l'indimendicata Sissy, imperatrice d'Austria, moglie di Francesco Giuseppe d'Asburgo.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; La storia, scritta dai savoiardi e dai risorgimentalisti liberali, dopo aver calunniato Maria Sofia, attribuendole ogni sorta di nefandezze, ha coperto con un velo d'oblio la figura e le gesta dell'ultima impavida nostra Regina, che difese letteralmente a "spada tratta" dagli spalti di Gaeta i diritti della Monarchia Napoletana e di tutto il Sud, contro il sopruso e la criminale aggressione piemontese dell'Antico Regno delle Delle Due Sicilie.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Maria Sofia Amalia era nata il 4 ottobre del 1841 nel Castello di Passenhofen in Baviera dai Duchi Massimiliano Wittelsbach e Ludovica, figlia del re di Baviera, Luigi I.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Terza delle cinque figlie dei duchi di Baviera, Maria Sofia somigliava molto a Elisabetta. Era "alta, slanciata, dotata di bellissimi occhi di color azzurro-cupo e di una magnifica capigliatura castana; Maria Sofia aveva un portamento nobile ed insieme maniere molto graziose" (1).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Elisabetta, chiamata Sissy in famiglia, era la sorella alla quale si ispirava Maria Sofia e costituiva per lei l'esempio da imitare nel modo di vestirsi, di comportarsi, in una parola, di vivere. Le due sorelle erano le più affiatate e somigliavano molto al padre, il Duca Max, come esuberanza di carattere e spirito d'avventura.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Erano esperte cavallerizze, bravissime nel nuoto, nella scherma, nell'uso della carabina e amavano la vita all'aperto, a contatto della natura. Non di rado seguivano il padre nel bosco in lunghe galoppate a caccia di animali selvatici. Certo per l'epoca in cui vissero e per il ceto a cui appartenevano, i loro modi non risultavano consoni al ruolo che esse avrebbero avuto nella società di allora. La madre Ludovica prodigò ogni suo sforzo per frenare l'esuberanza delle figlie che a Possy (Passenhofen), dispiegavano il loro spirito libero.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Più allegra e più portata all'azione era Maria Sofia, rispetto a Sissy, il cui animo era piuttosto incline a una velata malinconia.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Non ancora diciottenne, per la duchessina Maria Sofia giunse la richiesta di matrimonio. Il "principe azzurro" tante volte sognato era l'erede al trono delle Due Sicilie Francesco di Borbone, Duca di Calabria. L'unione fra i due fu ovviamente stabilita dalle rispettive famiglie Borbone-Wittelsback. Maria Sofia conobbe lo sposo attraverso una miniatura che mostrava Francesco in divisa da Ussaro rimanendone favorevolmente sorpresa, nonostante che le voci a lei giunte sull'aspetto del futuro sposo non fossero entusiasmanti. In vero la miniatura era stata notevolmente abbellita.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Secondo l'uso dei tempi il matrimonio fu celebrato per procura l'8 gennaio del 1859 a Monaco di Baviera e dopo Maria Sofia volle recarsi dalla sorella Sissy a Vienna per un breve soggiorno.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Successivamente la nuova duchessa di Calabria si imbarcò a Trieste per raggiungere il suo sposo a Bari, dove giunse il 3 febbraio.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Le accoglienze della popolazione furono entusiastiche, ma la malattia del Re già gettava un'ombra funesta sul lieto evento.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Durante la permanenza a Bari la famiglia reale soggiornò nel palazzo dell'Intendenza, attuale sede della Prefettura.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Maria Sofia, col suo fascino e la giovanile bellezza si attirò subito le simpatie di quanti la conobbero. Primo fra tutti fu il Re a rimanere favorevolmente impressionato dalla figura della nuora. Le sue giornate si dividevano fra il teatro e le escursioni nelle vicinanze di Bari, in compagnia dei giovani cognati con i quali aveva subito fraternizzato, avendo in comune con essi spirito d'avventura e atteggiamenti goliardici.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; L'aggravarsi della malattia del Re che lo costrinse a letto per tutta la durata del suo soggiorno a Bari, accellerò il rientro a Caserta. Il 7 marzo, il Re costretto su una lettiga, la Regina Maria Teresa, Francesco, Maria Sofia e tutto il loro seguito si imbarcarono sulla pirofregata "Fulminante" e partirono alla volta di Napoli. Finalmente per Maria Sofia, lasciato il grigiore del Palazzo intendentizio barese, si aprivano nuovi orizzonti. Il mare che ella tanto amava le dava il senso dell'avventura e del mistero; man mano che il vascello s'avanza tra le onde, la futura regina ripassa nella mente i racconti e le descrizioni della sua nuova dimora apprese dal suo sposo e dalla sua dama di compagnia, la marchesa napoletana signora Nina Rizzo. Di certo non poteva immaginare la giovanissima Duchessa quali trame stesse tessendo il destino per il suo futuro.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Sopra coperta, Maria Sofia scrutava l'orizzonte e sognava: sarebbe stata la regina di uno Stato mediterraneo considerato il giardino d'Europa.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Francesco, invece, non si staccava dal capezzale del Re, suo padre; in lui crescevano l'angoscia e, di pari passo, l'ansia ed i timori per le gravi responsabilità che lo attendevano. Tutto ciò può aver avuto un peso sull'atteggiamento poco ardente tenuto dal Principe nei confronti della sua giovanissima moglie. La sua profonda religiosità, un'innata timidezza non disgiunta da soggezione, frenavano Francesco che pure era rimasto affascinato e travolto dalla esuberante bellezza di Maria Sofia. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;Inizi del periodo napoletano&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giunti finalmente a Napoli, Maria Sofia rimase colpita dallo splendore della capitale, ma ancor più rimarrà ammirata dalla magnificenza della Reggia di Caserta e del grande parco, esteso ben centoventi ettari. Inevitabilmente tornarono alla sua mente le giornate in allegra libertà trascorse a Passenhofen, nella sua amata terra. Ma in più a Caserta, i profumi, il calore e la luminosità meridionali le infondevano una gioiosa frenesia.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Con la nuova numerosa famiglia napoletana si trovò presto a suo agio; i giovani cognati l'accolsero con calore e simpatia. La sola Regina Maria Teresa manteneva nei suoi confronti un atteggiamento severo e diffidente, tipicodel suo carattere, mentre con suo suocero, Re Ferdinando, si era stabilita una subitanea intesa.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Durante l'ultimo breve periodo della sua vita, Ferdinando riceveva quasi tutti i giorni nella sua camera i Principi ereditari per istruirli sulle cose del Regno, e a &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Maria Sofia, in particolare, raccomandava di non fidarsi mai dei "parenti di Torino", definiti : "piemontesi falsi e cortesi". &lt;/strong&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Dopo la morte di Ferdinando II, passato il periodo del lutto, la giovane sovrana può finalmente liberarsi della soggezione della Regina-madre e riprendere liberamente le sue abitudini sportive come le lunghe cavalcate, la scherma, il nuoto.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Ripresero le feste a corte in sintonia con la gioiosità napoletana così gradita alla nuova Regina che già &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;riscuoteva le simpatie del popolo.&lt;/strong&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Maria Sofia non perse tempo ed impose con fermezza il suo ruolo, neutralizzando la residua autorità di sua suocera Maria Teresa e l'influenza dei suoi amici, da lei definiti ironicamente "potenza delle tenebre" (2).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Questo tempo di relativa tranquillità già volgeva alla fine. Le prime avvisaglie della bufera in arrivo si ebbero con la sanguinosa rivolta degli Svizzeri, anch'essa provocata ad arte da agenti piemontesi (con la propaganda e la corruzione) allo scopo di privare l'esercito borbonico di reggimenti che erano sempre stati esempio di disciplina e fedeltà alla Corona.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; In questa occasione Maria Sofia fu l'unica a tenere un comportamento coraggioso; non ebbe paura di salire sul terrazzo della reggia per assistere a cosa stesse accadendo.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Dopo questi gravi eventi, conclusisi con l'allontanamento degli Svizzeri, i liberali e gli altri nemici occulti della Corona gioirono ritenendo un loro successo lo scioglimento dei reggimenti. I fedeli della Monarchia, invece, videro in esso una grave iattura.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; A colmare la grave carenza militare determinatasi, per iniziativa di Maria Sofia, furono costituiti tre battaglioni con soldati bavaresi prontamente inviati nel reame da suo zio, Re Massimiliano di Baviera.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Intanto capo del governo veniva nominato il vecchio Carlo Filangieri, "l'uomo dei momenti perduti", come lo aveva definito Ferdinando.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Maria Sofia presto si rese conto di quale coacervo di interessi multiformi e contrastanti era composto l'ambiente di Corte. Un fatto appariva chiaro: la morte di Ferdinando II sembrava avesse sciolto tutti dal vincolo di fedeltà alla Corona e, anziché stringersi intorno al Trono e sostenere il giovane sovrano, tutti si sentivano liberi di fare e disfare, non nutrendo nessuna fiducia nel nuovo Re e non avendo di lui alcun timore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;Governo Filangieri e riforme&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Il nuovo governo guidato da Filangieri emanò un condono per i condannati per reati politici ed abolì le "liste degli attendibili". Inoltre, non solo consentì il rientro nel Regno di liberali e fuorusciti, bensì diede loro posti importanti nella Pubblica Amministrazione togliendoli a funzionari di provata fedeltà per dare un messaggio di "pacificazione". Ma gli &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;irriducibili nemici della Monarchia napoletana che agivano all'interno del paese erano fermamente decisi a "non lasciare al nuovo Re, di cui era nota la correttezza morale, il tempo si assestarsi sul trono e di coagulare intorno alla monarchia, grazie anche alla simpatia che riscuoteva la giovane Regina, nuove adesioni e consensi con un pericoloso (per loro) recupero di legittimazione " (3)&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Nei pochi mesi del soggiorno napoletano, Maria Sofia seppe imporre la sua personalità e dimostrare il suo già forte legame con la nazione. La sua risolutezza e determinazione sembravano compensare la debolezza e le incertezze del Re.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Per quanto riguarda la pretesa adesione di Maria Sofia ai principi costituzionali, data per certa da quasi tutti i suoi biografi, solo perché nella sua patria d'origine tali principi erano già in atto, non v'è una documentazione sufficiente per dimostrarla. Ammesso, comunque, che tale fosse il suo pensiero, non poteva sfuggire alla Regina, donna di acuta intelligenza, che le contingenze del Regno non erano tali da consentire una riforma in senso costituzionale da molti ritenuta rovinosa per il paese, né poteva aver dimenticato gli ammaestramenti dati in punto di morte da Re Ferdinando, per il quale &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Costituzione &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;significava rivoluzione.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Era tempo, invece, di "serrare i ranghi", chiamando i fedelissimi a raccolta e dare precisi segnali di energia e risolutezza. Così non fu. E i nemici interni ed esterni intensificarono ogni azione per condurre il Regno alla rovina.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; "Lentamente cresceva nel Regno la tensione politica che né i numerosi decreti di clemenza, né la buona volontà dimostrata dal giovane Re potevano esorcizzare. Anzi, sembrava che ad ogni provvedimento positivo gli eventi accelerassero il loro corso" (4).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Maria Sofia, assisa su uno dei più bei troni d'Europa, già ne avvertiva lo scricchiolio. Il Re era praticamente prigioniero della larga cerchia di collaboratori e consiglieri che lo avevano indotto, col nemico già alle porte, a prendere quei provvedimenti libertari che risulteranno esiziali per il Regno: già allignava negli ambienti governativi e nelle alte sfere militari l'ombra del tradimento.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Sfuggiva agli onesti ed ai fedeli alla Monarchia che ai liberali ed ai fuorusciti napoletani non interessava affatto una trasformazione dello Stato borbonico in senso liberale, volevano semplicemente e solamente la fine del Regno napoletano e l'annessione al Piemonte.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Dice lo storico Ruggero Moscati che per i liberali ed i massoni il &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"porro unum" era &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;la &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"cacciata" &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;dei Borbone, per il resto, poi si sarebbe visto. (5) &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;Dissoluzione dell'esercito e abbando-no della Capitale&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel clima di generale disorientamento che dominava a Corte, solo Maria Sofia era determinata a seguire qualunque strategia che fosse d'attacco e di efficace contrasto ai nemici invasori. &lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Ella non si stancava di incitare il Re a mettersi a capo dell'esercito e passare all'azione, sicura che tutto il popolo l'avrebbe sostenuto e seguito. Ma Francesco II, a parte la sua naturale indolenza, irretito e condizionato com'era, da una selva di ministri e collaboratori di dubbia fede non riusciva a prendere quelle decisioni che la situazione richiedeva.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Dopo la perdita della Sicilia e la dissoluzione dell'esercito in Calabria, tutti a Napoli furono presi dallo scoramento.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; La tragedia era ormai incombente e il Re non sapeva a chi votarsi. Chiedeva consiglio ai maggiorenti del Regno, ma riceveva suggerimenti contrastanti. Il vecchio generale Carrascosa, interpellato rispose : "Vostra Maestà monti a cavallo, e noi saremo tutti con Vostra Maestà; o cadremo da valorosi, o butteremo Garibaldi in mare" (6).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Ovviamente questo tipo di consigli trovavano la Regina consenziente ed entusiasta.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Altri, invece, sostenevano che se il Re si fosse allontanato da Napoli ci sarebbe stata la rivolta.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Intanto era già iniziata la lunga serie di dimissioni di ministri e generali. Dopo le dimissioni di Pianell il Re offrì l'incarico di capo del governo al generale Ischitella, ma questi dopo vari tentativi, rimise l'incarico sostenendo che "ognuno si rifiutava di essere ministro in quel momento, in cui si vedeva la dissoluzione del Regno, e nessuno voleva compromettersi." (7)&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Appariva, invece, determinato e risoluto il ministro Liborio Romano (che meriterà poi l'aureola di primo grande traditore). Costui consigliò il Re di affidare la Reggenza temporanea ad un "ministro forte e fidato" (cioè lui) e lasciare Napoli, reputando ormai impossibile fermare Garibaldi. Consiglio che poi, funestamente, il Re seguirà, essendo venuto nella determinazione di rifugiarsi a Gaeta e apprestare poi una difesa fra il Volturno e il Garigliano.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Il pomeriggio del 5 settembre i Sovrani uscirono dalla reggia per mostrarsi al popolo napoletano e ai soldati per risollevarne gli animi; anche in questa occasione il piglio battagliero di Maria Sofia si manifestò con l'intenzione di mostrarsi a cavallo insieme al Re, ma prevalse il consiglio di uscire in una carrozza scoperta.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Il giorno dopo, nel pomeriggio, i Sovrani lasciarono la reggia e si imbarcarono per Gaeta, dove erano già stati preceduti dalla Regina madre con i figli minori.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Dopo la decisiva e sfortunata battaglia del Volturno, il Re, insieme ai principi reali, avvilito, ritornò a Capua e fu convinto dal Maresciallo Ritucci dell'impossibilità di riprendere la battaglia, ma al suo ritorno a Gaeta, la stessa notte, ancora una volta, incitato dalla moglie e da altri, mutò parere e comunicò telegraficamente al Ritucci la sua decisione di riprendere la battaglia, ma costui tergiversava, non avendo ormai nessuna intenzione di combattere. Né si decise a riprendere l'offensiva quando il Re, appreso che Vittorio Emanuele aveva varcato il confine del Regno, gli intimò di marciare verso Napoli. Inevitabile fu allora la sua sostituzione col generale Salzano, il quale già nel consiglio di guerra del 31 ottobre, appoggiato da Ulloa, invitava Francesco II a intraprendere una guerra partigiana conducendo l'esercito sulle montagne.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Molto esplicito a questo proposito fu il generale Salzano: "Si facciano rivivere i Fra Diavolo, i Pronio, i Mammone ed i tanti altri condottieri di masse del 1799 ; in una parola il Reame intero deve essere chiamato alle armi. Imitiamo il popolo spagnolo che seppe umiliare la potenza di Napoleone I" (8).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Ma il Re preferiva ripiegare su una lunga resistenza a Gaeta nella convinzione che le potenze europee non avrebbero tollerato oltre i soprusi del Piemonte e sarebbero intervenute.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Dopo gli scontri sul Garigliano inevitabile fu il ripiegamento in Gaeta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;Il tempo di Gaeta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; E' il tempo di Gaeta quello in cui Maria Sofia si guadagna l'aureola di "eroina". E proprio a Gaeta, durante quel memorabile assedio, fra inenarrabili patimenti e angustie, troverà il suo &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;humus &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;e dispiegherà tutte le sue energie.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Dice di lei Amedeo Tosti, uno dei suoi biografi: "Fin dal giorno del suo arrivo a Gaeta, la Regina Maria Sofia aveva preso ad esplicare una grande, inconsueta attività: visita ai reparti delle caserme, sopraluoghi sui lavori di afforzamento, predisposizioni per le cure ai feriti ed agli ammalati, contatti con la popolazione, tra la quale la giovane Sovrana non tardò a diventare popolarissima" (9). I soldati la chiamavano:"Bella &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Guagliona nuosta". &lt;/em&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Nei momenti più gravi Maria Sofia non si perdeva d'animo, lo sprezzo del pericolo era una costante del suo comportamento; sapeva affrontare ogni rischio col sorriso sulle labbra, quasi a sfidare il destino. Per questo i soldati l'adoravano ed anche in punto di morte invocavano il suo nome.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Quando a Gaeta la situazione diventerà sempre più tragica a causa dell'epidemia del tifo, del terribile freddo di quell'anno, della scarsità di cibo, la Regina risponderà sempre no all'invito del marito di lasciare la roccaforte.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; In una lettera a Napoleone, Francesco II a questo proposito, non senza compiacimento, dirà della moglie : "Ho fatto ogni sforzo per persuadere S.M. la Regina a separarsi da me, ma sono stato vinto dalle tenere sue preghiere, dalle generose sue risoluzioni. Ella vuol dividere meco, sin alla fine, la mia fortuna, consacrandosi a dirigere negli ospedali la cura dei feriti e degli ammalati; da questa sera Gaeta conta una suora di carità in più" (10).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Ciò che destava ammirazione, soprattutto fra i combattenti, era la continua sfida del rischio da parte di Maria Sofia sempre presente dove più infuriava al battaglia.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Non da meno si dimostrò il Re che ogni disagio e privazione volle dividere con i suoi soldati e la popolazione. In non poche occasioni sembrò che Egli cercasse la morte fra i suoi soldati, ma evidentemente il destino gli riservava altre angosce.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Man mano che il tempo passava, andavano scemando le speranze del Re in un intervento militare da parte di qualche potenza europea (Austria, Spagna, Russia) per ristabilire il diritto. Tali possibili interventi, viceversa, erano temuti dagli assedianti piemontesi, che perciò erano determinati ad intensificare il fuoco e le operazioni di assedio per espugnare quanto prima la cittadella.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Per la festa dell'Immacolata dell'otto dicembre, il Re fece sospendere le ostilità per le celebrazioni religiose. In questa occasione anche gli assedianti sospesero il fuoco, non per motivi religiosi, ma per consentire al vice ammiraglio francese de Tinan di consegnare al Re una lettera di Napoleone con cui si annunziava l'imminente ritiro della squadra navale francese da Gaeta, e si consigliava Francesco II di desistere dalla ormai inutile resistenza.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Tale avviso fu per i reali napoletani un colpo ferale e se ne dolsero con i sovrani di Francia. Ciononostante erano determinati a combattere fino alla fine.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      La Regina continuò con maggior sprezzo del pericolo ad aggirarsi fra le batterie rincuorando gli impavidi soldati.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Il 19 gennaio, con l'allontanamento della squadra navale francese, tutto il fronte di mare rimarrà scoperto ed in balia della flotta piemontese. Cesserà da questo momento la possibilità di rifornimento della Piazza, ormai condannata ad una rapida agonia. Isolamento della Piazza e fine delle ostilità Non si erano del tutto allontanate le navi francesi, che già comparvero come funesti avvoltoi, le prime tre navi piemontesi dell'ammiraglio Persano.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;              L'isolamento della Piazza era ormai completo.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Dappertutto in Gaeta ben visibili apparivano segni di distruzione e di morte: macerie e cadaveri disseminati, animali morti di stenti, feriti e moribondi. Ritenendo ormai imminente la resa, Napoleone, il 27 gennaio fece informare Francesco II che all'occorrenza era già pronta nel golfo di Napoli la nave a vapore "Mouette" a disposizione dei reali napoletani , quando avessero deciso di abbandonare Gaeta. Ma il Re, dopo aver ringraziato l'Imperatore, fece sapere ancora una volta, che era "deciso a difendere fino agli ultimi estremi questa piazza, isolata dal resto del mondo".&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Completamente ignorata fu, invece, l'oltraggiosa offerta fatta da Vittorio Emanuele, l'invasore, tramite Cavour, che informava di aver messo a disposizione di Re Francesco la nave da guerra "Vittorio Emanuele" per lasciare Gaeta.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Ancora la sera dell'otto febbraio dal consiglio di guerra convocato dal Re venne fuori la decisione di resistere ad oltranza, ma ormai tutto rovinava, anche le ultime muraglie. Ogni residua speranza ed illusione cessava la sera del 10, quando una lettera autografa dell'Imperatrice Eugenia, inviata a Maria Sofia, riferiva dell'impossibilità di un ulteriore intervento francese ed invitava a cedere al destino.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Sotto l'incalzare degli avvenimenti, soltanto il giorno 11 il Consiglio Supremo dello Stato, convocato da Re Francesco, riconobbe la necessità di una pronta ed onorevole capitolazione.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Ormai rassegnati a quella sorte iniqua, ma non domi, i reali napoletani si aggiravano come fantasmi fra le macerie fumanti di Gaeta.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; La mattina del 14 febbraio Francesco II e Maria Sofia, lasciata la loro residenza, si avviavano verso il molo per imbarcarsi sulla motonave "Mouette" che li avrebbe condotti nello Stato Pontificio.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Particolarmente toccante è la descrizione della scena di partenza fatta dal generale Pietro Ulloa : "I soldati laceri e defaticati, con gli occhi abbattuti, presentavano le armi, e le musiche dei reggimenti suonavano la marcia reale. Quest'inno, opera del Paisiello, durante i bombardamenti si suonò continuamente; ed allora questo pezzo d'armonia faceva un contrasto doloroso col rumore spaventevole delle artiglierie, ma in questo momento solenne queste note, così armoniose e tenere, fecero alta impressione, poiché ricordavano ben altri tempi; talché l'emozione divenne generale e le lagrime sgorgarono dagli occhi di tutti. I soldati, gridando: &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"Viva il Re", &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;non facevano sentire che suoni rauchi, misti a singulti, e la popolazione, esposta a dure prove durante l'assedio, si precipitò allora sui passi del Re per baciargli chi le mani e chi gli abiti, e parte di essa dall'alto dei balconi, convulsa, agitava i bianchi fazzoletti come affettuoso segnale dell'estremo addio. I soldati si prostravano, singhiozzando, dinanzi al Re, e gli uffiziali, oppressi dallo stesso dolore, si gettavano nelle braccia dei loro soldati, scambievolmente abbracciandosi; e di questi ultimi vi furono molti che, strappandosi le spalline, ruppero le spade e le gittarono al suolo.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; La commozione era intensa: il Re a stento si potè aprire il varco fra i suoi soldati, fra la popolazione che lo serrava come in un abbraccio: &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;per la prima volta si videro spuntare dagli occhi della Regina le lagrime.&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Finalmente il Re potè raggiungere la porta di mare e il porto, dove s'imbarcò sulla &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"Mouette"; &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;quando lasciò il porto, una batteria rese gli ultimi onori al Re.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Il rumore del cannone s'innalzò per l'aere come il singhiozzo del moribondo... Le grida di &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"Viva il Re", &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;innalzate dai connonieri sul momento in che abbassavasi la bandiera napolitana, ci stringevano il cuore; poiché sembravaci quella bandiera un funereo lenzuolo, che si gittava sulla Monarchia di Carlo III, e gli stessi francesi della &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"Mouette &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;erano commossi come i napolitani" (11).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Al passaggio della nave reale davanti alla batteria borbonica Santa Maria " fu eseguita la salva reale di ventun colpi di cannone ed, in segno di saluto, per tre volte fu ammainata la bandiera gigliata sulla Torre d'Orlando. Per sempre".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;Periodo romano e organizzazione della guerriglia&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al suo arrivo a Roma, Maria Sofia, pur con l'angoscia nel cuore, non era per nulla rassegnata alla sorte; il legittimo risentimento e l'&lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;inimicizia&lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; contro i Savoia la rendevano ancora più determinata a continuare la lotta con tutti i mezzi.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      La sua fama per le gesta di Gaeta l'aveva preceduta, ed i romani furono presto conquistati dalla sua leggiadra figura.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Dopo le festose accoglienze, il Papa aveva messo a disposizione dei reali napoletani il Palazzo del Quirinale.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Il Re allora, volle dare subito un segnale di continuità ricostituendo in esilio il governo borbonico sotto la presidenza di Pietro Calà Ulloa. Compito primario di questo governo era innanzi tutto quello di organizzare la resistenza contro i piemontesi nel Regno e dispiegare un'attività diplomatica di coinvolgimento delle nazioni europee.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Della parte organizzativa militare, con beneplacito del Re, se ne volle occupare Maria Sofia.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Volontari da tutta Europa giungevano a Roma per prendere parte alla resistenza contro gli invasori piemontesi, in una vera e propria crociata per la liberazione del Sud.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Focolai di rivolta si diffusero in tutto l'ex Regno, organizzati e diretti da "comitati" borbonici in ogni provincia. "La stampa internazionale dedicava ampio spazio alla guerriglia che si combatteva nel Mezzogiorno d'Italia, prendendo spesso le difese delle popolazioni locali" (12).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Maria Sofia era la " vera ispiratrice della resistenza".&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; L'atmosfera romantica di quel tempo ben si accordava con gli ideali dei legittimisti, che pur sapendo di rischiare la vita, con entusiasmo si davano alla macchia con l'intimo convincimento di operare per una giusta causa: la riconquista del Regno.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Ai facili entusiasmi si alternavano periodi di scoramento, ma la giovane Regina non si sarebbe mai sognata di abbandonare la lotta, anzi ne aveva fatto lo scopo principale della sua vita.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Ricordava ed idealizzava sempre di più l'epico periodo di Gaeta e lo considerava il più bello trascorso fino allora.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Il suo intenso attivismo attirò l'odio dei circoli liberali romani che cominciarono ad osteggiarla in tutti i modi. Da loro partì la vergognosa e infame operazione dei &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;fotomontaggi&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; in cui appariva la testa di Maria Sofia montata sul corpo nudo di una prostituta in pose lascive. Tali foto furono inviate a tutti i reali d'Europa, compreso il Papa. La polizia pontificia scoprì ed arrestò gli autori di tali vergogne: i coniugi Antonio e Costanza Diotallevi (13). &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;I mandanti erano i membri del Comitato nazionale o "partito piemontese" e il "Comitato d'Azione" (liberali),&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; i quali avevano anche organizzato un'aggressione mortale a Maria Sofia, fortunatamente fallita per caso. Senza nessuno scrupolo e con ogni più turpe mezzo i liberali continuavano a calunniare ed osteggiare l'amata Regina, che decise di allontanarsi per qualche tempo da Roma per recarsi a Monaco.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Di ritorno, dopo le preghiere del Re, nella primavera del 1863, Maria Sofia e Francesco si trasferirono a Palazzo Farnese, antica proprietà dei Borbone.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; La grigia realtà dell'esilio romano cominciava a incidere negativamente sull'umore della giovane Regina, anche a causa degli intrighi e dei contrasti che si sviluppavano fra le diverse fazioni dei legittimisti esuli a Roma, i quali &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;si perdevano in vane discussioni senza produrre concrete azioni &lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;di guerriglia nei territori dell'ex Regno.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Non paghi erano i detrattori di Maria Sofia, che continuavano a tessere trame calunniose nei suoi confronti allo scopo di distruggere il simbolo stesso della resistenza da lei rappresentato. Ma nonostante tutto, Maria Sofia era ancora e fermamente convinta di poter, un giorno, riconquistare il trono alla guida dei suoi fedeli soldati e rientrare a Napoli.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Fra speranze e delusioni, fino al 1866, la vita dei sovrani napoletani era trascorsa più o meno tranquilla fra Roma e la Baviera.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Ma i venti di guerra che già soffiavano in Europa mettevano in apprensione gli esuli borbonici che temevano l'occupazione di Roma da parte dei piemontesi. Viceversa, i governanti italiani non nascondevano il timore per eventuali sollevazioni popolari nell'ex Regno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;Guerra del 1866 e speranze borbo-niche&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scoppiata la guerra, i borbonici speravano in una sconfitta italiana che avrebbe rimesso tutto in discussione. E la notizia della disfatta di Custoza riaccese le speranze degli esuli napoletani a Roma e fece pensare a un non lontano rientro in patria.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Invece, ancora una volta le loro speranze andarono deluse. Infatti la sconfitta degli austriaci a Sadowa ed il successivo trattato di pace che non teneva conto delle aspettative dei Borbone relative alla restituzione dei loro beni privati, raggelò l'ambiente legittimista romano, ma la rivolta siciliana del settembre 1866 repressa nel sangue dimostrò ancora una volta come fosse ancora viva l'avversione delle popolazioni dell'ex Regno contro lo Stato unitario che produceva solo miseria e morte.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Dopo tali episodi, man mano che il tempo passava aumentava l'indifferenza dell'opinione pubblica internazionale verso la causa della restaurazione dei Borbone.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Maria Sofia, stanca e sfiduciata ritornò nella sua nativa Baviera, ma non vi soggiornò per molto; infatti la sorella prediletta, Elisabetta d'Austria la convinse a ritornare a Roma dove, ansioso, l'attendeva suo marito e la Corte, che temeva l'abbandono degli ex sovrani.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Nella primavera del 1869, finalmente un lieto evento veniva annunziato: la Regina era in stato interessante e nella notte di Natale dello stesso anno diede alla luce una bambina alla quale furono imposti i nomi di Maria Cristina Pia.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Grande fu la gioia del Re e di Maria Sofia, anche se tutti aspettavano l'erede al trono.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Ma per gli ex sovrani di Napoli non v'erano gioie durature: dopo appena tre mesi , la sera del 28 marzo, la piccola principessa, già di gracile costituzione, morì per improvviso malore, tra lo strazio dei genitori.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Così descrive il Tosti la scena dell'addio: " quando la Regina dovette distaccarsi per sempre dalla sua creatura, resa quasi folle dal dolore, si prese la piccola cassa tra le braccia e la portò al Re, perché desse alla figlia l'ultimo bacio; poi, cadde priva di sensi" (14).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Dopo questa tragedia Maria Sofia non fu più la stessa, e questo fu solo il primo di una serie di lutti che colpirà la sfortunata &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"Spatz" &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;(Passero), così veniva anche chiamata la Regina del Sud.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Le vicende politiche-militari ormai incalzavano, facendo temere prossima anche l'invasione di Roma da parte delle truppe italiane.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Quanto ad una possibile restaurazione nel Sud, cadevano le ultime illusioni. Erano trascorsi poco meno di dieci anni nell'esilio romano e gli ex Sovrani di Napoli nulla avevano trascurato per organizzare e promuovere la resistenza e la ribellione, definite &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"brigantaggio" &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;dagli invasori.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Ora bisognava lasciare Roma. E ad aprile del 1870 Maria Sofia parte per Vienna, seguita poco dopo da Francesco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;L'esilio fuori d'Italia&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt; &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inizia allora per i sovrani napoletani, un triste pellegrinaggio in varie parti d'Europa, ma la loro residenza per la maggior parte dell'anno è a Parigi, in una villetta acquistata da Francesco nel sobborgo di Saint Mandé. La loro fama, e specialmente quella di Maria Sofia, &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"l'Eroina di Gaeta", &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;era così grande che, ancora da poco tempo a Parigi, già veniva pubblicato da Alfonso Daudet il suo romanzo &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"Les &lt;/em&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;rois en exil"&lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;, divenuto presto notissimo, dove è adombrata la vicenda degli ex re in esilio.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Nel lungo periodo parigino la Regina di Napoli coltivò soprattutto la sua grande passione per i cavalli, e per seguirne le gare si recava spesso in varie città d'Europa e a Londra, dove si appassionò alla caccia alla volpe.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Non si pensi per questo che Maria Sofia si sia rassegnata ed abbia abbandonata la lotta contro gli usurpatori Savoia; per tutta la vita continuerà a combattere e non perderà occasione per ribadire i diritti della monarchia napoletana e osteggiare in ogni modo il governo italiano. L'&lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;inimicizia&lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; per coloro che avevano distrutto la sua &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"favola" &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;fu come una fiaccola che, continuamente alimentata, si spegnerà solo con la sua morte. &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"Impavidum ferient ruinae", &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;dice Orazio nelle sue &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"Odi”, &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;e nessun motto più di questo si attaglia perfettamente alla personalità di Maria Sofia: Ella resisterà impavida a tutti i colpi del destino. &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Nessuna sciagura riuscirà mai a piegarla.&lt;/strong&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; E di sciagure familiari ne ebbe tante, a cominciare dalla perdita della figlioletta di cui abbiamo parlato. Il 14 novembre 1888 le morì il padre, l'amato Duca Max, a poco più di un anno di distanza, il 26 gennaio del 1889, morì anche la madre Ludovica. Il 13 giugno 1886, nel lago di Starnberg trova la morte lo zio, il Re di Baviera Luigi II, forse suicida; il 30 gennaio 1889 segue la tragedia di Mayerling con la morte dell'Arciduca ereditario d'Austria, Rodolfo, suo nipote, figlio di Sissy, insieme alla sua giovane amante Maria Vetsera, anch'essi suicidi.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Nell'autunno del 1894, mentre Maria Sofia era a Parigi, Francesco che soggiornava ad Arco, località termale del Trentino, vide improvvisamente aggravarsi le sue condizioni di salute, tanto che, nonostante le premurose cure, il &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;31 dicembre del 1894 &lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;cessava di vivere. Appena in tempo Maria Sofia riuscì a raggiungere Arco per i funerali che si svolsero con tutti gli onori dovuti all'ex Sovrano delle Due Sicilie.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Le salve di cannone all'occorrenza esplose, riportarono Maria Sofia ai giorni di Gaeta, da lei considerati, nonostante tutto, i più belli della sua vita.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Anche la sorella più piccola, Sofia Carlotta periva tragicamente a Parigi nell'incendio del Bazar de la Charité il 4 maggio 1897; l'anno dopo, l'opera nefasta del destino, sembra concludersi con l'assassinio dell'Imperatrice Elisabetta (Sissy), pugnalata a morte lungo la riva del lago di Ginevra da un "macabro idiota ", purtroppo italiano". (15) ..&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; [Photo] I disordini sociali e l'attentato a Um-berto I Maria Sofia, pur oppressa dal dolore, prestava sempre viva attenzione alle vicende italiane.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Ormai conclusa l'epica stagione del "brigantaggio", si andava accentuando nel nuovo Stato un malessere generale che, a causa della miseria diffusa e del governo oppressore, sfociava in frequenti disordini sociali, domati nel sangue, come nel caso di Milano, dove il gen. Bava Beccarsi fece sparare sulla folla inerme.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Naturale fu l'intesa fra anarchici, rivoluzionari e legittimisti borbonici, in quanto tutti speravano che un crollo del novello Stato unitario avrebbe determinato, insieme alla cacciata dei Savoia, un nuovo assetto politico in Italia e la possibilità per i borbonici di ricostituire l'antico Stato.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; E' facilmente intuibile come questo vento rivoluzionario rinfocolasse le speranze e rinnovasse gli ardori di Maria Sofia e della sua corte di Neuilly a Parigi. Fra i fedelissimi dell'ex Regina, c'è Angelo Insogna, napoletano, ex direttore di giornali legittimisti, autore di una biografia di Francesco II, vero uomo di punta del legittimismo borbonico. Egli coordina le azioni di anarchici e di quanti avversano la monarchia sabauda. Nella primavera del 1898 promuove da Parigi una campagna di stampa contro lo Stato italiano con cui viene denunziata una situazione veramente allarmante: al malessere sociale diffuso dappertutto si risponde con gli stati d'assedio e la repressione più violenta.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Così scriveva il giornale parigino "Petit Parisien": "Ci si domanda perché manovali, operai italiani dovrebbero essere partigiani di una Unità che non seppe affatto migliorare la loro sorte" (16).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      In questo clima esacerbato maturò il progetto dell'attentato al Re Umberto I.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; L'esecutore, già schedato dalla polizia italiana come "anarchico pericoloso" era Gaetano Bresci, già emigrato in America a Paterson, dove fu ingaggiato e fatto tornare in Europa. Sbarcò in Francia, a Le Havre e di lì raggiunse l'Italia, dove a Monza, il 29 luglio del 1900 compì il regicidio.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Anche se non v'è certezza, non sono pochi gli indizi che conducono a Maria Sofia quale ispiratrice dell'attentato.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Dopo questo grave fatto il governo italiano cominciò a temere ancora di più le trame anarchico-legittimiste ed i convegni segreti che periodicamente si svolgevano presso la dimora parigina di Maria Sofia.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Pare che, secondo le informazioni in possesso del primo ministro Giolitti, si stesse preparando la liberazione di Bresci e la contemporanea sollevazione popolare in molti centri dell'ex Reame di Napoli. E' per questo che Maria Sofia era continuamente sorvegliata da agenti dei servizi segreti italiani.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      La risposta del governo italiano a tali progetti non si fece attendere: Gaetano Bresci fu trovato &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"suicidato"&lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; nella sua cella del penitenziario dell'isola di Santo Stefano il 22 maggio del 1901. Pochi giorni prima, in missione segreta nel penitenziario era stato inviato dal Primo Ministro Giolitti tale &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Alessandro Doria&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;, un losco figuro, funzionario del Ministero dell'Interno, non nuovo a "soluzioni" di tal genere.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; La morte di Gaetano Bresci, comunque, pare tornasse utile a molti e non dispiacesse agli ambienti anarchici che oppressi dalla pressione poliziesca, si andavano orientando verso forme diverse di lotta politica.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; D'altronde, dopo il regicidio non c'erano state le auspicate rivolte popolari e l'anarchismo rivoluzionario cominciò a perdere terreno, anche perché la politica giolittiana apriva nuovi orizzonti con l'istituzione del suffragio universale, e quindi, la temuta e per altri versi auspicata involuzione reazionaria del governo (che avrebbe potuto scatenare la reazione popolare) non ci fu.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Col trascorrere degli anni i governanti italiani sempre più si andavano convincendo della diminuita pericolosità dell' "Aquiletta bavara" (17), anche a ragione delle ormai cessate sue frequentazioni di personaggi dell'anarchia.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Si sbagliavano.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Sebbene fossero trascorsi circa cinquant'anni dalla fine del regno meridionale e Maria Sofia avesse ormai settant'anni, con alle spalle una lunghissima serie di delusioni &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;e &lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;angosce, non rinunciava affatto a tessere le sue trame contro i Savoia e a sperare nei mutamenti della politica europea.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Alla corte di Vienna l'&lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Arciduca Francesco Ferdinando&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;, nipote di Francesco Giuseppe (18) e suo erede, nell'ottica di una politica anti-italiana, apertamente auspicava il ricongiungimento del Lombardo-Veneto all'Austria e, in un futuro riassetto della penisola, il ripristino del Regno delle due Sicilie.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Come si vede, le speranze di Maria Sofia non erano del tutto illusorie e traevano alimento da precisi fatti politici. Fosche nubi si addensavano sui cieli d'Europa che preludevano alla prima guerra mondiale.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; L'Italia, che aveva aderito alla Triplice Alleanza già mostrava segni di "cedimento". E non è un mistero che buona parte del paese era avversa a quell'alleanza ritenuta "innaturale" dai nazionalisti.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Dopo l'attentato di Sarajevo contro l'Arciduca Francesco Ferdinando e il successivo scoppio della guerra, l'Italia dei Savoia si dichiarerà "neutrale" non rispettando i patti sottoscritti con gli alleati della Triplice.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Per questa ragione a Vienna gli Stati Maggiori dell'esercito già pensavano ad una "spedizione punitiva" contro i "traditori" italiani.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Maria Sofia, il cui interesse coincideva con i neutralisti, quando il "voltafaccia" italiano si manifestò chiaramente con l'intervento in guerra a fianco di Francia e Inghilterra, non potè che gioire, ritenendo che finalmente i Savoia avrebbero avuta la "lezione" che meritavano, e la loro sconfitta avrebbe determinato gli auspicati rivolgimenti nella penisola.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Nel frattempo, a causa della sua attività in favore degli Imperi Centrali, l'ex Regina di Napoli era stata costretta a lasciare la Francia e si era rifugiata a Monaco, dove continuò, intensa, la sua battaglia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;Periodo di Monaco ed epilogo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; La disfatta italiana di Caporetto dell'autunno del 1917 sembrò l'inizio della catastrofe che poteva culminare nella fine della monarchia degli &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;esecrandi&lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Savoia, tanto agognata da Maria Sofia. Il suo sogno sembra concretizzarsi, ma la gioia e il gusto inebriante della vendetta, a lungo desiderata, per poco tempo acquietarono il suo spirito.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Infatti i ragazzi-fanti, per buona parte meridionali, con l'eroica resistenza sulla linea del Piave fermarono gli Austriaci. E, &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;ironia della sorte&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;, l'artefice della vittoria italiana fu &lt;/span&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;un generale napoletano: Armando Diaz.&lt;/strong&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Gli ultimi mesi di guerra videro l'ex Regina di Napoli nei campi dei prigionieri italiani prodigarsi nell'assistenza. "Fra quei soldati laceri ed affamati, lei cerca i &lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;suoi &lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;napoletani. Distribuisce, come a Gaeta, bombon e sigari". (19)&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Inevitabile per Maria Sofia il pensiero a Gaeta , il cui ricordo le struggeva il cuore.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Erano trascorsi ben 56 anni e il suo ardente amore per la terra napoletana non si spegneva. Negli anni che seguirono Maria Sofia fu spettatrice di avvenimenti che cambieranno il corso della storia, come la fine del glorioso Impero austro-ungarico, il sorgere in Italia del Fascismo che molto la incuriosiva, i primi movimenti che in Germania porteranno Hitler al potere.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Si trattava del crollo del suo mondo e lei ne era consapevole.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      Aveva ottant'anni l'ex Regina di Napoli , e tutte le mattine faceva ancora la sua consueta passeggiata a cavallo.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Il destino volle che un'altra principessa nelle cui vene scorreva il sangue dei Wittelsbach sarà per brevissimo tempo Regina d'Italia, l'ultima: Maria Josè, pronipote di Maria Sofia, figlia di Elisabetta, Regina del Belgio.&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Non avrebbe mai immaginato Maria Sofia che una sua consanguinea avrebbe sposato un discendente dell'esecrando "usurpatore" (Vittorio Emanuele II).&lt;/span&gt; &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;      La morte la colse in tempo [19 Gennaio 1925] per risparmiarle quell'ennesimo dolore.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="deleteBody"&gt;&lt;p class="postBody" style="color: rgb(119, 119, 119);"&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;NOTE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="postBody" style="color: rgb(119, 119, 119);"&gt; &lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;1 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;Tosti A., &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Maria Sofia, ultima regina di&lt;br /&gt;  Napoli, &lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;Milano 1947, p. 10.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;2 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;Castiglione F.P., &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Una Regina contro il &lt;/em&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Risorgimento, Maria Sofia delle Due Sicilie, &lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;Manduria (Le) 1996, p. 55.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;3&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;      Op. cit., p. 52.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;4&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;      Op. cit., p. 61.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;5&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;      Moscati R., &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;La fine del Regno di Napoli         &lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;Firenze 1960.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;6&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;        Tosti A., op. cit., p.162.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;7&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;        Op. cit., p.165.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;8&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;        Citato in Jaeger P. G., &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"Francesco II di         Borbone, l'ultimo Re di Napoli", &lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;Milano      1982, p. 166.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;9&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;    Op. cit., p. 194.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;10 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;    Op. cit., p. 204.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;11 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;    Ulloa Pietro G., Lettere &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Napolitane, &lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;Roma 1864.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;12 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;    In Castiglione F.P., op. cit., p.165.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;13 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;    Diotallevi è un cognome tipico, inventato, che si attribuiva ai figli di nessuno, già menzionati come&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;"Esposti" o "Bastardi".&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;14&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;    In Tosti A., op. cit., p. 322.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;15 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;    Così lo definisce il Tosti nella sua opera (p. 332).&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;16 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;    Citato in Petacco A., &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;La Regina&lt;/em&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; del &lt;/em&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Sud..., &lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;Milano 1992, p. 220.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;17 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt;    Appellativo dato a Maria Sofia da Gabriele d'Annunzio.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;18 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt; L'Arciduca Francesco Ferdinando, poi assassinato a Saraievo, era figlio di Ludovico d'Austria e di Maria Annunziata, sorella di Francesco II, nelle sue vene, quindi, scorreva sangue borbonico.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; &lt;strong style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;19 &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:85%;" &gt; In Petacco A. op .cit., p.255.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="postBody" style="color: rgb(119, 119, 119);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="postBody" style="color: rgb(119, 119, 119);"&gt;                                                                                                                              &lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;fonti da : C&lt;/span&gt;&lt;em style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;esare Linzalone il carlino, www.salpan.org&lt;/em&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;        &lt;/span&gt;&lt;em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-6121867637608155874?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/6121867637608155874/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=6121867637608155874&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6121867637608155874'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6121867637608155874'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/maria-sofia-wittelsbach-borbone-i.html' title='Maria Sofia Wittelsbach-Borbone: I&apos; Eroina di Gaeta'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R502ExRciSI/AAAAAAAAAFk/hVgjyGREjkU/s72-c/M_Sofia_544444444444.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-8577933729382009449</id><published>2008-01-27T16:30:00.001-08:00</published><updated>2008-01-28T13:06:29.613-08:00</updated><title type='text'>LE ULTIME BANDIERE - L'ESILIO  DI FRANCESCO II</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R54_9BRciTI/AAAAAAAAAFs/SJc11-gV-7g/s1600-h/civitellaanselmi.gif"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R54_9BRciTI/AAAAAAAAAFs/SJc11-gV-7g/s320/civitellaanselmi.gif" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5160632540559345970" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:courier new;" &gt;FORTEZZA DI CIVITAVELLA DEL TRONTO&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Francesco II l'ultimo re di Napoli, aveva lasciato per sempre il suo regno,rifugiandosi a roma; ma nel territorio delle due sicilie sventolavono ancora due bandiere borboniche: nella cittadella di Messina e nel fortino di civitavella del tronto.&lt;br /&gt;&lt;noembed&gt;&lt;/noembed&gt;  &lt;!--End of code--&gt;&lt;div id="beacon_22552" style="position: absolute; left: 0px; top: 0px; visibility: hidden;"&gt;&lt;img src="http://media.intelia.it/adlog.php?bannerid=22552&amp;amp;campaignid=8372&amp;amp;zoneid=968&amp;amp;source=leonardo-cronologie-leaderboard&amp;amp;block=0&amp;amp;capping=0&amp;amp;session_capping=0&amp;amp;c_block=0&amp;amp;c_capping=0&amp;amp;c_session_capping=0&amp;amp;cb=dbf87bc2ec" alt="" style="width: 0px; height: 0px;" height="0" width="0" /&gt;il governo in esilioFrancesco II, l'ultimo Re di Napoli, aveva lasciato per sempre il suo Regno,      rifugiandosi a Roma; ma nel territorio delle Due Sicilie sventolavano ancora      due bandiere borboniche: nella cittadella di Messina e nel fortino di Civitella      del Tronto.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;    Installatosi al Quirinale, Francesco ricostituì il governo, ponendovi      alla presidenza l'ammiraglio Leopoldo Del Re, Antonio Ulloa direttore alla      guerra, il diplomatico Giacomo De Martino agli esteri, il conte Salvatore      Carbonelli alle finanze. Il corpo diplomatico estero era formato dagli ambasciatori      dei paesi di quasi tutta l'Europa.         Il legittimismo&lt;br /&gt;Francesco, ancora non completamente rassegnato alla perdita del trono, tentò      subito di organizzare la reazione con la preziosa collaborazione dell'ambasciatore      spagnolo Bermùdez de Castro e di vari generali, fra i quali il valoroso      Bosco. Inoltre, il fascino e la bellezza dell'eroina di Gaeta, Maria Sofia,      attirava a Roma avventurieri, romantici legittimisti, ex militari, aristocratici      e cavalieri da ogni parte d'Europa, per mettersi al servizio della causa borbonica.      Ella, consapevole di ciò, sfruttava la sua fama che si era estesa in      tutta Europa per arruolare e per organizzare bande che avrebbero svolto una      durissima guerriglia contro le truppe di Vittorio Emanuele. I più famosi      tra questi cavalieri del vecchio mondo legittimista furono gli spagnoli José      Borjes e Rafael Tristany; i francesi Olivier Marie Augustin de Langlais, Theodule      de Christen e Riviére; i tedeschi Masoratt, Ludwig Richard Zimmermann      e Edwin Kalckreuth; il belga Alfred de Trazegnies de Namour. Molti di questi      uomini si comportarono coraggiosamente, sacrificando, spesso, la vita in una      feroce guerra civile di cui non compresero, probabilmente, le vere motivazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(204, 102, 0);"&gt;     La piazzaforte di Messina&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Francesco, intanto, cercava di incoraggiare la resistenza della cittadella      di Messina, inviandovi il tenente di stato maggiore Luigi Gaeta con l'ordine      di difendere la fortezza e con 30000 ducati per pagare la guarnigione. Quest'ultima      era formata dalle cmp fucilieri (8 ciascuno) dei rgt di linea 3° (col.      Bartolomeo Aldanese), 5° (col. Francesco Cobianchi) e 7° (col. Cesare      Anguissola), 4 cmp del btg pionieri del genio (t. col. Giuseppe Granata),      dall'8^ direzione del genio (col. Emanuele De Nunzio) e dalla 13^ direzione      artiglieria (col. Ferdinando Guillamat), più i reparti servizi, per      una forza totale di 199 ufficiali e 4221 sottufficiali e soldati; numeri ridottisi,      poi, da molte diserzioni. Questi uomini si ritrovavano rinchiusi dentro la      fortezza dalla fine del luglio 1860, quando Clary aveva stipulato un accordo      di non aggressione con Médici. La truppa era installata in un complesso      di fortificazioni che occupava tutta la penisola dalla forma di falce. Il      centro di tale sistema era costituito dalla cittadella, una fortezza pentagonale      munita di solidi bastioni, e si completava con diverse opere tra loro collegate:      dal forte San Salvatore, situato sulla punta estrema della penisola, al bastione      Don Blasco, all'altro estremo.&lt;br /&gt;L'artiglieria di Messina non era migliore, naturalmente, di quella di Gaeta.      Era costituita da soli cannoni ad anima liscia, anche se l'ottimo ufficiale      d'artiglieria Patrizio Guillamat successivamente operò per aumentarne      la gittata.&lt;br /&gt;A comandare la piazzaforte era il mar. Gennaro Férgola, promosso a      quel grado l'8 ottobre da Francesco II per la fedeltà e la fermezza      con cui stava governando la difficile situazione. Egli era nato a Napoli nel      1793, cominciando la sua carriera di ufficiale d'artiglieria nell'esercito      di Murat, col quale aveva partecipato alla campagna d'Italia del 1815; passato      all'esercito borbonico, partecipò alle campagne di Sicilia del 1820      e 1848, venendo decorato in quest'ultima; il 9 agosto 1860, col grado di brigadiere,      era stato posto al comando delle cittadelle di Messina, Augusta e Siracusa.      Inflessibile ed onesto, Férgola era deciso a resistere fino all'ultimo,      reprimendo ogni tentativo di ribellione e contestazione. Malgrado ciò,      tra i reparti della guarnigione ci furono diverse diserzioni; le più      clamorose tra queste furono quella del col. Ferdinando Guillamat, fuggito      il 21 gennaio, e quella del t. col. Achille De Michele, comandante della brigata      d'artiglieria, fuggito il 23 febbraio e messosi a disposizione di Cialdini,      il quale, però, rifiutò la sua collaborazione e lo cacciò      via, trattandolo da traditore.&lt;br /&gt;Il 27 novembre 1860 gli assedianti garibaldini erano stati sostituiti dalla      brg piemontese Pistoia: circa 4000 uomini al comando del gen. Chiabrera. Questi,      il 14 febbraio 1861, aveva notificato a Férgola la capitolazione di      Gaeta, intimandogli, di conseguenza, la resa. Il comandante napoletano, ufficiale      coraggioso e leale, aveva rifiutato, rimanendo in attesa degli ordini del      Re, arrivati, come già detto, il 17 febbraio.&lt;br /&gt;Pur avendo la resistenza di Messina solo un valore morale, fece andare su      tutte le furie Cialdini, il quale partì per la Sicilia il 25 febbraio,      accompagnato dal neopromosso generale d'artiglieria Valfré che allestì      sette batterie di cannoni rigati e di mortai. A rinforzare gli assedianti      giunsero pure quattro btg di bersaglieri ed un reparto del genio.&lt;br /&gt;Cialdini, confermando il suo carattere brusco e irascibile, scrisse una lettera      a Férgola, minacciandolo di fucilare, dopo la resa, un ufficiale della      guarnigione per ogni abitante di Messina ucciso dall'artiglieria napoletana.      Ma Férgola non fece tirare contro la città.&lt;br /&gt;Il 12 febbraio era giunto da Gaeta il maggiore svizzero Patrizio Guillamat,      inviato dal Re per assumere l'incarico di capo di stato maggiore della piazzaforte.      Il mar. Férgola gli diede anche l'incarico di comandante dell'artiglieria,      che svolse con coraggio, capacità ed intraprendenza, riuscendo, come      su scritto, ad aumentare la gittata dei cannoni con geniali accorgimenti tecnici.      Per la sua opera si meritò la croce di diritto di S. Giorgio.    La      cittadella aprì il fuoco nel pomeriggio dell'8 marzo, provocando lievi      danni alle batterie dei colli Noviziato e Montesanto; ma già la sera      il fuoco fu rallentato, poiché i vecchi affusti si erano danneggiati      con il rinculo. La mattina del 12 marzo tutti i pezzi napoletani ripresero      il fuoco ed una sortita fu tentata dal bastione Don Blasco, sùbito      respinta. A mezzogiorno Valfré scoprì tutte le batterie, sottoponendo      i bastioni nemici ad un fuoco infernale. Il forte Don Blasco, mezzo distrutto,      fu abbandonato dalla guarnigione che si rifugiò nella cittadella. Pur      fallendo il previsto attacco delle navi di Persano, a causa del mare mosso,      la cittadella fu ridotta in brutte condizioni dalle sole batterie di terra,      subendo vari incendi.&lt;br /&gt;Nel tardo pomeriggio Férgola chiese una tregua per spegnere gli incendi,      ma Cialdini rifiutò, pretendendo la resa senza condizioni. La sera,      dopo lo svolgimento di un consiglio di difesa che si pronunciò per      l'inutilità di un'ulteriore resistenza, Férgola accettò      la resa. Tre giorni dopo, ormai troppo tardi, arrivò l'autorizzazione      alla resa di Francesco II che, attraverso l'ambasciatore francese a Roma,      aveva ottenuto che i patti della capitolazione di Gaeta valessero anche per      Messina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0); font-weight: bold;"&gt;Civitella: l'ultima bandiera&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt; L'ultima bandiera delle Due Sicilie sventolava ancora su Civitella del Tronto,      nell'alto Abruzzo. Sebbene strategicamente di scarso valore, tanto che il      corpo di spedizione piemontese l'aveva aggirata, questa fortezza, quasi inaccessibile,      era utilizzata dai partigiani borbonici come base operativa e logistica per      le scorrerie verso Teramo.&lt;br /&gt;La guarnigione, comandata dal mag. Luigi Ascione, contava 450 uomini ed era      formata da tre cmp del 3° btg di gendarmeria (245 uomini), una cmp del      rgt Reali Veterani (92 uomini), una sezione di artiglieri litorali (56 uomini)      e 57 soldati di vari corpi scioltisi negli Abruzzi. A settembre, sùbito      dopo la partenza da Napoli, Francesco II aveva esautorato dal comando il mag.      Ascione, dimostratosi troppo debole, e lo aveva sostituito col capitano della      gendarmeria Giuseppe Giovane, promosso prima maggiore, poi, a gennaio, colonnello.      Nell'ottobre del '60 la fortezza venne circondata dalle truppe del feroce      e spietato gen. Ferdinando Pinelli, fucilatore di poveri villani. Ci furono      scontri tra napoletani e piemontesi il 25 e il 29 novembre, poi il 20 dicembre,      in occasione di tre sortite effettuate dalla fortezza. Rinforzato da nuove      truppe e mezzi, il 30 dicembre Pinelli scagliò l'attacco, ma fu duramente      respinto.&lt;br /&gt;Ai primi di febbraio Pinelli fu rimosso a causa di un suo durissimo proclama      che indignò tutta l'Europa. Fu sostituito dal gen. Luigi Mezzocapo,      uno dei migliori ufficiali sabàudi provenienti dall'Esercito Borbonico.&lt;br /&gt;Dopo la resa di Gaeta, il 18 febbraio, questi propose la capitolazione alle      stesse condizioni. Accettò la resa solo il col. Giovane, mentre la      gran parte della guarnigione era di parere contrario; così Giovane      fu costretto a fuggire con un centinaio di uomini, consegnandosi ai piemontesi.      Il mag. Ascione, invece, ripreso il comando, pretendeva un ordine diretto      del Sovrano.&lt;br /&gt;Mezzacapo, con più di 3000 uomini e cinque batterie di obici e mortai,      scagliò l'attacco il 25 febbraio, respinto dai difensori che rotolavano      bombe e macigni giù dal rìpido pendìo.&lt;br /&gt;Così si tornò a trattare, e Francesco II mandò da Roma      il gen. Giovambattista Della Rocca, accompagnato da un ufficiale francese,      con l'ordine di arrendersi, avendo ottenuto le stesse condizioni di Gaeta.      A questo punto il mag. Ascione si convinse; ma c'era ancora un gruppo di soldati      contrari alla resa, aizzati dal sergente Massinelli e dal frate Leonardo Zilli.      Ascione, comunque, riuscì a far penetrare i piemontesi nella fortezza      la mattina del 20 marzo. Questi fucilarono sùbito Massinelli e Zilli      ed arrestarono 32 militari e molti cittadini che avevano partecipato alla      difesa.&lt;br /&gt;Con la resa di Civitella del Tronto, dopo 200 giorni d'assedio, terminò      la resistenza organizzata nelle Due Sicilie, e scompariva il regno dei Borbone      di Napoli dopo 126 anni dalla fondazione. Tre giorni prima, il 17 marzo 1861,      il parlamento di Torino aveva proclamato Vittorio Emanuele II re d'Italia      per grazia di Dio e volontà della Nazione.       CONCLUSIONE         Motivazioni della disfatta.         La campagna del meridione d'Italia 1860-61 ebbe uno svolgimento e una conclusione      inizialmente imprevedibili. Un esercito di circa 100.000 uomini e la marina      più potente tra gli Stati italiani preunitari non erano riusciti a      fermare un corpo di spedizione irregolare formato, in partenza, da un migliaio      di uomini e cresciuto, fino al Volturno, raggiungendo il numero di 23.000      unità.&lt;br /&gt;Bisogna dire, però, che l'Esercito Meridionale aveva un forte nucleo      di gente ben addestrata, circa 8-10.000 uomini provenienti dall'esercito piemontese      o, comunque, réduci del '59.&lt;br /&gt;La causa della vittoria garibaldina non si basò solo sulle capacità      belliche dell'Esercito Meridionale, o sulla debolezza dell'Esercito Borbonico,      ma su manovre diplomatiche e sulla corruzione degli alti ufficiali e dei politici      napoletani. L'unico episodio in cui l'alto comando borbonico spiegò      tutte le sue forze per vincere fu sul Volturno, dove fu combattuta l'unica      vera battaglia dell'intera campagna. In precedenza, in Sicilia e Calabria,      era stato un susseguirsi di tradimenti, inettitudini e fiacchezze. I combattimenti      si erano avuti per l'iniziativa personale di alcuni valorosi ufficiali, come      il t. col. Sforza a Calatafimi, il col. von Mechel a Palermo, il col. Bosco      a Milazzo e il col. Dusmet a Reggio, ma mai come frutto di un disegno strategico      dell'alto comando. Ne erano nati scontri in cui non vi era mai stata una decisa      volontà di vincere, se non nei soldati, e che non possono prendere      il nome di battaglie per lo scarso numero di uomini impiegati e per la mancanza      di azioni manovrate.         I soldati napoletani, Ma come si erano battuti i soldati napoletani nella      campagna del '60-61? In Sicilia e Calabria la prova dell'esercito era stata      disastrosa, mentre la marina si era astenuta dal battersi, consegnandosi totalmente      al nemico in settembre. Tuttavia bisogna distinguere. Un giornale umoristico      francese pubblicò un fumetto nel quale si vedevano un soldato, un ufficiale      e un generale borbonici; il primo aveva la testa da leone, il secondo d'asino      e il terzo era completamente privo di testa. Ciò rifletteva l'opinione      comune. I soldati si erano battuti con coraggio, e in diversi scontri non      erano stati inferiori ai loro avversari. Alcuni ufficiali si erano acquistati      una certa fama, come von Mechel a Palermo e Bosco a Milazzo. Ma questi due      ottimi ufficiali erano stati fermati ad un passo dalla vittoria dal tradimento      dei loro superiori diretti: il gen. Lanza e il gen. Clary. Comunque esisteva      il problema di un ottimo comandante generale che Francesco II non riuscì      a trovare, mentre a comandare l'esercito nemico c'era l'eccezionale Garibaldi,      trascinatore di uomini e capace anche nel comando di grandi unità,      come dimostrò sul Volturno.    Dunque,      gli ufficiali napoletani furono nel complesso nettamente inferiori a quelli      garibaldini, sia per capacità tattico-strategiche, sia per carisma      e tenacia. In contrasto con lo sfaldamento delle alte sfere ci fu l'estrema      fedeltà della truppa che, se ben comandata, si batté con coraggio      e tenacia, come accadde a Calatafimi, Palermo, Milazzo, ma soprattutto sul      Volturno, dove solo la sfortuna, il grande intuito di Garibaldi e la coraggiosa      resistenza dei garibaldini fermarono il soldato napoletano lanciato verso      la vittoria.         In Calabria i soldati linciarono il gen. Briganti, scoperto a familiarizzare      con un ufficiale garibaldino. Quasi nessun sottufficiale o militare di truppa      napoletano accettò di entrare nell'Esercito Meridionale, cercando di      raggiungere i reparti borbonici che ancora si battevano. Di questo si rammaricò      Garibaldi che aveva apprezzato le qualità del soldato napoletano.         I briganti         Con l'intervento piemontese, la fuga di Francesco II a Roma e la proclamazione      del Regno d'Italia (17 marzo 1861), i soldati napoletani di tutte le classi,      meno le quattro più giovani, vennero congedate. Degli ufficiali i più      preferirono congedarsi, ma un buon numero fu ammesso nell'esercito nazionale.      La massa dei sottufficiali e della truppa preferirono tornare a casa, dove      andarono a costituire, in parte, la spina dorsale delle formazioni partigiane,      continuando a combattere contro le truppe del Savoia.&lt;br /&gt;Così esplose una guerra civile durissima che insanguinò fino      al 1870 tutto il meridione d'Italia. Da una parte c'era il neocostituito Regio      Esercito Italiano, appoggiato dalla Guardia Nazionale (corpo di truppe territoriali      di scarsa efficienza bellica). Dall'altra le bande di briganti, formate da      ex militari borbonici, pastori e contadini affamati, criminali, sbandati e      avventurieri stranieri. Poi, l'istituzione della leva da parte del governo      italiano fornì costantemente dei rinforzi alle bande, costituiti dai      numerosissimi renitenti e disertori. Infatti i giovani meridionali non erano      abituati al servizio di leva di massa, e la mancanza di due braccia in una      famiglia di contadini avrebbe potuto significare la fame.&lt;br /&gt;Appoggiate dalla maggioranza della popolazione, soprattutto dalla parte più      umile, e finanziate dal governo in esilio di Francesco II, circa 400 bande      diedero filo da torcere alle truppe di Vittorio Emanuele II, con una efficace      e feroce guerriglia che mise in pericolo l'esistenza stessa del Regno d'Italia.      La reazione dell'Esercito Italiano fu cieca, crudele e indiscriminata, rendendo      ancora più impopolare il governo di Torino. Circa 100-120000 bersaglieri,      fanti, cavalleggeri, carabinieri e guardie nazionali, non solo combatterono      contro i briganti, ma effettuarono rappresaglie contro i civili, fucilarono      e arrestarono sospettati, bruciarono interi paesi, violentarono e torturarono.&lt;br /&gt;Il mondo contadino appoggiava in massa i briganti, nascondendo i ricercati,      fornendo viveri e dando informazioni sui movimenti delle truppe. Per questo      pagò un durissimo prezzo, con fucilati, arrestati, deportati, abitazioni      bruciate, raccolti distrutti e prepotenze varie.&lt;br /&gt;Le condizioni di vita della parte più umile della popolazione del sud      erano notevolmente peggiorate, dato che con l'unità d'Italia le poche      fabbriche del meridione avevano chiuso, mentre il governo di Torino avviava      un sistema fiscale molto pesante, vendeva le terre demaniali (di pubblico      utilizzo) e della chiesa ai latifondisti e chiamava alle armi i giovani. Questa      fu la causa principale del rifiuto del popolino meridionale a riconoscere      lo Stato italiano, che veniva identificato con i carabinieri, gli agenti del      fisco e i baroni. Questi ultimi, meridionali anch'essi, erano i più      accesi sostenitori di una dura repressione del brigantaggio, accontentati      con zelo dagli ufficiali settentrionali che vedevano nel mondo contadino meridionale      una realtà estranea ed incomprensibile. La nobiltà borbonica,      infatti, aveva fatto presto a tradire la dinastia napoletana, accordandosi      con i Savoia in cambio della conservazione del potere politico ed economico.&lt;br /&gt;Per vincere la dura resistenza dei briganti, il parlamento italiano votò      una legge estremamente anticostituzionale, la Pica (dal nome del deputato      abruzzese che la propose), che prevedeva la competenza dei tribunali militari      sui reati di brigantaggio, nonché il domicilio coatto, gli arresti      senza mandato e la fucilazione per vari tipi di reati, anche non gravissimi.      Furono condannate madri colpevoli di avere portato un po' di cibo ai figli      latitanti nelle campagne; furono fucilati ragazzi, donne, vecchi, preti e      frati, oltre agli stessi briganti. L'operato dei tribunali militari fece inorridire      anche molti unitari e piemontesi. Tutto in nome della libertà, perché      fosse sradicato il ricordo del Borbone liberticida.&lt;br /&gt;La prima fase del brigantaggio, 1860-65, fu caratterizzata da una maggioranza      di componenti politiche e sociali. Nella seconda fase, 1865-70, prevalsero      il banditismo e la rivolta anarcoide, senza precisi obiettivi politici. Col      passare degli anni, insomma, il brigantaggio divenne sempre più "malandrinaggio".&lt;br /&gt;Nel 1870 l'apparato repressivo unitario riuscì a smantellare tutte      le bande, grazie anche alla conquista dello Stato Pontificio che era servito      come luogo di rifugio ai briganti inseguiti. Il prezzo della sconfitta del      brigantaggio fu enorme: diverse migliaia furono i caduti fra le fila dell'esercito,      della Guardia Nazionale e delle squadriglie di irregolari. Circa 12000 (ma      la cifra non è certa) furono i caduti ed i fucilati tra i ribelli.      Impossibile stabilire il numero dei civili assassinati dai briganti e fucilati      dalle truppe italiane. Molto alto il numero degli arrestati e degli inviati      a domicilio coatto. Enormi furono anche i danni materiali, sia per il solo      sud che sprofondò nella miseria più nera, diventando la zavorra      d'Italia, sia per l'intero Regno italiano che dovette impiegare notevoli risorse      nella repressione. Il prezzo più alto fu, però, quello morale      e civile. Gli strati più deboli della popolazione impararono a vedere      nello Stato il principale nemico.         I Sovrani in esilio         Intanto, Francesco II e Maria Sofia si erano trasferiti a palazzo Farnese,      di proprietà dei Borbone, e da lì continuarono la loro attività      di organizzazione delle bande legittimiste, con la speranza di riconquistare      il Regno. Ma col passare degli anni il Re svolse questa attività con      sempre minore convinzione e con un patrimonio che andava sempre più      a ridursi per le ingenti cifre spese per finanziare le bande.         Una grande gioia allietò la triste permanenza romana dei Sovrani il      24 dicembre 1869: la nascita della prima figlia, Maria Cristina Pia. Pur essendoci      la delusione sul sesso (una femmina non poteva ereditare il trono), il lieto      evento fece rinascere la speranza sulla nascita di un erede. Ma la speranza      fu presto soffocata dalla prematura morte della bambina il 28 marzo 1870.      Fu l'unica figlia. Francesco e Maria Sofia ne rimasero sconvolti e, prima      dell'entrata delle truppe italiane a Roma (20 settembre 1870), partirono,      girovagando per l'Europa e finendo per stabilirsi a Parigi.&lt;br /&gt;Francesco II, l'ultimo Re di Napoli, morì ad Arco di Trento (territorio      dell'Impero Austro-ungarico), in Gardesana, il 27 dicembre 1894, all'età      di 58 anni. Maria Sofia gli sopravvisse trentun anni, morendo il 18 gennaio      1925, all'età di 83 anni.         Su Francesco II di Borbone non è facile dare una valutazione, dato      che non ebbe il tempo di svolgere una politica personale, regnando solo un      anno, dal 22 maggio 1859 al 6 settembre 1860. Tìmido, schivo e politicamente      impreparato, Francesco fece molti errori, ma, sostenuto dalla coraggiosa consorte      Maria Sofia, riuscì a cadere con dignità, riunendo attorno a      sé la parte più fedele dell'esercito e combattendo per l'indipendenza      delle Due Sicilie fino a Gaeta, l'ultimo lembo di terra del suo Regno. Così la storia del Regno delle Due Sicilie si chiuse con un esempio di dignità e coraggio dei suoi ultimi Sovrani. Illuminato dal sacrificio di questa coppia reale, non avrebbe potuto scomparire in modo migliore dalla scena politica europea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;FONTE : http://cronologia.leonardo.it/storia/a1860m.htm&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0);font-family:Arial Narrow;font-size:130%;"  &gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="center"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;noscript&gt; &lt;/noscript&gt;&lt;!-- END Nielsen//NetRatings SiteCensus V5.2 --&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-8577933729382009449?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/8577933729382009449/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=8577933729382009449&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8577933729382009449'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8577933729382009449'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/le-ultime-bandiere-lesilio-conclusione.html' title='LE ULTIME BANDIERE - L&apos;ESILIO  DI FRANCESCO II'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R54_9BRciTI/AAAAAAAAAFs/SJc11-gV-7g/s72-c/civitellaanselmi.gif' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-1230779735114650432</id><published>2008-01-26T16:06:00.000-08:00</published><updated>2008-01-28T16:23:01.694-08:00</updated><title type='text'>IL GENERALE JOSE' BORJES:  VALOROSO SOLDATO CRISTIANO</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5vNBxRciKI/AAAAAAAAAD0/d77TiIZQ-H0/s1600-h/Borges.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5vNBxRciKI/AAAAAAAAAD0/d77TiIZQ-H0/s320/Borges.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5159943228373108898" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;In località La Lupa, comune di Sante Marie, un cippo marmoreo collocato dall'amministrazione comuna­le e dal Militare Ordine Costantiniano di San Gior­gio ricorda che lì, l'8 dicembre 1861, «s'infranse l'il­lusione del gen. José Borjès e dei suoi compagni di re­stituire a Francesco II il Regno delle Due Sicilie. Cattu­rati da soldati italiani e guardie nazionali di Sante Marie al comando di Enrico Franchini furono fucilati lo stes­so giorno a Tagliacozzo». Dall'8 dicembre 2003 questo cippo, sostituendo il precedente, che definiva Borges (o Borjés come si continua a scrivere in Italia) e i suoi se­guaci, spagnoli e “duosiciliani”, banditi e mercenari, ne riabilita ufficialmente la memoria, riconoscendo la digni­tà, morale e politica, della causa per la quale si batteva­no, che tuttavia andava ben oltre la semplice restaura­zione della monarchia borbonica. In realtà, tanto questa quanto l'unificazione politica ita­liana (per come la intesero e realizzarono i suoi prota­gonisti) si inquadrano nello scontro epocale fra due ci­viltà che, dopo oltre due secoli di preparazione, ebbe in Francia nel 1789 la prima esplosione in armi. Da entram­bi i lati della barricata se ne era consapevoli. Non per nulla, per molti anni dopo la proclamazione del Regno d'Italia anche su giornali ufficiali ed ufficiosi si continuò a scrivere che le lotte per l'unificazione politica della na­zione italiana non erano «rispetto all'umanità, null'altro che mezzi per conseguire quel fine, che a lei sta somma­mente a cuore, della totale distruzione del medioevo nel l'ultima sua forma: il cattolicesimo» (così scriveva Il Di­ritto dell'11 agosto 1863, il giornale che svolgeva la fun­zione di portavoce ufficioso di Agostino Depretis). Nel campo opposto, nella primavera del 1861, la notizia dell'insurrezione del popolo napoletano contro il nuovo potere "piemontese" aveva entusiasmato i legittimisti di tutta Europa per il ritorno della Vandea, di una nuova Vandea che avrebbe saputo infliggere ai "giacobini" una sconfitta definitiva. È questa convinzione a spiegare l'accorrere da tutta Eu­ropa (e addirittura dagli Stati Uniti e dal Canada) di vo­lontari pronti a battersi per restituire il trono a Francesco II. La simpatia per il giovane re, brutalmente spodestato contro tutte le regole del diritto internazionale, vi aveva la sua parte, ma la molla profonda era la consapevolez­za di un nuovo scontro fra il "vecchio" mondo, nel qua­le la distinzione fra Dio e Cesare non negava l'influenza sociale della religione e l'obbligo del potere politico di ri­spettare i principi essenziali di un naturale ordine supe­riore (nient'altro significa la formula tradizionale "Trono e Altare"), e il "nuovo", deciso a distruggere la religione (e in particolare il cattolicesimo) o, nei più moderati, a ri­durla a un fatto intimistico e privato.Di questa guerra José Borges, nato nel 1813 a Fernet, piccolo villaggio catalano, fu per tutta la vita consape­vole protagonista. Figlio di un militare legittimista e cre­sciuto nel clima e nel ricordo della gloriosa insurrezione del popolo spagnolo contro le armate napoleoniche, non ebbe esitazione a partecipare, ancora giovanissimo, alle "guerre carliste", schierandosi fra i legittimisti, che appoggia­vano le aspirazioni al trono di don Carlos, fratello di Ferdinan­do VII, contro i liberali, sostenitori di Isabella, figlia minoren­ne del defunto re, e della reggente Maria Cristina. Costretto dalla sconfitta all'esilio in Francia, Borges accettò con entusiasmo la proposta dei comitati borbonici di recar­si nell'Italia meridionale per dare organizzazione militare agli insorti (i "briganti" della nostra storiografia ufficiale) e assu­merne il comando, ma si accorse ben presto che le capaci­tà organizzative dei comitati non erano all'altezza dell'impre­sa. Quando, nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1861, sbar­cò, con 18 spagnoli e 2 napoletani, sulla spiaggia di Gerace, nei pressi di Capo Spartivento, non solo non trovò ad attenderlo i duemila uomini ben armati che gli erano stati promessi, ma il momento d'oro dell'insorgenza borbonica, quando paesi e piccole città accoglievano in trionfo gli insorti sventolando le bianche bandiere gigliate, era passato e il paese giaceva prostrato sotto la cupa violenza di una feroce repressione. Nonostante la delusione Borges volle persistere nell'impresa, utilizzando il migliaio di uomini che al comando di un contadino di Rionero, Carmi­ne Donatello Crocco, pur costretti dalla controffensiva "piemontese" ad abbandonare i maggiori centri abitati, tenevano sotto controllo un vasto territorio fra Calabria e Lucania. Tuttavia Borges era troppo buon cristia­no e troppo soldato per tollerare l'eccessiva inclinazione alla violenza e al saccheggio di Crocco, che considerava un brigante e che, a sua volta, mal sopportava di obbedire ad un forestiero di troppi scrupoli. Il fallimen­to, dopo alcuni illusori successi, del tentativo di prendere Potenza per in­sediarvi un governo provvisorio rese inevitabile la separazione. Crocco, in vista dei difficili approvvigionamenti invernali, suddivise l'armata con­tadina in piccoli gruppi; Borges, con una dozzina di spagnoli e otto “duo­siciliani”, prese la via di Roma per fare rapporto al re.&lt;br /&gt;Il viaggio, con freddo intenso fra le montagne abruzzesi coperte di neve, è reso ancora più duro dalla necessità di evitare le pattuglie di bersaglie­ri e guardie nazionali. Nella tarda notte fra il 7 e l'8 dicembre nei pressi di Tagliacozzo, a quattro miglia dal confine pontificio, la salvezza è a porta­ta di mano, ma i napoletani, che non hanno cavalcature, non sono in gra­do di proseguire. Per non abbandonarli il generale ordina una breve so­sta alla cascina Mastroddi in località La Lupa.&lt;br /&gt;La decisione segna il destino di tutti. Poche ore dopo la cascina è circon­data dai bersaglieri del maggiore Enrico Franchini. Nello scontro cadono tre spagnoli. Gli altri sono costret­ti ad arrendersi dopo che il maggiore ha fatto ap­piccare il fuoco ai piani bassi della fattoria. Da sol­dato, Borges porge la spada al maggiore che, sprezzante, la rifiuta.&lt;br /&gt;I prigionieri sono trasportati a Tagliacoz­zo e qui, verso le otto della sera, fretto­losamente fucilati. Il Franchini concede un confessore, ma nega la fucilazione al petto. Lo spagnolo Pedro Martinez chie­de un foglio e, anche a nome dei compa­gni, scrive un ultimo messaggio: «Gesù e Maria. Noi siamo tutti rassegnati ad esse­re fucilati. Addio. Ci ritroveremo nella valle di Giosafat; pregate per tutti noi». La scari­ca dei fucili tronca le preghiere recitate ad alta voce dai condannati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di &lt;i style=""&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0);font-family:Verdana;" &gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;di Francesco Mario Agnoli fonte: www.editorialeilgiglio.it&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-1230779735114650432?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/1230779735114650432/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=1230779735114650432&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1230779735114650432'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1230779735114650432'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/il-generale-jose-borjes-valoroso.html' title='IL GENERALE JOSE&apos; BORJES:  VALOROSO SOLDATO CRISTIANO'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5vNBxRciKI/AAAAAAAAAD0/d77TiIZQ-H0/s72-c/Borges.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-3380530346981984453</id><published>2008-01-26T09:11:00.000-08:00</published><updated>2008-01-26T14:41:16.853-08:00</updated><title type='text'>BRIGANTAGGIO IN CALABRIA PROVINCIA DI REGGIO</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5tvDxRciJI/AAAAAAAAADk/upBkGfQE_34/s1600-h/Blaeu_Calabria_Ultra_II.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5tvDxRciJI/AAAAAAAAADk/upBkGfQE_34/s320/Blaeu_Calabria_Ultra_II.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5159839908639836306" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Calabria ultra olim Altera Magnae Graeciae pars.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Del circondario di Gerace era segnalato un Tommaso Romeo di Castelvetere e sui contrafforti dell’ultimo Appennino un Ferdinando Mittica di Platì: arrestato una volta dalle guardie di Ardore e chiuso in carcere a Gerace, fuggì e riuscì a formare un gruppo di contadini e soldati del vecchio esercito. Non si arrese nemmeno agli ordini del ricco liberale Francesco Oliva che aveva il compito di persuadere il brigante a sciogliere la comitiva, ma non si mosse perché avvertito che gli era stato teso un agguato tra le montagne di Cirella.&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style=";font-family:Times New Roman;font-size:85%;"  &gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;Dopo il 1861 la rivolta, scoppiata in tutto il territorio calabrese ed era fomentata dalle forze ostili all’unitificazione, come lo stato pontificio, la monarchia borbonica e i gruppi legittimisti di altri paesi. Lo Stato sabaudo per domare la ribellione impiegò 120.000 uomini e sottopose a dure rappresaglie la popolazione delle campagne. 53 paesi furono rasi al suolo, fucilazioni di massa, strupri. Il prefetto Cornero informava, in data 16 febbraio 1862, i Prefetti, i Sindaci, i Tesorieri, i Ricevitori e i Cassieri della provincia della Calabria Ultra Prima che il Ministero dell’interno stava per nominare una Commissione in Napoli coll’incarico di amministrare e distribuire le somme che si stavano raccogliendo a titolo di sottoscrizione per estirpare il "brigantaggio". Il 31 agosto dello stesso anno il generale d’armata, regio Commissario straordinario per le province siciliane, Cialdini, impartiva ai Comandanti delle divisioni e sotto Divisioni militari e ai Comandanti di corpi di truppa delle disposizioni su come sgominare i briganti. Ordinava tra l’altro che tutti gli avanzi delle bande garibaldine sarebbero stati considerati prigionieri di guerra, e come tali trattati, quando si fossero consegnati ad un’autorità militare nel termine di cinque giorni dalla pubblicazione del manifesto. Trascorso tale termine, sarebbero stati considerati come briganti. Nonostante i provvedimenti restrittivi, fenomeni di brigantaggio esplosero in tutti i distretti della Calabria Ultra e Citra, e furono segnalati telegraficamente.  Un telegramma del 13 luglio 1864 informava i Carabinieri di Polistena e Cinquefrondi che il giorno precedente era avvenuto nel territorio di Mammola un conflitto tra dieci briganti e tre cittadini diretti alla fiera di Soriano, dei quali uno era rimasto morto, e un altro a nome Nicola di Domenico di Castelvetere ferito e spogliato si era rifugiato nel territorio di Maropati, nella casina di Vincenzo Cordiano. Si ignorava dove si fosse diretto il terzo. Si aggiungeva che si erano avute assicurazioni da Michele Manno fu Rocco di Giffone che non si conosceva la direzione presa dai briganti.  Nella stessa data il Sindaco di Cinquefrondi telegrafava al Prefetto di Reggio di aver riferito al Capitano della terza Compagnia di Maropati che il 12 luglio era avvenuto un conflitto sulle montagne di Mammola in Contrada Croceferata con una banda di 10 "briganti" che dal vestire e dal linguaggio sembravano cosentini.  Ma il giorno dopo, cioè il 14 luglio 1864, perveniva una smentita da parte del Sottoprefetto Giusti al Prefetto di Reggio Calabria. Il telegramma chiariva che non era mai comparsa la comitiva brigantesca sulle montagne di Mammola e aggiungeva: "Anche carabinieri hanno fatto assicurazioni simili. Trattasi affare privato. Nicola Taranto da Castelvetere trovasi già arrestato da carabinieri qual imputato di omicidio nel fatto che ha dato vita alla diceria comparsa comitive". In pari data il sottoprefetto Sicardi informava il Prefetto di Reggio che il Sindaco di Mammola aveva assicurato che quel tenimento era tranquillissimo. Non si riscontrava alcuno armato. "Di tal che forze regolari spedite neppur perlustrano montagne ove ieri guardaboschi sequestrarono un uomo ed un animale per danni forestali".  In merito a Nicola Taranto il Prefetto telegrafava al Sottoprefetto di Palmi che quegli era stato arrestato dai carabinieri e ferito con palline sulla fronte. Sottolineava che l’imputato aveva riferito "non esistere voluto brigantaggio, essere stato ieri ore 16 aggredito nel suo fondo, poco distante da Castelvetere da Pietro Ciricosta, Domenico Nesci ed Ilario Capece suoi paesani, i due primi armati di fucili militari, l’ultimo di ronca, mandati da Ilario Ieraci per ammazzarlo. Sparò anch’egli un colpo di fucile e fuggì. Vuolsi uno morto. Sembrano svaniti i sospetti banda armata".  Lo stesso Prefetto scriveva inoltre ai Procuratori di Gerace e di Palmi, confermando che non si era trattato di una banda di briganti, ma di un conflitto d’armi per inimicizia personale. Richiamava, perciò, l’attenzione sulle voci allarmanti di "presunte apparizioni di briganti e di bande armate di Mammola, che si ripetono con insistenza e forse col maligno scopo di suscitare allarmi". Si impegnava, quindi, di interessare il Pubblico Ministero ad aprire una formale inchiesta giudiziaria per scoprire i colpevoli e ristabilire la pubblica sicurezza.  Come si evince da altre lettere successive, come per esempio da quella inviata il 20 dicembre 1889 dal Sottoprefetto del Circondario di Gerace al Prefetto, alcuni cittadini scontenti delle nuove sanzioni economiche, delle leggi sull’imposta che colpivano le classi povere, fomentavano l’ambiente.  Si ribadisce, perciò, l’inesistenza di briganti nel territorio di Mammola e si definisce "sogno di mente inferma" un cartello affisso nella cittadina, che probabilmente denunciava fatti turbativi. La lettera suddetta concludeva infondendo fiducia nella Sicurezza Pubblica che procedeva di bene in meglio "avendo spiegata una sollecitudine commendevole". Assicurava, altresì che aveva richiamato i sindaci "all’esatta osservanza del debito che loro incombe di far rapporti giornalieri, nonché pronte circonstanziate relazioni dei fatti criminosi, degli avvenimenti fortuiti e di ogni altro rimarchevole accaduto".  In altri rapporti fatti dal Sottoprefetto del Circondario di Gerace al Prefetto si comunicava che gli episodi delinquenziali provenivano dalla provincia di Catanzaro "funestata dal brigantaggio", con cui confina. In particolare, il 14 ottobre 1864, il Sindaco di Monasterace avvisava che "una banda di otto grassatori armati di tutto punto aveva aggredito la ciurma di Santoro Michele, mentre raccoglieva agrumi nelle vicinanze di fiume Assi che divide questo Circondario da quello di Catanzaro. Il Santoro erasi salvato con la fuga, ricoverandosi in Monasterace".  Si era scoperto che una comitiva di sei persone era apparsa il giorno precedente nella contrada Botteria, territorio del confinante Comune di Guardavalle, per sequestrare il Santoro, ma avendo colà trovato una resistenza inattesa si era spinto oltre il fiume Asse invadendo il mandamento di Stilo. Il comandante delle Guardie nazionali di Stilo, Crea Bono, spedì diversi esploratori per raccogliere notizie intorno alla direzione presa dai malviventi, e dispose dei movimenti di milizie cittadine e dei carabinieri da eseguirsi di concerto con i funzionari della seconda Calabria. Nel suo rapporto definiva brigantesca comitiva quella che aveva tentato il rapimento, ed indigeni ladruncoli gli individui veduti il 28 settembre e il 3 ottobre in Stignano e Placanica.  Nel 1865 cresceva il sospetto sul brigantaggio tant’ è che il Maggiore Pallavicini ordinò l’impiego delle Guardie nazionali, perché molte milizie cittadine avevano abbandonato la persecuzione dei briganti all’azione isolata dei soldati.  La sottoprefettura del Circondario di Gerace fu incaricata il 5 aprile del 1865 di diramare ordini precisi con appositi corrieri ai Sindaci dei paesi di Stilo, Bivongi, Pazzano, Camini, Monasterace, Riace, Stignano, Grotteria, San Giovanni, Gioiosa, Martone, Mammola, Caulonia e al Maggiore della Guardia Nazionale di Stilo, i quali avevano assicurato "di aver disposto continue e benintese perlustrazioni in modo da respingere qualsiasi invasione di malviventi, dietro i necessari accordi colle rispettive Stazioni di Reali Carabinieri e comuni viciniori".  La lettera inviata al Prefetto puntualizzava che il Sindaco e il Maggiore della Milizia cittadina di Stilo avevano dichiarato di essersi messi d’accordo con i delegati di Badolato e Serra, con i sindaci, le Guardie nazionali e i Carabinieri più vicini a quel territorio della limitrofa provincia di Catanzaro. Il consigliere reggente della Sottoprefettura del Circondario di Gerace aggiungeva "ho fiducia che il brigantaggio se anche perseguitato cercasse di spingersi in questo Circondario, ne verrebbe immediatamente respinto ed oppresso".  Sempre nel 1865 da un rapporto eseguito dalla Prefettura scaturisce che a Mammola, anche se non venivano segnalati fatti di rilievo per quanto riguarda scontri e rappresaglie, sussistevano contrasti sociali e diatribe tra opposte fazioni. Infatti ecco cosa si scrive:  "E’ un capoluogo di mandamento segnalato per spirito reazionario. Vi sono due partiti estremi: il Repubblicano ed il reazionario borbonico. Il primo (che si dice costituitosi in loggia massonica) è rappresentato dai signori: Piccolo Giuseppe medico; Agostino Carmelo medico; Piccolo Fortunato possidente; Carabetta Francesco sacerdote; Colaci Pasquale ufficiale; Albanese Antonio sacerdote e Bruzzese Nicodemo pittore. Essi tengono spesso delle riunioni specialmente nell’Ufficio postale e sono in corrispondenza col Calfapietra di Bovalino, il quale suole avere convegno fuori del paese.  Il partito clericale borbonico sarebbe rappresentato dai Signori Scala Domenico e Cav. Spina La Scala. La Scala era sotto ufficiale nel disciolto esercito borbonico-capo d’ufficio di Intendenza per favore sovrano; dopo il 1860 emigrò in Roma, ove visse a spese dell’ex re Francesco secondo. A Napoli fu carcerato.  In Mammola tuttora dimora il sedicente gentiluomo toscano sig. Conte Bordioli, cavaliere e agente del suddito spagnolo Conte Mathien di cui amministra i tenimenti in vicinanza di quel comune. E’ un personaggio sempre misterioso, malvisto in paese, da taluni segnalato per borbonico, da altri per murattista."&lt;p&gt;fonti da:&lt;span style="font-style: italic; color: rgb(51, 51, 51);"&gt; &lt;/span&gt;&lt;a style="font-style: italic; color: rgb(51, 51, 51);" href="http://www.sosed.it/"&gt;www.sosed.it&lt;/a&gt; e dagli archivi di Reggi Calabria &lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-3380530346981984453?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/3380530346981984453/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=3380530346981984453&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/3380530346981984453'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/3380530346981984453'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/brigantaggio-in-calabria-provincia-di.html' title='BRIGANTAGGIO IN CALABRIA PROVINCIA DI REGGIO'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5tvDxRciJI/AAAAAAAAADk/upBkGfQE_34/s72-c/Blaeu_Calabria_Ultra_II.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-1713250884038242124</id><published>2008-01-25T18:33:00.000-08:00</published><updated>2008-01-26T07:01:37.994-08:00</updated><title type='text'>RESISTENZA CALABRESE ALL'INVASIONE FRANCESE DEL 1806</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5qcyxRciGI/AAAAAAAAADM/kQzi1vQhiWY/s1600-h/fra_diavolo+in+uniforme+borbonica.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5qcyxRciGI/AAAAAAAAADM/kQzi1vQhiWY/s320/fra_diavolo+in+uniforme+borbonica.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5159608719140227170" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Michele pezza, in uniforme borbonica, detto "fra diavolo" uno dei principali "briganti" antifrancesi del 1806&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size:78%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:Arial;"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;I&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;l &lt;b&gt;14 febbraio 1806&lt;/b&gt; le truppe francesi occuparono Napoli e sul trono s'insediò il fratello di &lt;b&gt;Napoleone&lt;/b&gt;, &lt;b&gt;Giuseppe Bonaparte&lt;/b&gt;. Trovò in Calabria le prime e più irriducibili resistenze. La regione acquistò un'immensa notorietà e venne paragonata in tutta Europa alla Vandea, che si era opposta strenuamente all'avanzata della Rivoluzione. Si era da poco insediato il nuovo monarca che subito, insopprimibile, scoppiò una rivolta, che non accennò a placarsi fino alla fine della dominazione francese. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Arial;font-size:85%;"  &gt;La scintilla scoccò a Soveria Mannelli, un villaggio della presila. Era il &lt;b&gt;22 marzo&lt;/b&gt;, secondo giorno di primavera e, secondo la tradizione, il francese che comandava il drappello che presidiava il borgo insidiò una bella e giovane donna del luogo. Alle grida della donna, accorsero i paesani guidati da un contadino, &lt;b&gt;Carmine Caligiuri&lt;/b&gt;, e i quattordici francesi del drappello vennero massacrati. Da Soveria, l'insurrezione si diffuse come un fiume in piena in tutti i comuni vicini. A nulla servì che i francesi intervenissero in modo spietato, bruciando i villaggi e impiccando i rivoltosi. .A Maida il 4 aprile i Francesi furono sconfitti dai rivoltosi, sostenuti da truppe inglesi. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Arial;font-size:85%;"  &gt;Il &lt;b&gt;31 luglio&lt;/b&gt; vi fu la proclamazione dello stato di guerra nella Calabria. Si tratta di uno dei pochi provvedimenti formali nella storia dell'umanità, per legittimare le azioni di ferocia inaudita che i Francesi inflissero alle popolazioni della Calabria. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Arial;font-size:85%;"  &gt;Gli occupanti reagivano così anche perché, abituati a trionfare in tutta l'Europa, non potevano mai immaginare di incontrare una resistenza così tenace proprio in questa sperduta regione. Forse soltanto nella Galizia, ci fu qualcosa di simile, ma mentre in Spagna l'opposizione alla conquista francese è diventata una pagina luminosa della storia nazionale, da noi nei libri di scuola non se ne parla neppure. Nonostante questo, la Calabria restò in guerra fino alla fine della dominazione francese, sebbene nel 1808 diventasse re &lt;b&gt;Gioacchino Murat&lt;/b&gt;. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Arial;font-size:85%;"  &gt;I Francesi abolirono per legge la &lt;b&gt;feudalità&lt;/b&gt;, come se un'istituzione secolare potesse essere eliminata per decreto; provvidero alla ridefinizione delle circoscrizioni comunali, aumentandone in modo considerevole il numero; migliorarono sensibilmente il più importante asse viario del tempo, che era stato in precedenza tracciato dai Borbone e che era la strada delle Calabrie (attuale strada statale 19); trasferirono la capitale della Calabria Ulteriore da Catanzaro a Monteleone. E poi misero in vendita i residui beni ecclesiastici. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Arial;font-size:85%;"  &gt;E con questi provvedimenti, e simili argomenti, unitamente alla guerriglia che senza soste insanguinò la regione per l'intero decennio, la Calabria, secondo qualche storico, « usciva dal secolare isolamento».&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Arial;font-size:85%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Arial;font-size:85%;"  &gt;da: http://www.soveratoweb.it/storiacalabria.htm&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);font-size:130%;" &gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;DUE BRIGANTI CALABRESI DEL 1806 POCO CONOSCIUTI&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt; Giosafatte Talarico&lt;/span&gt; nato nell'        odierno Panettieri ( ex Casale di Scigliano ), l'ultimo brigante        condannato a morte e ucciso per decapitazione davanti al tribunale di        Catanzaro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt; Paolo Mancuso detto PARAFANTE&lt;/span&gt;, nacque a        Serra di Scigliano nel 1783. Partecipò all’impresa  del        cardinale Ruffo e svolse diverse azioni per conto degli inglesi, brigante        temutissimo era tra i più potenti della Calabria insieme a Fradiavolo,        Panedigrano, Francatrippa. Un resoconto dettagliato delle sue        gesta si può leggere nei detti documenti: Note Essenziali  riportati        da Mozzillo, "Cronache .... op. cit., pp- 1079-80 e 1091-1110 Il primo        afferma che Parafante fu ucciso il 13 febbraio 1811 nel bosco di Migliuso        dagli uomini dell’aiutante generale Iannelli: il secondo, il 14 nel bosco        di Camello, vicino a Feroleto, dopo un violento scontro. Il suo corpo fu        esposto in una gabbia di ferro a Scigliano. La sua testa fu portata        per  molti paesi,  poi fu portata dal  signor tenente        generale Manhès in Cosenza, come pure la testa degli altri compagni. E        questi le fecero a vari pezzi, e distribuiti per vari  luoghi" .        Questo racconto è confermato anche da L. M. GRECO, op. cit., II, p. 398,        che ci informa che un fratello di Parafante era prete il quale finì        impiccato a Nicastro dai francesi insieme ad una sorella, mentre gli        altri  quattro fratelli  di Parafante erano di " d’indole brava."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;fonte da www.scigliano.altervista.org&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="text-align: justify;font-family:georgia;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);font-size:130%;" &gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0); font-weight: bold;font-size:130%;" &gt;AMANTEA: CONTADINI, NOBILI E  SOLDATI BORBONICI SI OPPOSERO UNITI ALL' ESERCITO NAPOLEONICO INVASORE &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 15 dicembre 1805 Napoleone ordina all’esercito francese di invadere il Regno delle Due Sicilie. Il comando è assunto dal generale Massena, che muove con tre colonne per un totale di 37000 uomini. Il 12 febbraio 1806 si arrende la fortezza di Capua, il giorno successivo Pescara, il 14 le avanguardie francesi entrano nella capitale, da cui il Re era partito per la  Sicilia sin dal 23 gennaio. Tre giorni dopo Massena invia distaccamenti in Puglia e Calabria, n sestultima regione il generale Regnier con 10000 uomini il 18 marzo batte i napoletani guidati da Ruggiero Damas a S. Lorenzo la Padula ed a Campotenese. Il giorno dopo i resti dell’esercito borbonico, circa 12000 soldati, insieme al loro comandante si imbarcano per la Sicilia. Tra il 29 ed il 30 marzo Napoleone dichiara decaduto Ferdinando IV, e nomina sovrano il fratello Giuseppe: tutto il regno di Napoli è in mani nemiche, ad eccezione di Civitella del Tronto, Gaeta e, nelle Calabrie, Maratea, Amantea e Scilla. Amantea si è preparata alla resistenza sin dai primi giorni di marzo, favorita dalla posizione e dai luoghi, poiché ad ovest ed a est ripidi dirupi e valloni rendono facile la difesa e difficile l’assalto, a nord e a sud mura merlate e bastioni proteggono l’abitato; sempre a nord il torrente Catecastro lambisce il paese, e la vicinanza del mare consente, pur tra rocce scoscese e sentieri impervi, un possibile rifornimento. La guarnigione, al comando del tenente colonnello Ridolfo Mirabelli, è stata rifornita di quanto occorrente via mare, mentre quattro cannoni da 18 libbre costituiscono l’artiglieria per la difesa. Per un po’ il nemico si accontenta solo di minacciare con attacchi sporadici, ma a novembre il generale Verdier invia tre battaglioni di fanteria, una compagnia di artiglieria, una di zappatori e dei dragoni per iniziare le operazioni di assedio. Nel mese di dicembre iniziano le ostilità e gli scontri, cui partecipano molti cittadini, guidati dal dott. Salvatori e dal frate Michele Ala. I francesi, dopo essere stati messi in grosse difficoltà dai difensori, una volta ricevuti 800 uomini di rinforzo tentarono, in una notte del mese, un attacco dalla parte del mare. Li guida il capitano della gendarmeria Razzo, nativo di Amantea, che riesce a far superare loro la rampa di San Pantaleo, ed a farli giungere sulle mura del paese. Le sentinelle, che non si attendevano un attacco dalla parte più difficile, stanno per essere sopraffatte quando l’urlo di una donna, Elisabetta de Noto, dà l’allarme, seguito da rullo di tamburi che chiama i difensori alle mura ed il lampo di un mortaio, segnale del nemico per l’assalto, rende palese il pericolo. Dopo tre ore di battaglia i nemici sono respinti sotto una gragnola di colpi, lasciando sul terreno un centinaio di morti e quasi il doppio di feriti. La resistenza preoccupa Verdier per il formarsi di bande partigiane in tutta la Calabria, principalmente a San Lucido, Fiumefreddo e sopra Amantea, per cui ordina l’inizio dei lavori di assedio della cittadina affidandone il compito alla brigata di Peyri, formata da 4 battaglioni, 300 corsi, una compagnia di  cannonieri, una di zappatori napoletani e quattro ufficiali ingegneri, Montemajor, Cosenz, Mac Donald, Romei: in tutto 3200 uomini. Il 2 gennaio 1807 si inizia a stringere d’assedio Amantea, pur se l’alfiere delle milizie provinciali, Raffaele Stocco, riesce ad entrare in paese con un centinaio di soldati, attraversando le linee nemiche. I francesi scelgono per l’attacco la zona meridionale di Palaporto, iniziando la costruzione delle piazzole per l’artiglieria. I risultati ottenuti con il cannoneggiamento sono più che modesti, mentre frequenti sono le sortite dei difensori: perciò si intensificano i lavori di scavo per la posa di mine, mentre si prosegue nel tiro giorno e notte, e si costruisce un ridotto quadrato sulla spiaggia per impedire i rifornimenti via mare ai napoletani. In città l’assedio comincia a farsi sentire con la mancanza di pane ed acqua, cui si cerca di sopperire con gravi pericoli. All’alba del 15 gennaio le compagnie granatieri e cacciatori del 52° fanteria vanno all’assalto delle mura indebolite dal bombardamento, ma sono costrette a ritirarsi per la tenace difesa degli assediati. Non resta ai francesi che proseguire con il cannoneggiamento e con lo scavo delle gallerie per le mine. Alla fine il lavoro è compiuto nella notte del 29: un ultimo tentativo di convincere alla resa i napoletani non sortisce effetti positivi, nonostante gli uffici del colonnello della gendarmeria Luigi D’Amato, parente, amico e compagno d’armi del Mirabelli. I due calabresi che militano in campi avversi si incontrano fuori le mura, ma i ragionamenti e le promesse del D’Amato non ottengono l’effetto sperato; si affida allora a Montemajorla preparazione della mina che dovrà aprire una breccia nelle mura. Alle due pomeridiane del 6 febbraio si fanno brillare le cariche. Tutta la facciata del bastione vola in aria e poi rovina nel fossato per una lunghezza di 60 piedi e per una larghezza di 50, formando una comoda rampa di accesso alla città. I francesi si lanciano all’assalto alla baionetta, ma sono più lesti i difensori a ricacciarli indietro.&lt;br /&gt;Due altri tentativi nella notte sono respinti con gravi perdite, tra cui il colonnello Montemajor, ferito nell’ultimo attacco. All’alba del 7 febbraio la resistenza può durare solo per un altro giorno, perciò si incarica di trattare la resa il tenente Trigona, che ottiene per la guarnigione l’autorizzazione a raggiungere l’armata borbonica in Sicilia. Ha così termine l’assedio di Amantea, durato ben 10 mesi, episodio misconosciuto della valorosa lotta sostenuta dai calabresi contro gli occupanti francesi. La resistenza armata della popolazione fu poi stroncata dallo straniero con metodi di inaudita ferocia e brutalità, paragonabili a quelli usati dai piemontesi negli anni 1861-67; ma di quelli e di questi la storia ufficiale tace, bollando quanti difesero la propria terra dall’invasore come “Briganti”. E’ ora finalmente di attribuire anche a questi valorosi la qualifica di Partigiani!&lt;div style="text-align: left; color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-family:times new roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;di Gaetano Fiorentino: &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic; color: rgb(51, 51, 51);"&gt;il sud quotidiano&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; del 2/8/21997&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-1713250884038242124?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/1713250884038242124/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=1713250884038242124&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1713250884038242124'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1713250884038242124'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/resistenza-calabrese-allinvasione.html' title='RESISTENZA CALABRESE ALL&apos;INVASIONE FRANCESE DEL 1806'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5qcyxRciGI/AAAAAAAAADM/kQzi1vQhiWY/s72-c/fra_diavolo+in+uniforme+borbonica.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-4564251190796271321</id><published>2008-01-25T17:35:00.000-08:00</published><updated>2008-01-25T17:39:42.343-08:00</updated><title type='text'>BRIGANTAGGIO IN CALABRIA: Domenico Straface detto Palma. Di Maria R. Calderoni</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5qOsxRciDI/AAAAAAAAAC0/HvaRCcLbe7Q/s1600-h/IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5qOsxRciDI/AAAAAAAAAC0/HvaRCcLbe7Q/s320/IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5159593222898223154" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Il brigante, in Calabria, col pino e col lupo, faceva parte del paesaggio: era un truce eroe popolare, che, quando si dava alla macchia, non faceva una scelta, ma subiva un destino tragico. E questo terribile eroe rappresentava la vendetta per tutte le umiliazioni che gli altri, i miti e i deboli, dovevano subire". Così nel libro di Salvatore Scarpino ("Indietro Savoia! ", Leonardo) si introduce il capitolo sul brigantaggio in territorio calabrese, teatro delle gesta di Domenico Straface detto Palma. Un teatro affollatissimo, tra il 1860 e il 1870, dove i ribelli contadini organizzati in bande agguerrite e i reparti dell’esercito piemontese, rafforzati da carabinieri, squadriglieri e guardia nazionale, si diedero spietatamente la caccia per tutto il decennio. Con rappresaglie e eccidi da entrambe le parti.&lt;br /&gt;      &lt;br /&gt;            &lt;strong style="color: rgb(153, 51, 0);"&gt;Il generale Pallavicini&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Gran fucilatore e inflessibile propugnatore di repressioni indiscriminate fu qui il gen. Emilio Pallavicini, lo stesso che l’anno prima aveva bloccato e catturato Garibaldi sull’Aspromonte, l’uomo che coi suoi reparti di guardie nazionali aveva attaccato per 35 volte le bande a cavallo del temibile Michele Caruso; l’inventore, in pratica, della nuova tattica antibrigantesca basata sulla "persecuzione incessante". Ma i banditi calabresi resistevano alla grande. Preti ricchi, baroni, avvocati, proprietari terrieri sono la loro preda; e sequestri, assalti alla diligenza, estorsioni, razzie e uccisioni di bestiame sono pane quotidiano. "La strada per Napoli di fatto era una sola, eppure non si riusciva a controllarla; le carrozze private e le corriere postali venivano sistematicamente assalite. Nel marzo 1865 fu attaccato un convoglio che portava a Catanzaro il procuratore generale del re, Camillo Longo... Fu una stagione infernale.". Una situazione che nell’agosto 1864 così sintetizza Vincenzo Padula ("Il brigantaggio in Calabria, 1861,1864", Padula): "Finora avemmo i briganti. Ora abbiamo il brigantaggio; e tra l’una e l’altra parola corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere e morire con la pancia piena; e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante é la causa del popolo, allorquando questo lo aiuta, gli assicura gli assalti, la ritirata, il furto e ne divide i guadagni. Ora noi siamo nella condizione del brigantaggio". Tra i tanti capibriganti della zona - da Pietro Corea (sequestrò un giudice, un deputato e due avvocati in un colpo solo), a Pietro Bianchi (uso a mozzare orecchie), Giovanni Bellusci e Bruno Pinnolo fucilati nel gennaio 1865, a Ferdinando Saccomanno "aiutante di campo" di Michele Caruso, ecc. - uno degli ultimi a morire è lui, appunto Domenico Straface detto Palma. Una biografia simile a quella di tanti altri: poverissimo contadino originario di Longobucco, Sila, si dà alla macchia nel 1847 poco più che ventenne, aggregandosi a varie bande (si dice che nel 1860 avesse tentato di offrirsi ai capi del nuovo governo come informatore, ma venne respinto). Muovendosi tra la Sila e la costa jonica fino alla Basilicata, ormai a capo di una banda propria, Palma riuscirà a tenere la campagna per oltre vent’anni. Gli danno la caccia con accanimento e lui non si sottrae agli scontri. Inseguito sulla Sila, per sganciarsi uccide quattro squadriglieri. Un’altra volta mentre è nei boschi con pochi gregari e una donna, i carabinieri lo circondano con 400 uomini; ma Palma come sempre riesce a filarsela.&lt;br /&gt;     &lt;br /&gt;         &lt;strong style="color: rgb(153, 51, 0);"&gt;L’agguato&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Ha fama di imprendibile, è la Primula Rossa della Sila, un Eroe contadino. La gente lo crede dotato di protezioni magiche, lo salvano, raccontano, pietre, alberi, fossi; é un brigante di bella presenza e ardito, che colpisce la fantasia popolare. Un tipo originale, con un tocco di teatralità. "Il suo vestimento aveva qualcosa di bizzarro. Pantaloni fasciati rossi e blu e guarniti di madreperla; giubbone alla cacciatora con quattro fila di lire acconciate a bottoni e cadenti dal bavero in giù; cappello calabrese invellutato; due colpi e pistola inglese montati in argento, e coltella col manico intarsiato dello stesso metallo". Non alto, robusto, lineamenti ben fatti, Palma muore nel luglio 1869, sul ciglio del grande bosco di Macchia Sacra, sulla Sila. Muore come é nel suo destino di brigante, per la vile spiata. La lotta alle bande quell’anno é affidata al colonnello Bernardino Milon, capo di stato maggiore del gen. Sacchi. Dice di lui Franco Molfese ("Storia del brigantaggio dopo l’Unità", Feltrinelli): "Rinnovò i bandi e i metodi del Fumel con vera e propria ferocia e senza alcun scrupolo per la violazione delle garanzie legali". Bernardino Milon era uno che lavorava bene anche sul versante degli infiltrati e della delazione (in gran parte grazie alle taglie esorbitanti che pendono sulla testa dei principali "capi"), ed era quindi riuscito a trovare l’uomo della soffiata al momento giusto. Il momento giusto arriva quella sera, 12 luglio 1869.&lt;br /&gt;     &lt;br /&gt;         &lt;strong style="color: rgb(153, 51, 0);"&gt;Era "fatato"&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Il brigante imprendibile quella sera, stanco e in compagnia di un solo uomo, si era appena inoltrato nel bosco, quando gli si para davanti un gruppo di carabinieri che sono lì appostati ad attenderlo. A sparargli é il guardiano del barone Guzzolini, tale Pietro Librandi; Palma é ferito non mortalmente, però é costretto a ripararsi in un fosso. "Per tutta la notte il ferito si lamentò, ma nessuno osò avvicinarglisi, aveva ancora il fucile. All’alba un carabiniere si fece sotto e gli spedì una palla pietosa. Pietro Librandi ebbe un premio di oltre 10.000 lire, una fortuna". "Era reputato di indole poco efferata e sanguinaria. Era contadino laborioso ed ossequiente: fu spinto al malandrinaggio dalle insinuazioni malvage dei tristi, che provocano il brigantaggio per specularvi. Presso il volgo godeva prestigio e popolarità; le donnette favoleggiavano di lui chiamandolo santo, fatato, invulnerabile e invincibile; aveva saputo procurarsi queste false credenze con continuate, generose elargizioni, e tenendo osservanza a un tenore di vita parco e temperato". Questo il "coccodrillo" che un giornale di Catanzaro qualche giorno dopo l’uccisione pubblicò in memoria del brigante Palma, Primula Rossa della Sila.&lt;br /&gt;     &lt;br /&gt;         &lt;strong style="color: rgb(153, 51, 0);"&gt;"Proclama"&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;"Catanzaresi, Alle promesse lusinghiere succedette il disinganno, alla ricchezza la povertà, alla libertà la schiavitù. Eccoci o calabresi al disinganno del dolore, all’Iliade più amara, sol chi è cieco non vede là dove ci han condotti i falsi liberali, quelli appunto che mettendosi un cencio rosso cercarono ed ebbersi la pagnotta. E di fatto, se non fu violento il Plebiscito, perché il malcontento di tutte le classi, meno la classe pagnottizia? Dov’è la ricchezza se l’erario è smunto, se spoglie sono tutte le casse pubbliche, depauperata la più ricca fra le metropoli, Napoli? Dunque, o calabri, ai fatti. Lo sanno gli scherani del Re Sabaudo; lo sanno i raccogliticci e melensi carabinieri; lo sa infine la piumata Guardia Nazionale che ad altro non è buona che a fare la sua comparsa plateale, ebbene noi marceremo...". Il proclama è firmato dal "generale in Capo Muraca Luigi", uno dei più famosi briganti calabresi: sarà fucilato nel 186&lt;span style="font-style: italic;"&gt;5&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;em&gt;di: Maria R. Calderoni - da: Liberazione martedì 30 luglio 2002&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-4564251190796271321?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/4564251190796271321/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=4564251190796271321&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/4564251190796271321'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/4564251190796271321'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/brigantaggio-in-calabriadomenico.html' title='BRIGANTAGGIO IN CALABRIA: Domenico Straface detto Palma. Di Maria R. Calderoni'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5qOsxRciDI/AAAAAAAAAC0/HvaRCcLbe7Q/s72-c/IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-5661998819849758031</id><published>2008-01-25T13:09:00.000-08:00</published><updated>2008-01-27T18:08:53.936-08:00</updated><title type='text'>IL DESTINO DI CI FECE PARTE DELL'ESERCITO NAPOLITANO (I LAGER DEI SAVOIA)</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5pRDxRciAI/AAAAAAAAACc/qBwrEMIxerI/s1600-h/dagaeta.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5pRDxRciAI/AAAAAAAAACc/qBwrEMIxerI/s320/dagaeta.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5159525448314292226" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;Recenti ricerche sottolineano le pessime condizioni in cui nel 1861 furono «ospitati» a Fenestrelle i soldati di Francesco II: laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. La fortezza di Fenestrelle non ebbe altri reclusi se non militari: ufficiali condannati agli arresti di fortezza e particolari reparti di disciplina, il più noto dei quali è l'VIII, al quale furono aggregati i commilitoni del caporale Pietro Barsanti, l'organizzatore della fallita rivolta militare di Pavia, nel marzo del 1870. Uno di questi fu Augusto Franzoi che cadde dalle mura nel tentativo di evadere in una notte del novembre 1870. Il ferito fu abbandonato dai compagni e tosto nuovamente imprigionato. Durante la grande guerra vennero concentrati a Fenestrelle anche prigionieri austroungarici e italiani condannati dal tribunale di guerra. &lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:100%;" &gt;         &lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:100%;" &gt; Tra questi, nel 1916, anche il generale Giulio Douhet ex bersagliere: reo di essersi contrapposto alle strategie ante Caporetto di Cadorna.&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51); font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;L’immagine che diede di se il pur forte esercito del Sud, va ascritta ai principali responsabili che sono pochi e di alto grado. In più occasioni la bassa forza ebbe di che indispettirsi per le improvvise ritirate (vedi la Palermo di Lanza) comprate dagli uomini di Garibaldi. (Garibaldi disponeva di mezzi di cui non è mai stata svelata a fondo la provenienza). Su un giornale satirico dell’epoca era rappresentata la caricatura dell’esercito: il soldato con la testa di leone, l’ufficiale con la testa d’asino, il generale senza testa. Agli ufficiali che non avevano già tradito venne "offerta" imposta dal Cialdini l’assunzione nel nuovo esercito Italiano.&lt;/span&gt;&lt;b style="color: rgb(51, 51, 51); font-weight: bold;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt; Gli irriducibili che non si diedero alla macchia, dopo essere stati fatti prigionieri, furono deportati a Fenestrelle, campi di S. Maurizio Canavese, Alessandria e in Sardegna per un trattamento di «correzione e idoneità al servizio». Molti morirono. Alla leva «unitaria» del 1861 nel sud si presentarono in 20 mila sui 72 mila coscritti, gli altri si diedero alla macchia e «li chiamarono briganti».&lt;/span&gt;&lt;b style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0);"&gt;Spunti dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti nato a Catanzaro il 14.3.1836&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;       &lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;i&gt;«Nella mia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per aver tradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erba dovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí un prete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci voleva condicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamo portato allo nostro patrone. Ci hanno portato innanzi a un carnefice Piemontesa condicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell'assassino di Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perché aveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornare indietro asservire sotto la Bandiera d'Italia. Il terzo giorno sono scappato, giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi redutto a quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Re no aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori; siamo fatto questioni e lo sono lasciato. Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggione mi anno fatto partire per il Piemonte. il 15 gennaio del 1862 ci anno portato affare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all'ospidale e in pregiona a pane e accua. principio del 1863 fuggito da sotto le armi di Vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato all'udienza del mio desiderato e amato dal Re Francesco e li ò raccontato tutti i miei ragioni.»&lt;/i&gt; [Fonte: Fulvio Izzo        «I lager dei Savoia»]&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;b style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0); font-weight: bold;"&gt;VERITA' E GIUSTIZIA PER L'ITALIA MERIDIONALE&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0); font-weight: bold;"&gt;di Cesare Bertoletti, ufficiale piemontese a Napoli nel 1918, un testo commovente, nel quale l'autore pone cuore e intelletto per ritrovare, fra i meandri della palude risorgimentalista, le ragioni del Meridione. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:100%;" &gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:130%;" &gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);font-size:100%;" &gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:arial;" &gt;"Sta di fatto che la storia dell’Italia meridionale dalla metà del 1700 ad oggi, e quindi la storia del Regno Borbonico, delle qualità del suo esercito, della sua marina (sia da guerra che mercantile), delle ricchezze o meno delle sue regioni e soprattutto dell’importanza nazionale ed europea del pensiero dei filosofi, degli economisti e dei politici meridionali, è sempre stata falsata, sia ufficialmente, sia dai singoli, e in modo tale da fare apparire tali regioni come misere, arretrate e dì peso, morale e materiale, per le altre province italiane, mentre invece, è vero esattamente il contrario. Ossia è vero che con l'unione dell’Italia meridionale al resto della penisola, tale regione ha dato enormi ricchezze e ne ha ricevuto in cambio la rovina delle proprie industrie e della propria agricoltura facendo sempre la parte della Cenerentola, subendo anche la mortificazione di ricevere aiuti dai vari governi che si sono succeduti in Italia, come un parente, povero e svogliato, ne può ricevere da un parente ricco che sa far pesare il suo dono; mentre, invece, l'Italia meridionale ha pieno diritto di riavere quanto le è stato tolto sia moralmente che materialmente.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;font-family:arial;" &gt; Chi scrive ha piena coscienza della gravità di quanto afferma, ma ha altrettanta piena coscienza di poter dimostrare come quanto afferma sia rispondente a verità, sicuro che, riconosciuta tale verità, si potrà con animo sereno giudicare fatti, personaggi e popolazioni in modo più vicino alla realtà, rendendo così giustizia ad un buon terzo della popolazione Italiana. E inoltre chi scrive tiene a far sapere di non essere un meridionale, ma di appartenere ad una famiglia piemontese e di non essere quindi spinto al presente studio da sentimenti o da interessi regionalistici, ma solo dall’amore per la verità storica e per la giustizia.”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-5661998819849758031?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/5661998819849758031/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=5661998819849758031&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5661998819849758031'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5661998819849758031'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/il-destino-di-ci-fece-parte.html' title='IL DESTINO DI CI FECE PARTE DELL&apos;ESERCITO NAPOLITANO (I LAGER DEI SAVOIA)'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5pRDxRciAI/AAAAAAAAACc/qBwrEMIxerI/s72-c/dagaeta.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-7406412208358485037</id><published>2008-01-25T12:10:00.000-08:00</published><updated>2008-04-26T14:48:57.115-07:00</updated><title type='text'>I LAGER DEI SAVOIA DI FULVIO IZZO</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5pJMxRch-I/AAAAAAAAACM/v39UvZ0Z5GY/s1600-h/FENESTRELEEEEEEEEEEEEE.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5pJMxRch-I/AAAAAAAAACM/v39UvZ0Z5GY/s320/FENESTRELEEEEEEEEEEEEE.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5159516806840092642" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;lager de finastrelle&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fulvio Izzo, insegnante e ricercatore, ha firmato “I lager dei Savoia” dove, dopo aver messo insieme una documentazione imponente, descrive «la storia "infame" del Risorgimento          - i campi di concentramento per i soldati Borbonici”       &lt;br /&gt;( tutti quei militari che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell'esercito sabaudo e quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II), nei forti del Nord. Il fatto che nella storiografia ufficiale si parli poco o troppo, del brigantaggio, per parte presa e non si sia mai accennato alle deportazioni e alle sofferenze dei prigionieri meridionali, dei quali molti deceduti nei campi di Finestrelle e San Maurizio in Piemonte, non è comprensibile e soprattutto non è giustificabile. Il forte di Fenestrelle, iniziato nel 1727 e terminato completamente nel 1854 si sviluppa per oltre 3 km. di lunghezza su 650 mt. di dislivello. 1.300.000 metri quadri di superficie con 1.700 uomini di presidio. Una scalinata coperta di oltre 4.000 gradini collega la piazza principale del forte San Carlo con il forte delle Valli attraverso fortini ridotte e batterie. In quasi tre secoli di vita, questa maestosa macchina da guerra non ha mai sparato un solo colpo. I detenuti meridionali tentarono anche di organizzare una rivolta, il 22 agosto del 1861, per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta ed il tentativo ebbe come risultato l'inasprimento delle pene. Fulvio Izzo        , I lager dei Savoia, 1999, 8°, Ed. Controcorrente "... Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in grande quantità, si stipano ne' bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di que' spettacoli che lacerano l'anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="color: rgb(204, 102, 0); font-weight: bold;"&gt;I SAVOIA E LA SOLUZIONE FINALE &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si è sempre creduto che le uniche colpe di cui si coprirono gli ignobili savoia, fossero riconducibili alle 2 guerre mondiali, l'uso di armi chimiche nelle guerre coloniali e non solo, la firma delle leggi raziali ed il fascismo. Ma i savoia fecero di molto peggio. Durante e dopo l'annessione del Regno delle due Sicilie si manifestò un problema inaspettato. I soldati Borbonici rimanevano fedeli al loro re e visto che per motivi di immagine non potevano essere massacrati sul posto, si decise di allestire per loro una SOLUZIONE FINALE. Furono trasferiti al nord tra milano genova e torino in appositi CAMPI DI CONCENTRAMENTO, con una sola certezza, dovevano entrarci in piedi ed uscirci stesi. L'italia era ormai unita e quelli erano italiani, ma italiani di serie B. Solo la fortezza delle finestrelle, ora emblema del piemonte e di torino, ingoiò tra 25000 e 50000 soldati Borbonici, risputandone solo i corpi esanimi. Il numero ufficiale dei morti nei LAGER è ancora coperto dal segreto di stato, malgrado questo decada dopo 50 anni, ma in fondo ne sono passati solo 170. Visto che alcuni dubitano su quanto scrivo vi allego il carteggio trà cavour e il generale lamarmora, riguardante questa tematica e anche la bibliografia, aspetto vostri commenti e domande.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 153, 0); font-weight: bold;"&gt;lettera di Cavour a Farini, luogotenente a Napoli, datata 21 novembre 1860, n. 2551 vol. III:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; "Carissimo amico. Io vi prego a nome pure dei miei colleghi a rifletterci ancora sopra prima di spedire qui tutte le truppe napoletane che il Papa e i Francesi ci restituiscono, è, a parer mio, atto impolitico sotto tutti gli aspetti. Il trattare tanta parte del popolo da prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del Regno. Il pensare di trasformarli in soldati dell'esercito nazionale è impossibile e inopportuno. Pochissimi consentono ad entrare volontariamente nel nostro esercito, il costringerli a farlo sarà dannoso anziché utile almeno per ciò che riflette gran parte di essi. Ho pregato Lamarmora di visitare lui stesso i prigionieri che sono a Milano. Lo fece con quella cura che reca nell'adempimento di tutti i suoi doveri. Poscia mi scrisse dichiarandomi che il vecchio soldato napoletano era canaglia di cui era impossibile trarre partito; che corromperebbe i nostri soldati se si mettesse in mezzo a loro. Credo che bisogna fare una scelta, mandare a casa tutti quelli che hanno piú di due anni di servizio, dichiarando loro che al menomo disordine sarebbero richiamati sotto le armi e mandati a battaglioni di rigore. Tenere sotto le armi quelli che non hanno compiti due anni di servizio e quelli fonderli nei reggimenti, costringendoli a servire per amore o per forza. Vi prego di comunicare queste idee a Fanti, invitandolo a nome del Consiglio a soprassedere almeno per qualche tempo dallo spedire a Genova quegli ospiti incomodi... Vi mando la lettera di Lamarmora sui prigionieri Napoletani... ".  la lettera di lamarmora  "... Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri Napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsenton a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d'occhi... e quel che è piú dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andar a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco secondo, gli rinfacciai che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavan a servire, che erano un branco di carogne che avressimo trovato modo di metterli alla ragione. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia, e per carità non si pensi a levare da questi Reggimenti altre Compagnie surrogandole con questa feccia. I giovani forse potremo utilizzarli, ma i vecchi, e son molti, bisogna disfarsene al piú presto".&lt;span style="font-size: 10pt; color: black; font-family: Arial;"&gt;&lt;p style="background: white none repeat scroll 0% 50%; -moz-background-clip: -moz-initial; -moz-background-origin: -moz-initial; -moz-background-inline-policy: -moz-initial;"&gt;&lt;span style="font-size: 10pt; color: black; font-family: Arial;"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;i style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-7406412208358485037?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/7406412208358485037/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=7406412208358485037&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/7406412208358485037'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/7406412208358485037'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/f-ulvio-izzo-insegnante-e-ricercatore.html' title='I LAGER DEI SAVOIA DI FULVIO IZZO'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5pJMxRch-I/AAAAAAAAACM/v39UvZ0Z5GY/s72-c/FENESTRELEEEEEEEEEEEEE.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-3955588737847164028</id><published>2008-01-25T11:48:00.000-08:00</published><updated>2008-01-25T11:55:18.555-08:00</updated><title type='text'>DOMENICO NICOLETTI UNO TRA I POCHI  PATRIOTI DELLO STATO MAGGIORE BORBONICO</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o9pRRch9I/AAAAAAAAACE/78BUa_WxRgg/s1600-h/nicoletti.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o9pRRch9I/AAAAAAAAACE/78BUa_WxRgg/s320/nicoletti.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5159504102326831058" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;Nacque a Napoli il 5 agosto 1808 e quale figlio di ufficiale borbonico fu destinato alla carriera militare tanto che ad appena 8 anni lo troviamo già iscritto come "Figlio di Truppa" nel Battaglione Allievi Militari.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;Frequentò diverse scuole ed il I° giugno 1821 fu ammesso alla Real Accademia Militare, da dove ne uscì tre anni dopo col grado di Sergente.&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;Il 6 maggio del 1841 venne promosso 2° Tenente ed il 27 aprile 1846 1° Tenente.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;Nel 1848 partì per la repressione dei moti rivoluzionari siciliani al seguito del Generale Carlo Filangieri, che lo volle suo addetto allo Stato Maggiore e dove rimase fino al 1860.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;Nella veste di addetto allo Stato Maggiore ebbe a svolgere delicati quanto ingrati compiti come quello di incontrare e trattare con lo stesso Garibaldi che egli sprezzantemente chiamava "IL PIRATA DI NIZZA".&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;Abbandonata la Sicilia e poi anche Napoli, fu promosso Maggiore e gli fu dato il comando del suo 6° Reggimento di Linea "Farnese" che fu protagonista assoluto nei giorni 1 e 2 ottobre 1860 al Castello di Morrone e sulle confinanti colline di Caserta.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;Con la vittoria su Bronzetti egli fu l’unico comandante borbonico ad uscire vincitore dallo sfacelo della battaglia del Volturno.&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;br /&gt;Per le sue azioni in Sicilia ebbe parecchi encomi e fu insignito di varie onorificenze oltre che di una medaglia di bronzo, della medaglia d’oro dei distinti di 1^ classe ed alla fine della carriera; per ciò che aveva fatto al Castello di Morrone, fu ricevuto personalmente dal Re Francesco II a Gaeta che gli regalò una medaglia d’oro in ringraziamento e come suo ricordo personale.&lt;/span&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;&lt;br /&gt;Dopo la resa di Gaeta gli fu offerto di passare col grado di Colonnello nel nuovo esercito italiano, ma rifiutò e si ritirò in pensione mantenendo, fino alla morte, avvenuta nel 1874, un dignitoso silenzio.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-3955588737847164028?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/3955588737847164028/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=3955588737847164028&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/3955588737847164028'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/3955588737847164028'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/domenico-nicoletti-uno-tra-i-pochi.html' title='DOMENICO NICOLETTI UNO TRA I POCHI  PATRIOTI DELLO STATO MAGGIORE BORBONICO'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o9pRRch9I/AAAAAAAAACE/78BUa_WxRgg/s72-c/nicoletti.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-5431278302344079385</id><published>2008-01-24T14:16:00.000-08:00</published><updated>2008-01-25T18:48:35.643-08:00</updated><title type='text'>IL REGIO ESERCITO BORBONICO NELL'ESERCITO CONFEDERATO di Pierluigi Rossi</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o6dRRch8I/AAAAAAAAAB8/64ld2mvWUoE/s1600-h/gggggggggggggggggg.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o6dRRch8I/AAAAAAAAAB8/64ld2mvWUoE/s320/gggggggggggggggggg.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5159500597633517506" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;font-family:Trebuchet MS;font-size:100%;"  &gt;Il 18 Marzo 1861, arrivò a New Orleans la nave "Elisabetta", dalla quale sbarcarono 87 ex soldati borbonici. Per decreto del governatore della Luisiana Thomas Moore fu costituito il 6 reggimento "Italian Guards" dell'esercito confederato del quale vennero a far parte gli sbarcati ed altri meridionali giunti a New Orleans. Tutti i meridionali che combatterono per gli Stati Confederati si distinsero con onore durante la guerra 1861-1865, combattendo per la libertà di un'altro sud.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="margin: 6px 0cm; text-align: justify; line-height: 150%;font-family:arial;"&gt;   &lt;span style="font-style: italic;font-size:100%;" &gt;   Riporto le parole pronunciate dalla discendente del presidente degli    Stati Confederati d'America, sig.ra Betty Russo (sposata con un oriundo    siciliano, discendente dei fratelli Russo in forza alla "Italian Guards"    i quali avevano militato nell'esercito delle Due Sicilie. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;   &lt;p class="MsoNormal"  style="margin: 6px 0cm; text-align: justify; line-height: 150%;font-family:arial;"&gt;   &lt;span style="font-style: italic;font-size:100%;" &gt;   “È con profondo rispetto e senso dell'onore che mi rivolgo a voi. Voglio    esprimere la mia sincera stima e gratitudine per il supporto e l'aiuto    di tutti gli ex soldati di Borbonici che combatterono per la libertà    della nostra patria durante la guerra di aggressione nordista. L'amore    della patria, della libertà, e l'indipendenza furono i principali motivi    di quei valorosi soldati che combatterono tanti anni fa al nostro    fianco. I vostri compatrioti combatterono con onore e si distinsero sui    campi di battaglia per 4 lunghi anni per difendere la nostra libertà.    Questo non è stato dimenticato, e con le parole del Generale Lee: "non    li dimenticheremo mai". Il sacrificio degli ex soldati borbonici durante    la guerra non sono stati dimenticati. La loro storia è finalmente    riemersa negli Stati Uniti. La loro storia, ed è stata narrata alla    convenzione nazionale del UDC e dei discendenti dei veterani    Confederati. La loro storia è stata presentata alla riunione nazionale    del movimento neoconfederato in Huston e ripetuta alla convenzione dei    discendenti di veterani confederati, ove sarà fatto l'appello di tutti    quei vostri compatrioti che combatterono con noi. Siate fieri del vostro    passato e del vostro retaggio. La loro memoria ed i loro sacrifici sono    con noi".&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="margin: 6px 0cm; text-align: justify; line-height: 150%;font-family:arial;"&gt;   &lt;span style="color: rgb(115, 18, 2);font-size:100%;" &gt;   &lt;span style="font-weight: 700;"&gt;Reclutamento e    reparti&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="margin: 6px 0cm; text-align: justify; line-height: 150%;font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il reclutamento iniziò con l'arrivo a Napoli dell'americano Chatham Roberdeau Wheat il 14 ottobre 1860 a bordo della nave "&lt;i&gt;Emperor&lt;/i&gt;", assieme ai 650 uomini della legione britannica. Wheat partecipò anche ad azioni militari come le battaglie del Volturno e del Garigliano, ed all’assedio di Capua, col grado di generale conferitogli da Garibaldi che aveva conosciuto a New York nel 1850. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="margin: 6px 0cm; text-align: justify; line-height: 150%;font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il Gen.Wheat aveva come aiutante il Capitano Bradford Smith Hoskiss veterano dell'esercito britannico. Alla notizia dell'elezione di Lincoln a presidente negli Stati Uniti, Wheat come sostenitore dell'altro candidato Breckinridge, era cosciente che se fosse avvenuta la secessione degli stati del sud, come preannunziata, la guerra civile sarebbe divenuta una concreta possibilità. Pertanto fece richiesta a Garibaldi di poter reclutare prigionieri e sbandati dell'esercito Borbonico da inviare in Luisiana. Garibaldi incaricò Liborio Romano [ex ministro degli Interni del regno delle Due Sicilie, n.d.r.] di assistere il Cap. Hoskiss nel reclutamento. In quel momento i prigionieri borbonici erano in gran numero, ed era stata perfino avanzata l'ipotesi di deportarli in Australia. Anche gli sbandati costituivano un problema, pertanto la soluzione di sbarazzarsene era vista di buon occhio. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="margin: 6px 0cm; text-align: justify; line-height: 150%;font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;L'esodo fu organizzato e divenne operativo con le prime partenze, delle navi Charles &amp;amp;Jane – Utile – Olyphant – Franklin – Washington – Elisabetta e Monroe. La navi giunsero a New Orleans da gennaio a maggio 1861 prima che il blocco navale del Nord riducesse considerevolmente il traffico navale ai porti del sud. Le partenze furono poi sospese a seguito della protesta al governo di Cavour del console Statunitense a Napoli Joseph Chandler.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style=";font-family:Trebuchet MS;font-size:100%;"  &gt;Intanto circa 1800 ex soldati borbonici erano sbarcati a New Orleans e avviati alle formazioni militari in allestimento della Luisiana. Essendoci tra i volontari anche molti oriundi Francesi ed Inglesi, su pressione dei rispettivi Consoli George Coppel e conte Valjean, il governatore della Luisiana Thomas Moore dovette raggiungere un accordo con le rappresentanze consolari. Pertanto dal luglio 1861, gli stranieri residenti a New Orleans furono organizzati in battaglioni e reggimenti con riferimenti al paese di origine dei soldati, al comando del Generale belga Paul Juge.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:Trebuchet MS;font-size:100%;"  &gt;La maggior concentrazione di ex soldati borbonici    e meridionali furono nel 10 e nel 22 reggimento della Luisiana, ove i    nostri connazionali si distinsero pel valore e lo spirito di sacrificio.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;p class="MsoNormal"  style="margin: 6pt 0cm; text-align: justify; line-height: 150%;font-family:arial;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;I restanti &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ex soldati borbonici e meridionali furono arruolati in diverse unità militari confederate. Una di queste era il 10° reggimento fanteria della Luisiana, organizzato a Camp Moore in Luisiana dal colonello Mandeville De Marigny .  Questo reggimento fu immediatamente inviato in Virginia al fronte, ed ebbe un ruolo primario nella vittoria confederata di Manassas ove i Nordisti furono messi in rotta. La guerra potrebbe essere finita lì se i Sudisti avessero incalzato le divisioni in fuga ed occupato Washington. Ma il presidente Jeffersin Davis, avocava una guerra strettamente difensiva. Un'occasione simile non si sarebbe più presentata. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style=";font-family:Trebuchet MS;font-size:100%;"  &gt;Il 10° reggimento fanteria della Luisiana aveva un totale di 976 effettivi nel 1861. Alla resa del Generale Lee ad Appomatox, il 10/4/1865 erano rimasti solo 18 sopravissuti, di cui Ferri Salvatore, nativo di Licata già del 2 reggimento di linea del regio esercito Borbonico, unico sopravissuto della compagnia I.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;da: da www.ilportaledelsud.org&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=";font-family:Trebuchet MS;font-size:10;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-5431278302344079385?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/5431278302344079385/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=5431278302344079385&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5431278302344079385'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/5431278302344079385'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/il-18-marzo-1861-arriv-new-orleans-la.html' title='IL REGIO ESERCITO BORBONICO NELL&apos;ESERCITO CONFEDERATO di Pierluigi Rossi'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp1.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o6dRRch8I/AAAAAAAAAB8/64ld2mvWUoE/s72-c/gggggggggggggggggg.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-8767870524311895749</id><published>2008-01-24T13:36:00.001-08:00</published><updated>2008-01-25T11:14:11.472-08:00</updated><title type='text'>dall'Esprsso De magistris lascia dall'ANM</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o0yBRch6I/AAAAAAAAABs/MPVDMzKgN5E/s1600-h/dmdmdmdmdmdm.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o0yBRch6I/AAAAAAAAABs/MPVDMzKgN5E/s320/dmdmdmdmdmdm.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5159494357046036386" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Ecco la lettera con la quale il pm Luigi De Magistris si dimette dall'Associazione nazionale magistrati (come già aveva fatto la collega Ilda Boccassini due settimane fa), dopo la decisione del Csm di rimuoverlo dalla sede di Catanzaro e dall'ufficio di pm.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già da alcuni mesi avevo deciso - seppur con grande rammarico - di dimettermi dall'Associazione nazionale magistrati. I successivi eventi che mi hanno riguardato, le priorità dettate dai tempi di un processo disciplinare tanto rapido quanto sommario, ingiusto ed iniquo, mi hanno imposto di soprassedere.&lt;br /&gt;Adesso è il tempo che 'tutti i nodi vengano al pettine'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vado via da un'associazione che non solo non è più in grado di rappresentare adeguatamente i magistrati che quotidianamente esercitano le funzioni, spesso in condizioni proibitive, ma sta - con le condotte ed i comportamenti di questi anni - portando, addirittura, all'affievolimento ed all'indebolimento di quei valori costituzionali che dovrebbero essere il punto di riferimento principale della sua azione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'Anm - che storicamente aveva avuto il ruolo di contribuire a concretizzare i valori di indipendenza interna ed esterna della magistratura - negli ultimi anni, con prassi e condotte censurabili ormai sotto gli occhi di tutti, ha contribuito al consolidamento di una magistratura 'normalizzata' non sapendo e non volendo 'stare vicino' ai tanti colleghi (sicuramente i più 'bisognosi') che dovevano essere sostenuti nelle loro difficili azioni quotidiane spesso in contesti di forte isolamento; &lt;strong&gt;ha fatto proprie tendenze e pratiche di lottizzazione attraverso il sistema delle cosiddette correnti&lt;/strong&gt;; ha contribuito - di fatto - a rendere sempre più arduo l'esercizio di una giurisdizione indipendente che abbia come principale baluardo il principio costituzionale che impone che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;L'Anm è divenuta&lt;/strong&gt;, con il tempo, &lt;strong&gt;un luogo di esercizio del potere&lt;/strong&gt;, con scambi di ruoli tra magistrati che oggi ricoprono incarichi associativi, domani siedono al Csm, dopodomani ai vertici del ministero e poi, magari, finito il 'giro', si trovano a ricoprire posti apicali ai vertici degli uffici giudiziari. È uno spettacolo che per quanto mi riguarda è divenuto riprovevole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche io, per un periodo, ho pensato, lottando non poco come tutti i miei colleghi sanno, di poter contribuire a cambiare, dall'interno, l'associazionismo giudiziario, ma non è possibile non essendoci più alcun margine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lascio, pertanto, l'Anm, donando il contributo ad associazioni che, nell'impegno quotidiano antimafia, cercano di garantire l'indipendenza concreta della magistratura molto meglio dell'associazionismo giudiziario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non vi è dubbio che anche il Consiglio superiore della magistratura, composto da membri laici, espressione dei partiti, e membri togati, espressione delle correnti, non può, quindi, non risentire dello stato attuale della politica e della magistratura associata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I magistrati debbono avere nel cuore e nella mente e praticare nelle loro azioni i principi costituzionali ed essere soggetti solo alla legge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;So bene che all'interno di tutte le correnti dell'Anm vi sono colleghi di prim'ordine, ma questo sistema di funzionamento dell'autogoverno della magistratura lo considero non più tollerabile. Il Csm deve essere il luogo in cui tutti i magistrati si sentano, effettivamente, garantiti e tutelati dalle costanti minacce alla loro indipendenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è possibile assistere ad indegne omissioni o interventi inaccettabili dell'Anm, come ad esempio negli ultimi mesi, su vicende gravissime che hanno coinvolto magistrati che, in prima linea, cercano di adempiere solo alle loro funzioni: da ultimo, quello che è accaduto ai colleghi di Santa Maria Capua Vetere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non parlo delle azioni ed omissioni riprovevoli - da parte anche di magistrati, non solo operanti in Calabria - sulla mia vicenda perché di quello ho riferito alla magistratura ordinaria competente e sono fiducioso che, prima o poi, tutto sarà più chiaro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-8767870524311895749?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/8767870524311895749/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=8767870524311895749&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8767870524311895749'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/8767870524311895749'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/dallesprsso-de-magistris-lascia-dallanm.html' title='dall&apos;Esprsso De magistris lascia dall&apos;ANM'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp0.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o0yBRch6I/AAAAAAAAABs/MPVDMzKgN5E/s72-c/dmdmdmdmdmdm.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-2324162123543811831</id><published>2008-01-20T11:04:00.000-08:00</published><updated>2008-01-25T11:18:57.063-08:00</updated><title type='text'>INVESTIMENTI BRITANNICI IN CALABRIA</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o1oxRch7I/AAAAAAAAAB0/rA88IQJwPNs/s1600-h/ru.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; cursor: pointer;" src="http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o1oxRch7I/AAAAAAAAAB0/rA88IQJwPNs/s320/ru.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5159495297643874226" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Quando si dice “Sviluppo Endogeno”. In Calabria si sta vivendo una vera e propria rivoluzione del Turismo e mentre alcuni governanti ancora pensano di dover costruire mega alberghi e mega struttre scopriamo che invece c’è bisogno di villette ed “abitazioni tradizionali”. &lt;p&gt;Gli inglesi e gli irlandesi impazziscono per la Calabria che sta diventanto come la Tuscany per gli americani.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Alcune società immobiliari con sede Gran Bretagna ma attive in tutta Europa, nel corso del 2007, hanno deciso di rivolgere la loro attenzione alla “Costa degli dei” e quindi di realizzare un investimento immobiliare che, nel complesso, a lavori ultimati supererà i mille posti letto. Clima mite tutto l’anno, bellezze naturali ed incontaminate ma, soprattutto, i prezzi concorrenziali dei terreni rispetto a quelli di altri siti turistici come, ad esempio, la Spagna, hanno attirato queste società. I loro nomi - MRI e VFI, per esempio - ai più non dicono molto ma nel loro settore è noto come riescano a movimentare enormi capitali. La loro strategia operativa è molto semplice: attraverso le loro reti informative valutano la domanda residenziale turistica, offrono il loro pacchetto e, quando la prima e il secondo si incrociano, iniziano a muoversi comprando i terreni ed avviando progetti e pratiche per costruire. Fanno tutto in modo molto discreto, quando arrivano nemmeno si sentono. A Vibo Valentia, per esempio, da qualche mese una delle due società ha stabilito il suo quartier generale nel centro della città, su Corso Umberto I, ma a saperlo ed a vederli sono davvero in pochi. E’ così che hanno deciso di investire nel territorio di Pizzo al confine con quello di Curinga, nella zona dove esistono già grandi complessi turistici. Qui verranno realizzati 300 residence e, in prospettiva, altri 400 in una zona vicina. Gli immobili sono destinati ad una clientela appartenente alla middle-class inglese. Un’altra operazione, più corposa se andrà a buon fine, è prevista nel territorio di Briatico-Cessaniti.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il quotidiano britannico Times ha indicato TROPEA al primo posto tra le 20 migliori  località balneari di europa. (&lt;a target="_blank" href="http://travel.timesonline.co.uk/tol/life_and_style/travel/holiday_type/beach/article1292126.ece"&gt;link&lt;/a&gt;)&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ci sono notizie di sviluppo del mercato un pò su tutte le coste ed non solo in località balneari.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Per saperne di più prova a cercare su google “Calabria Property” e scoprirete cose calabresi che nemmeno i calabresi conoscono.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-2324162123543811831?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/2324162123543811831/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=2324162123543811831&amp;isPopup=true' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/2324162123543811831'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/2324162123543811831'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/investimenti-inglesi-in-calabria.html' title='INVESTIMENTI BRITANNICI IN CALABRIA'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp3.blogger.com/__wH2WhVF66M/R5o1oxRch7I/AAAAAAAAAB0/rA88IQJwPNs/s72-c/ru.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-1216879408493126390</id><published>2008-01-05T09:01:00.001-08:00</published><updated>2008-01-25T11:20:50.272-08:00</updated><title type='text'>'NDRANGHETA ED ORDINAMENTO GIUDIZIARIO Intervista a Nicola Gratteri</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R3-73NCllcI/AAAAAAAAABE/Oo5qIpcNOsE/s1600-h/1029.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R3-73NCllcI/AAAAAAAAABE/Oo5qIpcNOsE/s320/1029.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5152043055802848706" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="occhiello"&gt;Intervista a Nicola Gratteri, Sostituto procuratore della Repubblica di Reggio Calabria &lt;/span&gt;                                  &lt;p&gt;&lt;span class="titolone"&gt;Occorre una nuova ‘filosofia’ normativa&lt;br /&gt;        &lt;/span&gt; &lt;/p&gt;               &lt;p&gt;&lt;span class="autore"&gt;di Maria Luisa Campise e Giannetto Mancini&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;br /&gt;Dal 1987 impegnato sul fronte della legalità, Nicola Gratteri, classe 1958, sostituto procuratore antimafia di Reggio Calabria, è uno dei magistrati più noti, titolare, tra l’altro, delle maggiori inchieste sulle Ndrangheta reggina. Nonostante sia da anni sotto tiro della criminalità - anche per le numerose operazioni condotte contro il traffico internazionale di stupefacenti (motivi di sicurezza lo hanno, più volte, costretto ad allentarsi dalla sua famiglia!) - Gratteri continua, determinato com’è, a lavorare nel suo ufficio presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria “per fare qualcosa di concreto per la Sua terra”. In questa intervista, rilasciata a margine del convegno di Locri (vedi pag. 58 di questo giornale), mette a nudo la cruda realtà mafiosa e non solo… &lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Dalla sua esperienza, è possibile dare una definizione di criminalità organizzata?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;La criminalità organizzata è uno “&lt;em&gt;stato dentro lo Stato&lt;/em&gt;” che cerca di utilizzare tutto quello che è il materiale e l’immateriale nella disponibilità dell’uomo, per la sua esistenza e prosperità. La criminalità organizzata usa tutti gli strumenti possibili per ottenere il massimo controllo del controllabile. Tutto ciò che esiste, la criminalità organizzata vuole appropriarsene. Dove c’ è denaro e potere, là c’è la criminalità per averne il controllo. &lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;Perché la ‘Ndrangheta oggi è l’ organizzazione più potente? È solo dovuto alla sua particolare struttura oppure anche lo Stato ha delle responsabilità?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;La ‘Ndrangheta è forte soprattutto perché il legislatore non ha capito o non ha voluto capire la sua grande pervasività nella struttura sociale. Il politico interviene quando c’è un movimento di opinione, quando i giornali nazionali scrivono per diversi giorni sullo stesso tema. Interviene quando è costretto ad intervenire e lo fa nel modo più visibile possibile. Mentre la criminalità opera nel massimo della mimetizzazione, lo Stato pubblicizza al massimo quel minimo che fa perché vi deve essere un ritorno di immagine immediata.&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;Come lo Stato può e deve combattere la ‘Ndrangheta? Occorrono secondo Lei leggi più severe?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;Negli anni dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio lo Stato è stato costretto a reagire perché ne era in discussione proprio l’essenza stessa dello Stato e l’essenza stessa della democrazia. Allora sono state fatte leggi, modifiche normative, sono stati posti in essere dei provvedimenti (quali l’istituzione del 41bis: il carcere duro), che hanno messo in crisi la criminalità organizzata in genere, anche se quella che ha subito più colpi è stata Cosa Nostra, perché essendo strutturata in maniera piramidale, bastava parlasse uno e crollava tutto. Cosa Nostra ha fatto entrare nella propria organizzazione anche gente estranea alla tradizione mafiosa degli avi, gente che non si era nutrita di cultura mafiosa sin dall’infanzia e quindi nel momento in cui c’è stata l’offensiva dello Stato e sono stati arrestati e condannati a pene che hanno superato i venti anni, questi vacillarono e diventarono collaboratori di giustizia (Cosa Nostra ha avuto più di 900 collaboratori di giustizia negli anni ’90; la ‘Ndrangheta ne ha avuti 40: solo 2 capi-locali, tutti gli altri piccoli ‘ndranghetisti). Questa differenza si spiega soprattutto per come erano strutturate le due organizzazioni: la ‘Ndrangheta era strutturata in modo familistico: se un soggetto avesse fatto il collaboratore di giustizia, avrebbe dovuto prima parlare di 200-300 parenti e poi di tutti gli altri. Quindi era praticamente impossibile trovare un collaboratore di giustizia. In sostanza in Calabria hanno collaborato corrieri di droga, killer, ma nessun rappresentante dei locali più prestigiosi. Poi va considerato il carattere del calabrese: molto chiuso, duro, crudo, disposto anche a soffrire perché gli è stata inculcata l’osservanza ortodossa delle regole. Nella ‘Ndrangheta è fondamentale il rispetto delle regole: è quasi una mania, un’ossessione perché senza di esso ne verrebbe meno l’esistenza stessa della ‘Ndrangheta. Meno si osservano le regole, meno efficienza c’è. &lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;Cosa può e deve fare lo Stato secondo Lei? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;Cambiare il codice penale, il codice di procedura penale, l’ordinamento penitenziario, potenziare l’ordinario e poi capire se c’è bisogno dello straordinario. Se non si fanno le modifiche normative è inutile parlarci addosso, è inutile che i politici dicono che i cittadini devono stare più vicini alle istituzioni, io dico sono le istituzioni che devono fare due passi avanti, devono dimostrare di essere seri, di meritare la fiducia dei cittadini e poi i cittadini si avvicineranno alle istituzioni. Se noi (lo Stato) non siamo credibili, seri, non possiamo pretendere che i cittadini abbiano fiducia nelle istituzioni. La ciliegina sulla torta dal punto di vista normativo dal 92 ad oggi è stato il “&lt;em&gt;patteggiamento allargato&lt;/em&gt;”: se per pene edittali che vanno da 20 a 30 anni, in appello si danno 7 anni di carcere capiamo che il sistema è ridicolo, che il sistema non va bene. Poi secondo me andrebbe rivista anche la filosofia ispiratrice delle modifiche normative, che fino ad oggi si è preoccupata solo della tutela del singolo non considerando il grado di invivibilità della collettività, perché io non mi sento in uno Stato libero e democratico se non posso scegliere quale impresa mi costruirà la casa, se non posso scegliere dove andare a comprare i prodotti, se c’è quasi un sistema di oligopolio nella distribuzione del terziario. &lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;Come le organizzazioni si sono attrezzate o modificate in seguito al fenomeno del pentitismo per affrontarlo? Sono o non sono cambiate le norme degli ordinamenti mafiosi?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;Sono stati istituiti dei nuovi gradi per creare una sorta di élite. La ‘ndrangheta negli anni ‘70 ha creato il grado del Vangelo e tra l’altro c’è stata una lunga discussione all’interno dei locali di ‘Ndrangheta per stabilire se i gradi dati nei locali del Nord (es. Varese, Buccinasco, Volpiano) avessero la stessa valenza, la stessa nobiltà dei gradi di ‘Ndrangheta dati a San Luca, Africo, Platì. Si è giunti a quella che storicamente può essere indicata come “&lt;em&gt;l’unificazione delle cariche del Vangelo&lt;/em&gt;” e quindi si è stabilita una sorta di pari dignità tra i ‘locali’ della ‘Ndrangheta che si trovano al Sud e quelli che si trovano al Nord. Poi sono stati creati altri gradi: la Santa, il Trequartino, il Quartino come dei cerchi concentrici: le strategie criminali più intime e importanti, le più gravi (es. gli omicidi eccellenti) non dovevano essere messe a conoscenza di tutto il locale; ma solo dei maggiori rappresentanti del locale o dei maggiori capi-locali della zona, perché all’interno del territorio dove regna un ‘locale’ quest’ultimo è padrone assoluto, ma nella gerarchia dei locali vi sono quelli più nobili, più importanti, antichi. Certo quella che ha più sentito i colpi inferti dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia è stata Cosa Nostra e quindi è ovvio che a quel punto si è chiusa comunicando le novità non a tutta la struttura piramidale, ma cominciò a muoversi, ad operare a compartamenti stagni: sapeva solo chi doveva compiere un atto, non tutti dovevano sapere quello che accadeva. Il capomandamento che arrivava alla decisione finale impartiva poi l’ordine a colui che doveva eseguirlo, ma non tutti dovevano sapere. La stessa cosa faceva il capodecina: dava l’ordine solo all’esecutore materiale, non tutta la decina doveva sapere quello che sarebbe accaduto. In pratica si è cercato di affrontare il pentitismo essendo molto più riservati, si è stati molto più attenti anche alle affiliazioni, anzi si è deciso ad un certo punto dentro Cosa Nostra di non fare più il rito di affiliazione, ma di considerare affiliato il soggetto che si riteneva avesse i requisiti per poter essere uomo di onore. Il rito di affiliazione non avveniva alla presenza di tutti gli appartenenti all’organizzazione per tenere segreto chi fosse il nuovo affiliato e nel caso in cui qualcuno degli altri associati fosse diventato in futuro collaboratore di giustizia, non avrebbe fatto il nome del nuovo affiliato perché non poteva sapere chi fosse. Ci sono stati diversi affiliati di Cosa Nostra non battezzati con il rito di affiliazione, ma comunque ritenuti uomini d’onore perché nominati direttamente dal capo dell’organizzazione. &lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;Come si è riorganizzata la mafia in seguito alla reazione dello Stato? &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;Cosa Nostra si è riorganizzata bene nel senso che ha capito che lo scontro con lo Stato non serve; solo quel “pazzo” di Riina poteva pensare di attaccare frontalmente lo Stato.&lt;br /&gt;Riina è l’uomo più odiato da Cosa Nostra perché se non si fosse messo in testa lo stragismo, se non avesse avuto quel delirio di onnipotenza che ha avuto, non ci sarebbe stata la legislazione antimafia, non ci sarebbero state le procure distrettuali, la Procura nazionale, la DIA, non ci sarebbe stata la risposta dello Stato.&lt;br /&gt;        A Cosa Nostra una grande lezione l’ha data la ‘Ndrangheta che ha sempre evitato scontri con le Istituzioni.&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;Ma allora anche la ‘Ndrangheta ha cambiato strategia visto che l’omicidio Fortugno è stato un attacco alle Istituzioni?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;Sull’omicidio Fortugno non posso dire nulla perché sono ancora in corso le indagini, ma vorrei soffermarmi sulla reazione dello Stato a questo omicidio. Si è parlato di più di ‘Ndrangheta, ma concretamente non è successo nulla, concretamente lo Stato non ha risposto. Sono stati suggeriti come mezzi per arginare la criminalità un Super-prefetto e l’esercito. Questo mi ha scandalizzato molto.&lt;br /&gt;Per fortuna non è stato mandato l’esercito perché questo non avrebbe fatto altro che allontanare quei pochi turisti che in estate vengono in Calabria. Chi considera la criminalità organizzata, la ‘Ndrangheta un’emergenza si sbaglia, perché Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta e la Camorra esistono da secoli e quindi non vanno combattute con strumenti estemporanei, con legislazioni di emergenza…&lt;br /&gt;        Ma questa volta non c’è stato nulla. In altre occasioni in cui sono state uccise le c.d.&lt;em&gt; persone eccellenti&lt;/em&gt; vi sono state delle reazioni anche dal punto di vista normativo, ci sono stati decreti-legge. Questa volta neppure un decreto-legge è stato fatto.&lt;br /&gt;Io ho criticato molto questo atteggiamento dello Stato: sono indignato perché come calabrese mi sento preso in giro nuovamente. Per più di un mese lo Stato ha messo ogni 5 km un posto di blocco, ma veramente pensiamo che la lotta alla ‘Ndrangheta sia la caccia alla volpe all’inglese, ma veramente pensiamo che sia questo il controllo del territorio? Non è il controllo fisico ogni 5 km, né un posto di blocco che argina la ‘Ndrangheta! La ‘Ndrangheta non è la camorra dei bassi napoletani, non è l’ uomo coi baffi, con la coppola, che va in giro con la lupara e quindi lo riconosci e lo arresti.&lt;br /&gt;La ‘Ndrangheta è qualcosa di molto, ma molto più raffinato e quando assisto a questo tipo di provvedimenti e nessuno reagisce, nessuno capisce o chi capisce sta zitto io mi indigno. Non è vero che il Governo sta rispondendo perché anche quando sono venuti in Calabria io ho parlato di “passerelle” di politici, perché quello di cui noi abbiamo urgente bisogno sono le modifiche normative.&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;Esiste una mentalità per poter cambiare le cose?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;Io credo che la scuola dovrebbe fare molto di più, dovrebbero essere destinati più soldi e fare le scuole a tempo pieno: questo per impedire che i bambini stiano troppo a casa.&lt;br /&gt;È duro da dire, lo so, ma nei paesi ad alta densità mafiosa questi bambini respirano, si nutrono di cultura mafiosa e quindi trascorrendo più tempo a scuola vedrebbero meno atteggiamenti di sopraffazione, sentirebbero meno discorsi di mafia, di violenza. Altrimenti saranno bambini segnati, destinati a diventare mafiosi.&lt;br /&gt;        Il consiglio che mi sento di dare ai ragazzi è quello di studiare perché può essere l’unica arma di riscatto!!!&lt;br /&gt;E poi lo Stato dovrebbe creare posti reali di lavoro. Comunque penso che alla base di tutto ci siano le modifiche normative, altrimenti continueremo a parlarci addosso, cambiando aggettivi e sostantivi, ma diremo sempre le stesse cose.&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;I dottori commercialisti in che modo possono contribuire nella lotta alla mafia?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;I dottori commercialisti sono come il confessore per i cristiani, sanno quasi tutto, anche ciò che riguarda l’evasione fiscale. Mi auguro che no sappiano di riciclaggio. Comunque non si può pretendere che i dottori commercialisti facciano i delatori.&lt;br /&gt;Possono comunque proporre, quali specialisti di settore, riforme normative che comprimano i margini di manovra di chi vuole violare le leggi.&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;Giovanni Falcone diceva: “La mafia è come l’uomo: nasce, cresce e avrà una fine!” Lei condivide questa opinione?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;No! Falcone era ottimista: io dentro sono anche ottimista, ma sono più realista, più pragmatico. Penso che la mafia morirà con l’uomo perché è nella natura dell’uomo essere mafioso.&lt;br /&gt;Potremmo, se ci fosse una inversione di tendenza di chi fa le leggi, creando un sistema normativo forte. Allora la gente di medio coraggio sarebbe stimolata a prendere posizione, ad essere più forte e quindi non diventare coniglio. L’uomo ha bisogno di vedere risultati, comportamenti, azioni. La gente non crede, è disincantata dalle parole.&lt;br /&gt;        Il popolo crede negli uomini forti, nei condottieri, però se questi producono risultati.&lt;br /&gt;L’attuale società è debole, non conosce il sacrificio, la rinuncia, vive di effimero, di consumismo, dell’apparire e non dell’essere e quindi tende più ad addormentarsi, a sognare perché la realtà è difficile, è triste, è dura e ci fa soffrire.&lt;br /&gt;Se si riuscisse a creare un sistema di certezze, di “gabbie”, la gente si sveglierebbe e prenderebbe posizione. Sono pessimista perché non vedo una volontà politica di cambiare le leggi né nel centro destra, né nel centro sinistra.&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;&lt;strong&gt;Lei è in primo piano nella lotta alla ‘Ndrangheta. Oltre all’alto senso dovere che la contraddistingue, al desiderio di giustizia, al bene per la Calabria, cosa La spinge a continuare nonostante le minacce ricevute e i sacrifici cui Lei e la Sua famiglia siete sottoposti?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;             &lt;p align="left"&gt;Quando ho vinto il concorso in magistratura ero in buona posizione in graduatoria e avrei potuto scegliere di andare in posti molto belli: ricordo Sanremo, Venezia, Brescia.&lt;br /&gt;Ho preferito venire qui in Calabria, perché in fondo il posto più bello è quello dove si è nati. Io ho pensato di fare qualcosa di concreto per questa terra!!!&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-1216879408493126390?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.cndc.it' title='&apos;NDRANGHETA ED ORDINAMENTO GIUDIZIARIO Intervista a Nicola Gratteri'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/1216879408493126390/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=1216879408493126390&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1216879408493126390'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/1216879408493126390'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/intervista-nicola-gratteri-sostituto.html' title='&apos;NDRANGHETA ED ORDINAMENTO GIUDIZIARIO Intervista a Nicola Gratteri'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R3-73NCllcI/AAAAAAAAABE/Oo5qIpcNOsE/s72-c/1029.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2018942706576753741.post-6265979006667170397</id><published>2008-01-05T07:35:00.001-08:00</published><updated>2008-01-25T14:33:26.890-08:00</updated><title type='text'>LE MENZOGNE RINASCIMENTALI E LA RESISTENZA DELLE DUE SICILIE</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R3-68NCllbI/AAAAAAAAAA8/fE0IeLUZ1xM/s1600-h/michelina_de_cesare.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right; cursor: pointer;" src="http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R3-68NCllbI/AAAAAAAAAA8/fE0IeLUZ1xM/s320/michelina_de_cesare.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5152042042190566834" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;di Pedritoya&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Recuperiamo la nostra memoria storica!&lt;br /&gt;La favola dei Borbone cattivi con un sud povero e dei savoia liberatori è una menzogna che viene raccontata a scuola per creare il mito di italiani che si amarono fin dai tempi dell'unificazione. Oggi, grazie al cielo, le favole stanno lasciando spazio alla verità: Il dominio savoia sulle province del sud è stato il più feroce vissuto dai popoli meridionali. Si pensi che mafia e camorra si svilupparono in qull'epoca ed in calabria nacque la 'ndrangheta, tutti al servizio dei nuovi invasori che pensarono di controllare le ribelliini popolari anche attraverso l'uso della malavita locale. In tal senso sono molti gli storici che stanno rivedendo un rinascimento scritto dai vincitori di una guerra civile dove i piemontesi erano i liberatori e i meridionali briganti (tra tanti consiglio Lorenzo Del Boca novarese che ha scritto maledetti savoia).&lt;br /&gt;Gramsci scrisse: "lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale più le isole crociffiggendo, squartando sopprimendo mille contadini e i poveri del sud. Gli scrittori italiani ancora oggi tentano di infamare quel marchio di briganti."&lt;br /&gt;Indro Montanelli: "la guerra contro il brigantaggio insorto contro lo stato unitario costò più morti di tutti quelli del risorgimento. Abbiamo sempre vissuto su dei falsi: il falso del risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola"&lt;br /&gt;I meridionali trucidati sono stati centinaia di migliaia, alcuni storici dicono che la cifra supera il milione ma nei libri di scuola il fenomeno è trattato marginalmente, in compenso, le statue di assassini come enrico cialdini sono in bella vista nelle piazze delle città del sud. Questa è una macchia sul tricolore!!&lt;br /&gt;La resistenza dei popoli del sud, chiamata brigantaggio, altro non era che una ribellione verso l'invasore, oppressore piemonte (tasse raddoppiate, aumento del latifondismo fabriche smontate e portate a nord) e chi non fu brigante divenne emigrante! Furono milioni gli emigranti del sud. Nacque la cosidetta questione meridionale ad oggi mai risolta! Dopo 147 anni, l'Italia è l'unico stato europeo in cui ancora non si è formata una vera identità nazionale!&lt;br /&gt;Garibaldi?...gli storici non di parte lo descrivono come un guerrigliero di spessore sempre in prima linea, ma non era quel mostro di ideali che ci hanno raccontato, di fatto lui repubblcano&lt;br /&gt;( massone poi) prese un regno ad un re e lo cedette ad un altro.&lt;br /&gt;Proprio perchè non mi faccio strumentalizzare ho uno spirito critico della storia sono andato oltre le banalità, tipicamente all'italiana di raccontare un fatto storico delicato come il 1861.&lt;br /&gt;Giuseppe Mazzini disse "l'italia sarà ciò che il mezzogiorno sarà" ed aggingo io "il sud ha bisogno di recuperare la propria dignità negata prima di tutto e vergognosamente dagli stessi italiani, i meridionali sono stati all'inizio colonizzati e poi lasciati nelle mani della criminalità, ancora oggi scontano l'assenza di libertà di scegliere ed in molti casi anche di sperare!&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="color: rgb(51, 51, 51);"&gt;&lt;span style="color: rgb(0, 0, 0);"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2018942706576753741-6265979006667170397?l=pedritoya.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://pedritoya.blogspot.com/feeds/6265979006667170397/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2018942706576753741&amp;postID=6265979006667170397&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6265979006667170397'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2018942706576753741/posts/default/6265979006667170397'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://pedritoya.blogspot.com/2008/01/sono-per-il-recupero-della-memoria.html' title='LE MENZOGNE RINASCIMENTALI E LA RESISTENZA DELLE DUE SICILIE'/><author><name>pedritoya</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09346409560520033423</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://bp2.blogger.com/__wH2WhVF66M/R3-68NCllbI/AAAAAAAAAA8/fE0IeLUZ1xM/s72-c/michelina_de_cesare.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
